FULMINI

Madri selvagge – Nicoletta Tiliacos su bergamoblog.it

Madri selvagge – Nicoletta Tiliacos su bergamoblog.it

“Abbiamo concepito i nostri figli nel piacere, li abbiamo partoriti accucciate, nel dolore e nel sangue, li abbiamo attaccati al seno con gusto per anni. E se in futuro si vergognassero di noi, le loro madri selvagge? Se ci rimproverassero di averli fatti nascere come umani, non selezionati, non diagnosticati, non testati, confidando in una sorte che pure avrebbe potuto esser predetta e scelta?”.

E’ davvero folgorante, l’attacco del libro di Alessandra Di Pietro e Paola Tavella. Un libro che già prima di uscire ha corso il rischio di passare per una sorta di autodafé femminista, di manifesto di un pentitismo fuori tempo massimo rispetto alle posizioni di quello che è stato ed è il movimento delle donne. Chi si aspetta di trovarci tutto questo, però, rimarrà deluso.
Perché nelle pagine di “Madri selvagge” sono ben riconoscibili ed esaltati (altro che negati), proprio molti temi dominanti del pensiero femminista degli ultimi trent’anni. E’ stato il femminismo a inaugurare un originale filone critico rispetto alle tecnologie che coinvolgono il corpo della donna e la generazione umana: un filone che anche in Italia ha dato molti frutti. E mai il femminismo ha accettato a scatola chiusa le “promesse luccicanti” della tecnoscienza.

Come sottolineano le autrici di questo pamphlet (che è insieme un appassionato racconto autocoscienziale, un “romanzo antropologico”, un’inchiesta giornalistica e anche la dimostrazione di quanto creativa possa essere l’amicizia tra donne), le loro “non sono certo domande nuove venute in mente a noi. Il movimento delle donne se le pone dagli anni Ottanta, quando alcune iniziarono a discutere delle biotecnologie, chiedendosi perché proprio sul corpo delle donne, dopo averlo provato sugli animali, inizia la più impensabile delle intrusioni, fin dentro i meccanismi che danno origine alla vita umana, e perché sia il desiderio femminile il grimaldello che consente alle biotecnologie, tecniche largamente sperimentali e ancora rozze, di essere accolte con entusiasmo come portatrici di salute e libertà. Il ventre materno è diventato campo di sperimentazione e luogo di esercizio del potere tecnoscientifico per eccellenza”.

Paola Tavella e Alessandra Di Pietro, che non si accontentano dell’oleografia del materno “in provetta” santificato sui rotocalchi nel fuoco della battaglia pseudo-laica contro la legge 40, decidono quindi di andare a “vedere”: parlano, si confrontano, si documentano, usano la pratica del femminismo, la regola aurea del partire da sé, per scoprire (ma è una conferma) che le loro stesse riserve sul potere salvifico della tecnoscienza sono patrimonio, questo sì davvero condiviso, della maggior parte del femminismo in giro per il mondo. Da qui nascerà la loro scelta di astenersi ai referendum, correndo il “rischio” di trovarsi dalla stessa parte di Ruini. Fatto che non le turba, così come probabilmente non turberebbe Judy Norsigian, direttrice del Boston Women’s Health Book Collective (autore del bestseller “Noi e il nostro corpo”, uno dei testi fondamentali del femminismo degli anni Settanta) che chiede a sua volta una moratoria sulla clonazione degli embrioni umani. Proposta che, scrive, “è frutto di un’ampia discussione e di una mediazione elevata all’interno del movimento femminista mondiale per la salute della donna”. Piuttosto, ci sarebbe da chiedersi perché in Italia il movimento delle donne sia così reticente nel denunciare la “tecnorapina” degli ovociti, alla quale Di Pietro e Tavella dedicano un documentato capitolo. La spiegazione, per questa e altre anomalie, la dà involontariamente Elena del Grosso, su Liberazione: “I ragionamenti che da anni andiamo facendo sulla manipolazione della vita in generale e nello specifico sulle biopolitiche che attraversano, tagliano e ridisegnano i nostri corpi, non sono stati dimenticati durante la campagna referendaria. Sono però stati messi momentaneamente da parte in nome di una minaccia proveniente direttamente dalle gerarchie vaticane”. La paura di Ruini, dunque, è più forte del rischio di finire appiattite sui partiti e ingoiate dalla logica della tecnoscienza. Ma non è una buona politica, per le donne, dimenticarsi di se stesse, nemmeno “momentaneamente”. E Di Pietro e Tavella, nel loro libro, lo dimostrano”.

Pubblicato su Bergamoblog.it]

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...