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Intervista a Paola Tavella e Alessandra Di Pietro di Marina Terragni. Io Donna 02/2006

Intervista a Paola Tavella e Alessandra Di Pietro di Marina Terragni su Io Donna

Madri selvagge sono quelle che hanno “concepito i figli nel piacere, li hanno partoriti accucciate nel dolore e nel sangue”. Sono quelle scellerate che continueranno a fidarsi di se stesse, si ostineranno a spingere fuori i figli quando basterebbe un taglio nella pancia, e a concepirli tra gli umori dell’amore quando basterebbe una siringhetta. Tutto più lindo, disinfettato, scientifico, apocalitticamente sicuro. Le madri selvagge potrebbero diventare presto una rarità, con una scienza che si inchina cortesemente al servizio delle donne per farle concepire anche quando non potrebbero. 
Dopo aver messo al mondo “Madri selvagge” (Einaudi-Stile libero, in libreria il 21 febbraio), in coppia con Paola Tavella, Alessandra Di Pietro sta per dare alla luce la sua seconda bambina. Quasi una messa alla prova di quello che ha scritto: che le tecniche di procreazione assistita si presentano “come un servizio alle donne, ma in realtà costituiscono un pericolo grave per loro”. Perché sono l’estrema depredazione, dopo la medicalizzazione dalla gravidanza e del parto.
 Paola e Ale hanno cominciato a parlarne durante la campagna per il referendum abrogativo della legge 40. Tutt’e due non capivano che fine avesse fatto la critica femminista, unanime e puntuale, alle meraviglie del biotech. Tante di queste femministe si sono impegnate sul fronte referendario e tante altre hanno fatto un sorprendente silenzio.
Paola e Ale decidono invece di parlare. In una lettera online ricordano tutto il lavoro fatto illo tempore. Rinnovano il loro radicale impegno anti-biotech. Dichiarano che si asterranno,”come i preti”: perderanno molte amiche per questo. Nel libro spiegano diffusamente le loro ragioni, rilanciando un dibattito “in pausa”.

Cosa dovrebbe fare, secondo voi, una donna che non riesce ad avere figli? Tavella: “Può tentare con la procreazione assistita, figuriamoci. Ma può anche adottare. Godersi i nipoti. Viaggiare. Praticare le sue passioni. Provare a non considerare l’infertilità come una tragedia: un tempo era una cosa che le donne si risolvevano tra loro, nelle relazioni. Un’altra possibilità è fare i figli prima: ma bisogna costruire le condizioni per farli prima, non ultima una maggiore disponibilità dei maschi a diventare padri. Ci sarebbe anche la prevenzione dell’infertilità. Le strade sono molte. Quello che contestiamo è che di fronte a un problema di infertilità l’unica soluzione sia la provetta. E’ questo l’immaginario che sta passando. Come se il successo fosse scontato. Come se non ci fossero problemi per la salute. E anche conseguenze sul nascituro”.

Bene. Parliamo di salute. Tavella: “Per avere qualche probabilità di concepire ci si deve sottoporre a vari cicli di iperstimolazione ovarica. E le sindromi da iperstimolazione non sono rare. Possono esserci problemi di funzionalità renale. Trombosi. In qualche caso si rischia la vita. Alla lunga si può sviluppare un tumore”.

E per quello che riguarda i bambini? Di Pietro: “Si comincia a vedere che tra i nati in vitro certe patologie sono più frequenti: malformazioni congenite, ritardo mentale, retinoblastoma, sindromi come la large offspring syndrome. Non è escluso che possano dipendere da anomalie cromosomiche presenti in parte delle coppie sterili: forse il fatto che non riescano a procreare è un meccanismo di selezione naturale contro il quale noi interveniamo, senza tenere conto delle conseguenze”.

Parlate anche di prevenzione dell’infertilità. Tavella: “Ai primi del secolo scorso era dell’1 per cento. Oggi siamo al 25 per cento, un aumento esponenziale. Le cause principali stanno nell’inquinamento ambientale e alimentare, negli estrogeni che assumiamo con il cibo, in certi additivi. Sono soprattutto gli uomini a risentirne, la qualità del loro seme è sempre più scarsa. Non è che manchino studi a riguardo. Ma non hanno nessun appeal sui media e sulla pubblica opinione. La provetta è molto più erotica”. Di Pietro: “C’è anche il fatto che non si riesce a riprodurre esattamente il meccanismo della natura: quanto va tenuto l’embrione in coltura prima di trasferirlo? Nessuno lo sa con precisione. O ancora: tra milioni di spermatozoi solo uno riesce a raggiungere l’ovulo e nessuno sa perché proprio lui. Nella tecnica denominata Icsi si sceglie arbitrariamente uno spermatozoo e lo si inserisce nell’ovulo: sulle conseguenze di questo arbitrio non si sa nulla”.

La critica femminista al biotech ha almeno vent’anni, ma in occasione del referendum ha sostanzialmente taciuto. Di Pietro: “Una “referendaria” ci ha spiegato che dal momento che era sceso in campo il Vaticano le donne dovevano stare dall’altra parte. Negare se stesse e il proprio pensiero in nome di una superiore ragione politica. Ma il nemico principale non era il Vaticano”.

Poi il quorum non è stato raggiunto. Tavella: “Con mio grande sollievo. In quel periodo parlavo con molte donne normali, sentivo questa resistenza diffusa”.

Un tenersi lontano, intendi, un rifiuto in blocco di queste cose? Tavella: “Non credo che la gente si sia astenuta per salvare la legge o per ubbidire ai preti, ma per un’istintiva diffidenza nei riguardi della procreazione assistita”.

Eppure molte donne hanno una grande fiducia nel biotech. Tavella: “Siamo costrette a una vita così poco femminile? La maternità diventa l’unico luogo in cui agire la femminilità, e per averla si è disposte a tutto. Ma ci sono anche sacche di resistenza che non vengono indagate: donne che non vogliono, che smettono, che si fermano prima. Di loro non sappiamo niente, è un’esperienza difficilissima da scovare. Questo sottrarsi diventa l’obiezione della donna muta. Credo che ci troviamo in un momento di conflitto terribile tra femminile e maschile. Una partita decisiva. Ma se il maschile non si inchinerà alla grazia del femminile moriremo tutti”.

Nel libro denunciate anche il mercato degli ovociti, donne e ragazze spesso in difficoltà -ucraine, rumene- che vendono il loro materiale biologico. Di Pietro: “C’è il rischio di una nuova schiavitù. Quando si parla di uso delle cellule staminali embrionali per la terapia di gravi malattie, tutti si concentrano sui diritti dell’embrione. Ma prima di produrre quell’embrione devi trovare una donna che metta gli ovuli. Per “aprire una linea”, cioè per curare un singolo paziente, secondo alcune stime ci vogliono almeno 3000 ovociti, possibilmente freschi, cioè appena prelevati. E dove si prenderebbero, tutti questi ovuli?”.

Certo che è paradossale: da un lato c’è questo furibondo attaccamento al biologico, si è disposti a tutto per un figlio biologico almeno a metà. Dall’altro il materiale biologico, ovociti e spermatozoi, viene ceduto con disinvoltura? Di Pietro: “L’amica Eugenia Roccella lo chiama “cortocircuito del biologico”.

Si perdono i riferimenti, si produce un disturbo”: 

La cosa più impopolare che dite ha a che fare con l’eugenetica, con quello che definite”dovere” di far nascere un figlio sano. Bisogna ammettere che questa possibilità, nel momento in cui c’è, esercita un’attrazione irresistibile. Di Pietro: “Io sto per partorire. Ho fatto un bitest, e se si fosse evidenziato un problema forse avrei fatto l’amniocentesi, anche se non è detto che avrei abortito. Noi non siamo contrarie alla medicina prenatale, e nemmeno alla diagnosi preimpianto tout court. Siamo contro chi sostiene che quella è la panacea di tutti i mali: al momento non è così”. Tavella: “Talassemici e microcitemici dovrebbero poter fare la diagnosi preimpianto: la legge non lo consente ma su questo punto è sbagliata. Però bisognerebbe anche riflettere su quale tipo di cultura stiamo legittimando. Una cultura di intolleranza, di non accoglienza, di ripugnanza verso l’imperfezione e la malattia”. Di Pietro: “Far nascere figli sani è una legittima ambizione. Ma si può nascere sani e poi crescere malati. Accettare la vita significa accettarne ogni evento. Cosa sarà di quella cultura dell’accoglienza e della cura che noi donne abbiamo sempre praticato? Il rischio è che tutto vada perduto: ma su questo si è sempre retto il mondo”.

[Pubblicato su Io Donna]

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