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“L’impero del ventre” secondo Marcela Iacub, molta teoria e poca vita. Il Foglio 10/2005

Marcela Iacub è una giovane giurista francese di origine argentina, che si occupa di leggi sul corpo e ama prendere posizioni provocatorie, a sinistra, ma spesso polemiche verso il movimento femminista. In Italia è stato da poco tradotto il suo ultimo libro (“L’impero del ventre uscito”, Ombre corte, 213 pagine, 17,50 euro) che molte polemiche ha suscitato in Francia. Il lavoro è una lunga e documentata invettiva contro le leggi d’oltralpe sulla filiazione, considerate fonte di ogni possibile discriminazione: tra maschi e femmine, eterosessuali e gay, ma soprattutto tra donne fertili e sterili, poiché l’intero sistema poggia sulla “verità biologica” del parto e ha scelto il “ventre materno” come propria pietra angolare. Scrive la Iacub: “Possiamo ammettere che vi sia qualcosa che dà le vertigini nel fatto di prendersi la responsabilità di mettere al mondo un figlio, ma credere che si possa limitare quest’atto affidandosi alla saggezza del corpo è ancora più irrazionale” che fare del matrimonio la cornice ideale di tutte le nascite, come prevedeva il Codice napoleonico. Le norme del 1804, “avevano il raro pregio di collocare le volontà umane al di sopra dei fatti naturali”. E così, attraverso alcuni strumenti giuridici, davano ai coniugi un potere pressoché assoluto di far diventare effettivo membro della famiglia un figlio che non era nato dalla madre e neanche dal padre. La legge si accontentava della “presunzione” di verità, purché avvenisse con consenso all’interno del matrimonio.

“Ci viene detto che il Codice napoleonico introduceva gravi disuguaglianze tra uomini e donne”, scrive ancora la Iacub, ma in verità tracciava una frontiera tra chi stava dentro e chi stava fuori dal matrimonio. E’ vero che creava disparità tra nubili e sposate, poiché queste ultime perdevano le loro capacità civili e diventavano soggette al marito. Ma, in compenso, “sulla procreazione le parti di invertivano”. Le mogli potevano legare a sé bambini che non avevano partorito e anche imporre al marito figli che egli non aveva concepito, giocando sulle numerose restrizioni a cui era sottoposto il disconoscimento di paternità. Le nubili dovevano generare per diventare madri e in certe circostanze era loro imposta la maternità senza che avessero potere sul padre, ma gli abbandoni e i parti segreti permettevano che l’evento fosse “cancellato”.

Oggi, invece, le leggi conferiscono alle donne una sovranità assoluta sulla procreazione ma questo potere insindacabile sulla vita e sulla morte (con l’aborto), considerato un emporwerment da parte del movimento femminista, secondo la Iacub genera un’asimmetria pericolosa tra i genitori. In Francia un uomo è considerato padre biologico di un figlio non suo, concepito con sperma eterologo, mentre per le femmine la maternità biologica è comunque legata al parto. Il che, alla Iacub, appare come un’ingiustizia: le donne sono padrone del proprio utero solo entro i limiti stabiliti – a conferma che le leggi sulla procreazione sono il frutto di una concezione storicizzata della maternità – e non possono disporne liberamente, tant’è che è vietato affittarlo anche se al “nobile” scopo di “donare” il figlio a un’altra. Per la Iacub, la libertà di negoziare sul proprio ventre, di essere madre surrogata o di farvi ricorso, è diventata l’unica scappatoia da un sistema che, a suo avviso, discriminerebbe chi per natura o per ritardo non può più procreare. Perché, chiede la giurista (che si riferisce ovviamente alla legislazione francese), si possono cedere ovuli, sperma, embrioni ma non l’utero, neanche a titolo gratuito? Perché si può vendere il corpo per un qualsiasi lavoro ma dal concetto di lavoro si esclude quello della procreazione?

Le leggi bioetiche francesi del 1992 che hanno definitivamente vietato la maternità surrogata consacrano “una pericolosa eccezione uterina”, avallata dalla parte del movimento femminista che ha definito la filiazione per interposta persona una “prostituzione”. La terra promessa per la Iacub diventa allora la California, dove vendere l’utero è un impiego come un altro e dove, quando i giudici si sono trovati a sbrogliare processi dove fino a cinque madri e padri tra biologici, donatori e surrogati si accapigliavano, è stato elevato a criterio dirimente “l’intenzione” di concepire il figlio. Per la Iacub, dunque, è necessario fare della “volontà” il criterio fondatore di ogni filiazione per risolvere le discriminazioni causate dal sesso, dall’età e dalla “capricciosa” distribuzione della fertilità. La genitorialità diverrebbe così “un’opera” e non un processo del corpo.

Il brillante argomentare di Marcela Iacub è fatto di pura teoria di manifesta avversione a tutto ciò che è corpo e natura, e in questo denuncia un grande limite. Astrarsi dal dato biologico, addirittura contrapporsi a esso, è pericoloso tanto quanto porlo a unico fondamento dell’esistenza. Così come appare utopico pensare che le “transanzioni sul ventre” sarebbero pacifiche in un mondo che non è più quello regolato dal Codice napoleonico. Di Iacub ci interessano gli arguti paradossi e le analisi spregiudicate, ma non condividiamo gli esiti. La sfida che pone la tecnoscienza non può essere risolta (solo) con la sottrazione del corpo alle norme, ma con un ripresa del potere sul corpo, che proprio perché consapevole del suo limite rifiuta la finzione di un biologico ricreato a tutti i costi, che è poi il senso della maternità surrogata.

[Pubblicato su Il Foglio]

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