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Serena Fuart: Madri Selvagge – da Libreria delle Donne – Circolo della Rosa

Serena Fuart: Madri Selvagge – da Libreria delle Donne – Circolo della Rosa

“Che cosa è diventata la maternità e che significa oggi essere madri? Quanto è considerato il corpo della donna e il suo desiderio di procreare? Le tecniche di procreazione assistita danno alle donne la possibilità di arrivare dove la natura ha fallito, ma questa è sempre e comunque una conquista? Queste alcune domande su cui si è discusso il 19 maggio al Circolo della rosa, a partire dal libro Madri selvagge (Einaudi, Torino, 2005) in cui le autrici, Alessandra Di Pietro e Paola Tavella, indagano e denunciano la tecnorapina del corpo femminile: dalle speculazioni nascoste dietro alla maternità alle vere ragioni della sterilità, dal commercio di ovociti all’eugenetica, dalla differenza fra embrione e feto all’ansia di controllo sul corpo gravido. Lo scopo delle autrici è mettere in guardia dal rischio di sottrarre la maternità al sapere femminile affidandola a una gestione medicale che governa, cataloga e gestisce. Il libro e le teorie in esso contenuto sono state, nel corso della serata, terreno di discussione con le autrici. Sono emersi pareri e idee molto diversi tra loro.

“Si tratta di un testo che ha fatto molto discutere perchè è un libro che ha preso delle posizioni non consuete e, secondo me, molto coraggiose sulla maternità in senso lato”. 
Introduce così Madri Selvagge, Mariangela Mianiti che dà inizio alla discussione e al dialogo con le autrici, Paola Tavella e Alessandra Di Pietro, presenti per l’occasione.
”Lo spunto è stato il referendum sulla legge 40 – continua Mariangela – ovvero sulla fecondazione assistita e, trovandosi a lavorare per promuovere il referendum, si sono addentrate in una materia non facile da esplorare. Il libro è coraggioso perchè costringe chi lo legge a tornare a riflettere in maniera politica sulla maternità, sulla gravidanza e sull’ inseminazione artificiale, a cui nel sottotitolo le autrici hanno dato nome di tecnorapina. 
Il sottotitolo è di per sé svelante: contro la tecnorapina del corpo femminile. Il testo è densissimo di dati, riporta testimonianze, esperienze personali dirette e indirette, svolge ogni tema e ogni aspetto che riguarda la gravidanza e maternità senza fermarsi di fronte a nulla, nemmeno a questioni politicamente difficili. Ci sono tre capitoli centrali dai quali, a cascata, nascono gli altri, ponendo l’attenzione sugli aspetti più politici della maternità. Maternaglia, titolo di uno dei capitoli, esplora il significato della maternità, che cos’è essere madri al di fuori di qualunque agiografia, frase detta, stereotipo. Le autrici riportano il pensiero e il discorso su una questione di fondo su cui tutte dovremmo tornare a riflettere. Riflettere sul problema del corpo. Corpo inteso non soltanto come corpo di madre ma corpo nel senso che, attraverso questo, su questo, si fa politica. Quello che Alessandra e Paola illustrano e descrivono nel libro è un grido di attenzione, un’esortazione a tornare ad essere attente al proprio corpo e alla propria sensibilità. Il tema principale del libro è essere madri. E si parla di tecnologia. Quella che permette oggi l’inseminazione artificiale a molte donne che non possono avere figli e che lo desiderano, la tecnologia che ha dato a molte l’illusione che qualunque barriera sia superabile e facilmente eliminabile dal nostro percorso. All’insegna del motto arriviamo dove il nostro desiderio ci porta moltissime donne si sottopongono all’inseminazione e sperano che, ricorrendo a questa, si risolva la questione del desiderio di diventare madri. Alessandra e Paola esortano a stare attente: il problema non è solo questo. E’ necessario riflettere sul perchè si vuole diventare madri o perchè oggi molte donne pensano che si è donne soltanto se si è madri. Le autrici illustrano molto bene i tanti altri modi che abbiamo a disposizione per essere feconde. Non c’è solo una fecondità dell’utero o verso un figlio biologico, esiste una fecondità allargata che la politica delle donne ha ampiamente sottolineato e reso fondamentale, è la politica del rapporto della sorellanza, di essere madri non soltanto di chi si è partorito ma avere un atteggiamento materno in senso lato. Già questo punto porterebbe moltissime donne a riflettere sulla necessità o sul desiderio sfrenato di maternità. Tra gli aspetti molto belli del libro, il fatto che le autrici non danno giudizi. Inoltre è scritto con un’estrema sensibilità e delicatezza. Nessun giudizio quindi, al contrario vengono riportati casi che invitano a pensare e a riflettere. Devo dire che, anche nell’humus dove il libro cresce, c’è una grande qualità femminile che è quella dell’ascolto, capacità dell’ascolto, assorbimento, ascoltare per portare dentro di sè le esperienze dell’altro per farne tesoro. Questa capacità empatica della comprensione dell’altrui desiderio aiuta a capire il proprio e dà alle relazioni, al mondo alla politica, una caratteristica femminile. 
Per tornare a Maternaglia, uno dei tre capitoli centrali, la questione in evidenza è quella dell’essere madre e su cos’è questa tecnologia che invade il corpo della donna e lo occupa, a volte senza neanche informarla di ciò che sta succedendo. Alessandra e Paola sono molto precise nel descrivere in che cosa consista l’inseminazione. La questione della donazione del seme non è affatto una cosa scontata, le autrici riescono a far trapelare la tristezza di un uomo che si deve mastrubare. C’è poi l’aspetto della fecondazione dell’ovulo, del bombardamento ormonale a cui sono sottoposte le donne per aumentare la produzione di ovociti prelevati, inseminati e reimpiantati. E questo si porta sempre dietro un grandissimo dolore anche fisico, sono citati moltissimi esempi di donne che l’hanno fatto e hanno vissuto questa esperienza con sofferenza. Chi non c’è riuscita percepisce l’arrivo delle mestruazioni come qualcosa di luttuoso. Solo da questo fatto possiamo avere l’idea del carico di aspettative che l’inseminazione artificiale porta con sè. Non dimentichiamo poi il delirio di onnipotenza, questione sulla quale Alessandra e Paola invitano a riflettere, a riconoscere i propri limiti, limiti dati dalla natura che non permette a certi corpi di partorire perchè dà loro altre possibilità. Delirio di onnipotenza che fa loro credere di poter fare tutto: essere madri, lavoratrici ecc. Paola racconta una sua esperienza personale, di quando, al ritorno da una vacanza in cui aveva lasciato i figli al padre, si ritrova tutto sotto sopra. In quel momento si è resa conto che volenti o nolenti le madri sono indispensabili almeno fino a un certo punto della vita dei figli. Il loro è un invito accorato a pensare a tutto questo, cosa che spesso tutte noi o molte di noi si dimenticano strada facendo. Una delle cose peggiori che le donne possono fare è raccontarsi favole. La sincerità e la capacità di confronto diretto fra donne è una delle più grandi ricchezze che le donne hanno ed è una ricchezza che è presente in questo libro, che diviene ricchezza politica perchè elimina ipocrisia e possibilità di manipolaizone. Eugenetica e Sugli embrioni, sono gli altri due capitoli che, secondo me, sono pregnanti dal punto di vista politico, che scateneranno e hanno scatenato discussioni e differenze di opinioni. 
Le autrici invitano a delle riflessioni piuttosto scomode. Mi ha molto colpito quando prendono in esame la necessità dell’ammniocentesi e fanno un discorso molto chiaro: nessuno dice alle donne che l’amniocentesi comporta il doppio del rischi di avere un bambino down. Questo non viene detto tanto che Alessandra si è rifiutata (quando ha avuto le due gravidanze) di farla. Ma al di là di questo c’è un altro aspetto. Non si tratta di smettere di fare questi accertamenti prenatali per risparmiare alle donne sofferenza. Attenzione però, non demonizziamo chi questa scelta non vuole farla e accetta di crescere un bambino diverso e di dare a un bambino più fragile la possibilità di esistere. Il rischio che tutto questo venga accomunato al Movimento della Vita è molto alto però riconosco a loro il grande coraggio di dirlo, di dirlo come donne di sinistra e come femministe che hanno una storia importante.
C’è poi un aspetto che ad Alessandra sta a cuore ed è quello della rapina delle uova. Per rapina delle uova, non si intende soltanto il mercato degli ovociti cioè la compravendita per l’inseminazione, si intende anche la ricerca delle cellule staminali. 
Non c’è solo il mercato degli ovociti (in cui tra l’altro si va a stimolare ragazze di Paesi poveri illudendole che non ci sono conseguenze fisiche), siamo ancora una volta in un campo dove la medicalizzazione, la tecnologia viene imposta da un pensiero maschile sul corpo femminile. Sono gli uomini, le case farmaceutiche, i politici che decidono quali devono essere le politiche corrette e giuste sulla natalità, sulla procreazione assistita e non assistita, tant’è che poi raccontano (la autrici, ndr) molto bene quali sono le ingerenze che una donna che partorisce si trova ad affrontare: il travaglio, i cesarei che sono in grande aumento (in campagna sono più del 50%). La medicalizzazione è diventata incursione nel corpo femminile al punto che, ogni mese, le giovani donne sono portate a fare ecografie, analisi del sangue, controlli del peso. Poi, non contenti, quando il bambino nasce lo si tiene sempre sotto controllo. C’è tutto un sistema intorno alla maternità, un sistema di potere maschile che adesso sta diventanto scientifico e tecnologico. L’ulitma questione che voglio affrontare riguarda l’embrione. Una cosa che hanno scritto e che mi ha molto colpito è il sentire dentro di sè l’embrione. Sorvolo sulla differenza tra feto ed embrione, su questo già gli uomini si sono scatentati. Le autrici si chiedono cos’è questo embrione, a cosa serve fare questa differenza. Ognuna di noi comunque sa che quella è una vita, che la si porti avanti o che si decida di interromperla, ognuna di noi sa che c’è una vita al di là del nome che si dà. E questa è un’affermazione, molto coraggiosa, che riporta alla legge 194, ne ricorda lo spirito, ovvero permettere alle donne che lo vogliono di fare un’interruzione di gravidanza nelle condizioni mediche migliori possibili e senza essere perseguite penalmente. Quindi nessuna di noi ha mai pensato all’aborto come una liberazione, liberarsi di un figlio non desiderato, però questa cosa non è mai stata detta perchè per molto tempo a sinistra c’era una sorta di pudore a non rivelare a non dichiarare questo fatto. Beh, loro lo fanno, mettono in guardia: l’aborto non è una cosa indolore è una vita che noi ci portiamo dentro”.

Il dibattito inizia con l’intervento di una delle autrici, Alessandra Tavella, che precisa il sottotitolo del libro Contro la tecnorapina del corpo femminile.
”Si riferisce solo in parte alle tecniche di procreazioni assistita – dice – . Fa riferimento al miraggio delle biotecnologie e non solo quelle. Concerne il mondo infinto di cui fanno parte migliaia di questioni che vanno dal medicinale alla nuova insulina prodotta, dalla capretta geneticamente modificata ai fiori colorati, fino alla ricerca sulle cellule staminali. Questioni che ci vengono vendute in un certo modo, mentre in realtà il funzionamento, meglio il non funzionamento, è un altro. Il riferimento però è più ampio e ci tengo a puntualizzarlo. La sintesi dei giornali ha riportato titoli molto perentori e assertivi su di noi: Due femministe contro la provetta. Non abbiamo mai scritto una frase del genere non siamo contro la provetta nè contro chi ne fa ricorso”.
Riguardo un dei capitoli, Maternaglia, Alessandra racconta di quando l’ha scritto con Paola. Entrambe si chiedevano se non fosse banale raccontare com’era difficile far star insieme figli, lavoro, impegni sociali, vacanze. “Poi però ci siamo rese conto – racconta Alessandra – che durante il dibattito sul referendum è accaduto un passaggio. Si trattava di un’idealizzazione, un’ideologia della maternità in cui sembrava che diventare madri fosse solo un desiderio a cui dare una risposta immediata, impellente. Tutto ciò che invece concerneva la gestione della maternità nella vita quotidiana non era menzionato nella scena pubblica e politica. Sembrava quindi ci fosse un’urgenza, un’emergenza soltanto legata alla legge (legge 40, ndr). La necessità di una politica che ruoti intorno la gestione della maternità in Italia ha sempre fatto molta fatica ad affermarsi. Si deve solo a Livia Turco l’averla inserita con un certo peso nell’agenda politica. Ora sembra che questa questione sia nuovamente scomparsa”.
”Il senso di questo capitolo – continua l’autrice – è riportare l’attenzione sulla questione della gestione della vita di una madre, sulla sua quotidianità. E’ come fare la differenza tra un grande chef e chi cucina quotidianamente per una famiglia”
Il delirio di onnipotenza poi è un altro dei grandi temi su cui ci siamo confrontate, ed è stato uno dei punti più criticati”.
 Il capitolo sulla rapina delle uova è quello che le sta più a cuore, dice. “E’ come il brutto anatroccolo – racconta – , il nostro figlio più caro, quello che abbiamo curato maggiormente ma che ci ha fatto soffrire di più. Nessuno sembra averci fatto caso. Nessuno l’ ha citato e ci è sembrato strano, pensavamo potesse essere il vero colpo di scena. Si è discusso per settimane circa la ricerca sulle cellule staminali, parlando dell’embrione come fosse il centro del mondo. Ci si dimentica sempre però che, a donare gli ovuli, sono le donne.” L’autrice fa riferimento allo scandalo del veterinario coreano che otteneva gli ovuli per la sua ricerca (risultata poi fasulla) dalle ricercatrici che lavoravano nel suo laboratorio, ragazze che stavano in relazione con lui in un rapporto subordinato di potere, e che avevano dato, contro ogni regola, una parte del loro corpo per quell’impresa. Abbiamo scoperto che, su questi argomenti, solo l’Avvenire ha fatto un reportage raccontando di bambine rumene che vengono prelevate dalla strada e stimolate per gli ovuli. Una volta ottenuti le si rimanda al loro destino e, in caso di complicazioni successive o infezioni, sono lasciate a se stesse. In India gli ovuli sono un mercato. Insomma questo capitolo ci sembrava importante in quanto avrebbe permesso di focalizzare l’attenzione sul fatto che a produrre le cellule staminali sono le donne. Il discorso invece viaggia su due canali surreali: uno è l’efficacia, mai provata da nessuna parte al mondo, in nessun protocollo di cura, di queste cellule; l’altro canale riguarda la salvaguardia dell’embrione. Ma come facciamo a discutere dell’embrione se prima non ci preoccupiamo di chi lo fornisce? Ancora una volta la discussione non è l’embrione, l’orfanello su cui tutti hanno fatto a gara per diventarne il papà, parlo di vescovi, Ruini, Ferrara. Noi abbiamo voluto spostare l’attenzione sul corpo delle donne, cosa che tutti hanno volutamente ignorato in quanto non hanno e non conoscono parole per poterne parlare. Inoltre fa molto più comodo parlare di un embrione da proteggere piuttosto che di un corpo che deve fornire la materia prima per poi proseguire su quella strada”.
L’autrice affronta infine il tema del taglio cesareo. “A Messina è stato raggiunto il 66% dei casi. L’Oms parla di un massimo del 15%. Si tratta di un dato scientificamente giustificabile o è una tecnorapina anche quella?”

Il primo intervento è di una partecipante che intende sottolineare come l’aborto non sia un diritto ma un potere. “Se ci si mette in relazione con ciò che si ha dentro di sé, questa diventa vita – dice -. Non credo sia un tabù, fra noi è sempre stato molto chiaro, più o meno detto o non detto. Andando avanti negli anni della mia esperienza, nella lunga gestione di una vita fertile, ho capito molto più profondamente perché l’aborto non è un diritto. Non è un diritto è un potere. Ho compreso come il potere di dare la vita sia intrecciato a questo, non esiste una cosa senza l’altra”.
A proposito di questo la partecipante racconta di statue di dee greche che hanno un filo uscente dalla vagina, filo che si può interrompere o tessere. “Trovo importante dirsi che si tratta di potere di vita e di morte” conclude.

“Ho presentato qualche mese un testo di Luciana Percovich “La coscienza nel corpo” – esordisce Gabriella, in un succesivo intevento – Quello che è straordinario di quel libro sono i volantini e i documenti degli Anni Settanta, volantini di una forza, potenza straordinaria, coscienza e consapevolezza del rapporto fra se stesse, la salute, i medici, lo stato, il potere, il maschio. C’è stato in quegli anni un recupero straordinario di potere, di consapevolezza a proposito di maternità e salute. Ho trovato in questo libro la stessa forza di quelle pagine degli Anni Settanta. Io per un’altra strada, tre anni fa, ho iniziato a raccogliere articoli di giornali sulla genetica e sono arrivata al referendum avendo fatto una riflessione diversa dalla vostra, non avevo nessun elemento e coraggio di affrontare profondamente e con competenza tutti quei problemi. Il lavoro è diverso ma si congloba e questo mi fa pensare che il movimento c’è sempre”.

Un’altra partecipante, Katia, ringrazia le autrici del loro lavoro e invita tutte le donne e gli uomini (questi soprattutto) a leggerlo perché “…non è un libro per donne soltanto. Io sono riuscita a venderlo, purtroppo, solo alle donne. Dagli uomini che vedevano il titolo, mi sentivo rispondere che la questione non li concerneva. In realtà li riguarda moltissimo: si parla di infertilità infatti che è altissima in generale, soprattutto quella maschile. Gli uomini su questo molto sensibili, potrebbe quindi essere un’occasione per muoverli in questa battaglia che, dovrebbe essere secondo me, comune, in quanto si tratta di una resistenza che dovremmo cercare di fare come si trattasse di un attentato alla vita tutta, anche se sicuramente noi donne abbiamo, per nostro trascorso storico, molta esperienza. Sono state vinte battaglie importanti dal femminismo. Paola Tavella ha detto abbiamo abbassato la guardia, nelle generazioni successive ci siamo sentite sicure. La situazione che ci descrivete è gravissima, per me è stato triste scoprire che si è parlato poco di questo libro, non pensavo che ci potesse essere tra i giornali di sinistra questa capacità di dire ‘no’ a queste tematiche, figlie di un pensiero di sinistra. Ho cercato su Internet per vedere se fossi io per caso ad aver perso degli articoli, invece non ho trovato nulla, a parte un paio di orribili scritti fondati per metà su menzogne, cose non vere che possono essere dette perché non c’è informazione. Prima di leggere questo libro infatti mi si potevano raccontare molte cose sulla fecondazione assistita, non ne sapevo nulla. Nonostante la poca informazione però mi si è chiesto di andare a votare. 
Katia invita caldamente a leggere il libro perché, dice “da qui passa la rivoluzione femminista. Se non vinciamo questa battaglia difficilmente potremmo vincerne delle altre. Noi siamo produttrici di uova ma in numero molto limitato. Alcuni scienziati rinunciano a ricerche sulle cellule staminali perché non hanno ovociti sufficienti. Si tratta di una grande illusione che ci vendono. I numeri sulle nostre cellule parlano chiaro. Ci deve essere una tecnologia svincolata dalle regole di mercato. 
E comunque viene da chiedersi: questa infertilità su cui si va ad aprire un bel mercato, è un’infertilità casuale? I politici dovrebbero interrogarsi sul tasso dell’infertilità, potrebbe non è casuale visti i soldi che ci si può fare sopra”.

In un intervento successivo, Giulia riprende un’affermazione fatta da Katia quando parla di ‘attentato alla vita’. “Non sono del tutto d’accordo. Mi sembra piuttosto sia stato messo sotto attacco il potere di dare la vita di cui Tavella ha accennato. Questa è la questione che, secondo me, vale la pena affrontare”.
Chiede poi alla autrici se ci hanno pensato, e quali sono stati, da trent’anni a questa parte, i processi di simbolizzazione del potere di dare la vita. “Secondo me questo non ha avuto parole e simboli che si siano depositati se non in negativo”.
Giulia racconta poi di essere rimasta molto colpita nel constatare che sui sarcofagi di donne egizie è presente un simbolo, somigliante al simbolo femminista, significanti vita e potere. “Quando Tavella ha parlato del potere di dare la vita mi sono chiesta se i simboli di questi due concetti non si siano fermati a al tempo dei sarcofagi, in particolare quelli per le autorità egizie. In quel caso il processo di simbolizzazione era andato avanti mentre la simbolizzazione del potere a dare la vita, per quel che ne so, negli anni non è affatto progredito”.

L’intervento di Liliana Rampello pone due questioni molto importanti: il senso di colpa e il desiderio femminile di maternità.
”Quando dite il potere della vita e della morte – dice Liliana – questo mi fa un po’ di paura. Sono perfettamente d’accordo che non si tratta di un diritto, parlare di diritto è porre politicamente in modo errato la questione però se io ritengo che la vita c’è se c’è la relazione. Questo l’ho imparato politicamente con altre donne, ma soprattutto facendo esperienza prima di un aborto spontaneo poi di una gravidanza riuscita. Resto sempre stupefatta dal potere di vita di morte. Il pericolo che vedo è il senso di colpa. Detesto profondamente chi si azzardi a insidiare il senso di colpa nelle scelte delle donne. Mi chiedo in che misura, nella vostra riflessione, affrontate questo elemento pericolosissimo (la Chiesa parla di omicidio, addirittura). Tutti questi fantasmi sono pericolosissimi per le donne qualsiasi siano gli strumenti culturali posseduti e la situazione sociale in cui si collocano. 
Volevo capire se avete pensato alla questione della colpa rispetto a quella della vita. E’ chiaro che, se la vita comincia quando io acconsento, non può esistere il senso di colpa. Se dico si alla vita il problema dell’aborto non c’è. Se dico no significa che non voglio una relazione quindi non ho vita dentro di me. L’autrice dice che, da subito, una donna sa che dentro di lei c’è una vita e su questo vorrei discutere”.
La seconda questione riugarda il desiderio di maternità “La maternità non è solo quella biologica – dice Liliana – però voi dite ci può essere da parte della società una sorta di comando esterno a procreare a tutti i costi, sembra che la società faccia credere che procreare sia l’unica cosa bella e importante per una donna. Ma nell’affrontare questa questione c’è un altro aspetto delicatissimo: il desiderio femminile di maternità. Ho due amici maschi le cui mogli hanno avuto dei bambini con l’inseminazione artificiale e, in questo momento, sono delle coppie felici”.

Vita Cosentino nel suo intervento riprende le due stesse questioni di cui parlava Liliana ponendole però in un’altra chiave.
”Una donna ha il potere di vita e di morte. Giuliano Ferrara ha affermato che le donne si arrogano il potere di vita e di morte. Gli è stato risposto: non ce lo arroghiamo. Ce l’abbiamo. 
Questo fatto fa moltissima paura a un uomo. Il problema è la paura maschile suscitato da questa questione, il potere di vita e di morte.
Il desiderio è stata una delle questioni più confuse del dibattito della legge 40, continua Vita. “Si dice il desiderio è il desiderio ma sembra quasi non ci sia più il senso di quanto una donna permetta l’invasione del proprio corpo per attuare questo desiderio. Mentre sul tema dell’invasione del corpo si andava caute e si cercavano pratiche anche fatte tra donne, sembra quasi, in questo dibattito, che questa disponibilità in nome del desiderio a farsi invadere, a subire, a farsi massacrare, non si possa regolare, non ci sia un senso di sé corporeo che limiti”.

“Vi ho sentito da Ferrara e ho letto golosamente le cose che venivano scritte su di voi chiedendomi come mai ero così attratta da queste vostre tesi – esordisce in un altro intervento Sandra Bonfiglioli – . Ora mi è più chiaro di prima e ho subito sentito un senso di liberazione. Liberazione da quello che, a mio avviso, stava diventando una sorta di retorica per cui certe cose non era facile dirle. Mi è piaciuta la presentazione, la condivido profondamente, mi è piaciuto il fatto che avete saputo trovare le parole per rompere questo tabù della sinistra che si era confuso con tante esperienze del percorso di noi donne. Intanto avete posto il valore del limite, questione che a mio avviso coincide quasi con il riparlare dell’espressione del corpo, nei confronti del quale possiamo porre un pensiero altro rispetto alla scienza. Ragionamenti non necessariamente alternativi ma che possono rimanere in dialogo, anche sapiente, purchè non si abbandoni la centralità del corpo e del limite. La scienza si presenta inizialmente come scienza oggettiva. Quando diventa tecnologia assume però le spoglie di qualcosa che libera dal limite in veste positiva e non si può sconfiggere questo suo potere in quanto in parte vero. Il fatto di riprendere il tema del corpo e del limite può trovare una sapienza nuova che non è né una posizione oppositiva in toto né, al contrario completamente adesiva all’idea della liberazione. Credo che in questa trappola sono finite molte donne.
La cosa che mi è piaciuta molto è inoltre lo spostamento dal concetto di diritto al concetto di potere. Credo si possa lavorare seriamente sul potere grazie alla nostra familiarità con questa concezione quasi biblica che abbiamo, in quanto frequentiamo così da vicino l’esperienza della vita e della morte, così profondamente intrecciate. Lì si può entrare nel tema della saggezza e voi l’avete fatto con grazia. La saggezza, il saper gestire questo potere sempre pensato come potere divino. Allora questo esercizio della saggezza credo faccia giustizia di molte questioni di cui prima ha parlato Liliana Rampello come il senso di colpa, il diritto, la contrapposizione, questa retorica che a me stava molto stretta”.

Alcune posizioni discordanti le esprime nel suo intervento Virginia che racconta la sua storia, quella della nascita di una figlia riuscita grazie alle tecniche di fecondazione assistita: “sono madre felice di una bambina concepita con l’inseminazione artificiale. E’ figlia di uno spermatozoo di suo padre e di un mio uovo.
Ho chiesto l’amniocentesi e ho partorito con un parto cesareo perché mia figlia rischiava la vita, ho fatto tutte le cose ‘cattive’ citate dal libro. Tutto si è svolto in Francia dove c’era, rispetto all’Italia, una libertà di pensiero molto ampia. Ognuno in pratica fa quello che desidera”
”L’intervista di Marina Terragni (un’intervista con le autrici, ndr) mi ha offesa, il linguaggio giornalistico è molto veloce – continua Virginia e cita una delle frasi che l’ha maggiormente vessata: “Cosa consiglia a una donna che non può avere figli?” – “Di farsi un viaggio” 
”L’ho trovato offesivo” Dice.
”Siamo cattolici di sinistra, della ricerca non mi sarei fidata, anche se mi ha aiutato. Il desiderio era mio e non è stato imposto da nessuno. Non mi sono sentita invasa. Si trattava del mio desiderio e di quello di mio marito. Non mi fidavo di dare embrioni alla ricerca (senza sapere a chi e per che cosa), si tratta di vita, la relazione c’era da prima che arrivasse. Di ovuli, Dio me ne ha dato uno e al primo tentativo sono rimasta incinta. Nel 1998 ho chiesto consiglio pensando a un secondo bambino.
La critica che Virginia muove è che “…non avete intervistato noi fortunate, non è vero che non vi schierate, i racconti che voi fate spingono a un pensiero e non a un altro, il mio caso non c’è nel vostro libro e credo che il diritto delle donne sia quella della condivisione dell’informazione e di raccontarsi le cose come stanno. Di quelle come me ce ne sono tante. Quando nel 1998 ho chiesto consiglio non mi hanno creduto sul fatto che sono rimasta incinta con un solo ovulo. Mi è stato risposto poi che, se volevo, potevo mettermi in lista d’attesa.
Il nostro diritto e dovere come donne è raccontare le cose da tutti i punti di vista, anche il vostro. Intendo che si dovrebbe raccontare anche di quelle come me che sono costrette ad andare in Francia”
”Ho 43 anni – dice ancora -, credo nella supremazia delle donne e che queste sbaglino a imitare gli uomini per essere superiori, sono convinta che ci debba essere il dialogo.
Una delle cose dette questa sera era che ‘le donne non vengono informate su quello che succede loro’, io vi dico che ho saputo, minuto per minuto, quello che accadeva, a cosa andavo incontro. Mi sono stati fatti addirittura i piani in caso di fallimento.
Perché non lavorare sul fatto di aprire le barriere dell’informazione? Anche sulla possibilità di avere un figlio in maniera non naturale”.

Sulla scia di quanto detto da Virginia interviene Maria “Mi associo a quanto ha detto Virginia. Non sono stata fortunata come lei (ad avere un figlio, ndr) per ragioni di età però il vostro libro fa delle denuncie fermandosi però solo a quello e lo trovo sbagliato. Il testo dovrebbe invece evidenziare quello che, per fortuna, la tecnologia permette a certe coppie. 
Maria puntualizza due questioni di linguaggio “Per la coppia è bene usare spesso anche il plurale. E’ anche bene anche non usare il termine di fecondazione artificiale ma soltanto quello di fecondazione assistita, perché una coppia ne farebbe volentieri a meno se la natura gliel’avesse permesso. Secondo me è più rispettoso parlare di fecondazione assistita in quanto non c’è niente di artificiale, possono esserci al limite scelte eterologhe, che sono fatti personali, ma sono sempre assistite. Ribadisco che una coppia ne farebbe volentieri a meno se potesse e comunque andrebbero riferiti con molta più franchezza e onestà tutti i casi felici e positivamente risolti”.

Ida Farè interviene dicendosi d’accordo con l’intervento delle autrici e con le problematiche che sono state capaci di sollevare e portare in un momento difficile come questo. 
”Vorrei che, a partire da questa esperienza che ha un po’ rotto le cose tra destra e sinistra, si parlasse ancora a proposito del desiderio femminile. Perché questo concetto vuol dire tutto e niente. Mi piacerebbe che il pensiero femminile entrasse maggiormente dentro il limite della scienza, che potesse dire una parola propria, importante e più interessante riguardo quello che è la scienza. Scienza che comunque è governata dagli uomini. Mi piacerebbe una parola femminile sul limite e sulla scienza. Quando si parla di queste donne felici, sono contenta, però, nel caso di Virginia, questo bambino è stato concepito con suo marito, con un percorso. Mi chiedo come sarebbe se venisse concepito con un uomo che non è il marito o con un controllo ancora maggiore? Ci sono delle gradualità che sono molto interessanti. Vorrei appunto che le donne si esprimessero. Anche Mariangela Manniti l’ha suggerito: dire qualche cosa che, partendo da sé, voli alto e arrivi agli scienziati, alle multinazionali, speculatori sul corpo delle donne. La mia posizione è quella di fare un salto in avanti, altrimenti è come ci fosse uno scarto tra il desiderio femminile da una parte e dall’altra un governo alto che costringe a fare determinati percorsi. Sono convinta che qualcosa in mezzo ci debba stare”.

Il corpo come spazio pubblico e l’ascolto del desiderio sono i punti su cui si basa l’intervento di Lia Cigarini. 
”A me è sempre stato chiaro che il corpo è uno spazio pubblico, soprattutto il corpo delle donne. Sia dal punto di vista della scienza, che da quello della legge, del diritto, il corpo della donna è uno spazio pubblico. Credo che questo abbia significato il femminismo: la consapevolezza che il corpo delle donne sia uno spazio pubblico, quindi muoversi in questo con elaborazioni e mediazioni. Quando si è detto che il corpo, l’esperienza più intima, era politica, si intendeva credo questo. Era un punto fermo, non è una novità scoprire che ci sono delle manipolazioni su questo. C’è uno scontro politico, ci sono delle contraddizioni, mediazioni che le donne hanno fatto con la legge o con gli uomini. Quindi questo non è in discussione, anzi è lo spazio pubblico che la politica delle donne ha delimitato in quanto nessuno mai avrebbe pensato che l’esperienza intima e il corpo non appartenessero al privato. Sono state le donne a dirlo e quindi in tutti gli spazi pubblici c’è un conflitto che si gioca. 
La seconda questione riguarda gli interventi di Virginia e Maria. Io non ho avuto figli pur potendoli averi naturalmente, non li ho avuti in seguito a una decisione netta che risale all’adolescenza. Ovviamente mi sembra impressionante e strano fare i percorsi che avete fatto voi per rimanere incinte (le donne che si sono sottoposte alla fecondazione assistita, ndr). Il mio criterio rimane quello di cui parlava Virginia, cioè l’ascolto del desiderio delle donne. Che tipo di pratica è quella che dice ‘finché sono desideri assennati che vanno bene, sono pronta a seguirli, quando però il desiderio eccede, non più? Tengo fermo l’ascolto del desiderio delle donne perché non ho un altro criterio. Ci sono stati degli scontri violentissimi anche con le madri naturali. Però credo all’elaborazione di una competenza delle donne, che è stata chiamata competenza materna, una saggia amministrazione demografica. Discutiamo di questo: come facciamo a considerare eccessivo un desiderio di avere un figlio se una non può averlo naturalmente? Io sono per l’ascolto anche se ho lavorato perché il bambino delle donne non fosse necessariamente il bambino in carne ed ossa, ma la creazione di due tre, o più donne insieme, creazione come un romanzo, una sinfonia, un’invenzione politica”.

Nicla interviene presentandosi come un’epistemologa che si è interessata di filosofia della scienza femminista o di epistemologia femminista, discipline che in Italia non si praticano mentre sono molto studiata nei paesi anglosassoni in America.
Dopo aver letto quello che del libro è stato scritto sui giornali si chiede “Ma se il libro fosse stato scritto da due uomini avrebbe suscitato scalpore? Vi chiedo di essere consapevoli quando parlate di scienza e tecnologia, di distinguere le due. Avete fatto affermazioni molto pericolose sulla ricerca scientifica. Dove sta portando la ricerca scientifica nessuno lo sa. L’antitesi: donna da una parte e scienza dall’altra, mi sembra oggi come oggi pericolosa. C’è un discorso sulla salute di genere che una certa medicina ci aiuta a portare avanti come e anche una certa scienza. Sembra che il discorso oggi invece sia: la tecnologia da una parte e le donne che si devono difendere dall’altra”.

Mariangela Manniti riprende la parola invitando a leggere libro “E’ molto importante leggerlo in quanto è possibile così sfatare un sacco di falsi miti. E’ come andare alla fonte di un sentire che loro (le autrici, ndr) hanno espresso. Loro non sono contro la scienza, mettono in guardia su un uso sconsiderato di questa. Inoltre pongono l’accento sul pericolo del non sapere delle donne. Invitano queste quindi a informarsi, informarsi su quello che succede e che può succedere al loro corpo quando la scienza ci mette le mani”.

Paola Tavella conclude la serata con un ultimo intervento che risponde un po’ a tutte le questioni sollevate.
”Siamo state sole per tantissimo tempo – confessa.
”Vorrei rispondere all’intervento di Virginia, salutando la sua storia come faccio con tutte le storie di nascita, ovvero con un’evviva! Non ho niente contro le donne che scelgono il suo percorso. Non è questo il punto, ho un problema politico, non con le storie delle donne che usano questa tecnologia. Non ci sono desideri esagerati. Vorrei distinguere tra desiderio e diritto. La maternità non è un diritto. Non attiene a questa sfera. Riguardo il desiderio, essere all’ascolto del desiderio delle altre, per me, significa anche dialogarci. Io non mi metterei mai nella posizione di discutere con colei che ha scelto la fecondazione assistita.
Detesto inoltre il politicamente corretto sulle parole, uso fecondazione assistita e fecondazione artificiale come sinonimi, non credo che fecondazione artificiale sia una parola offensiva. Indica invece qualcosa che è rimosso, anche da questa discussione, cioè che si tratta di procreare senza rapporti sessuali”. 
L’autrice continua il suo intervento riprendendo il discorso dell’intervista di Marina Terragni. “Tante si sono sentite offese. Quell’intervista era lunga, era una discussione. Ci siamo ritrovate in tre femministe intorno a un tavolo e abbiamo parlato per ore al punto che non avremmo più voluto smettere. Poi però le convenzioni editoriali del giornale hanno imposto un numero limite di battute, numero a cui la giornalista ha dovuto attenersi… 
Quando poi il desiderio prende un posto così ambiguo sulla scena della rappresentazione simbolica diventa un grimaldello: va molto il concetto ‘siccome ci sono tante donne che desiderano un figlio, allora la tecno-scienza deve essere lasciata libera di fare di ogni’.
Concetto su cui io discuto molto”
L’autrice risponde a Giulia “Anche a me interessa molto la questione dei sarcofagi egizi, ho una grande passione per i simboli, mi piacciono, leggo e tendo a contemplarli, credo che ce ne siano di antichissimi e di praticabili, secondo me sono anche qui, tra noi, vivi ma sommersi. Sono state scritte parole molto belle da Eugenia Roccella sul corpo e sulla maternità, su quello che è successo sulla rappresentazione del corpo. Quello che è accaduto è che il materno è stato rimosso. Si tende a vederla in questi termini: Prendi solo nove chili poi torna tutto come prima. E’ raro vedere come una donna accetta serenamente il cambiamento che la maternità porta al corpo, un cambiamento irreversibile, che è per sempre, questo è una fonte di angoscia. Come Lia ha detto i nostri corpi sono luogo di conflitto pubblico e non solo affari nostri”.
L’autrice fa riferimento anche a una delle questioni sollevate da Liliana Rampello: la vita c’è quando c’è relazione. “Ci siamo accordate tutte su questa formula, rispecchia i miei sentimenti, è il modo migliore che esista di nominare questa stranissima cosa”. 
Racconta poi della sua esperienza “Ho avuto due aborti procurati e uno spontaneo. La cosa curiosa è che il feto dell’aborto spontaneo che pensavo di tenermi non l’ho sentito fin dall’inizio, quella relazione non l’avevo intrapresa, ma era vivo lo stesso, si muoveva…c’è un’oggettività di questa esperienza da cui non si può prescindere perché se lo facciamo siamo in una posizione svantaggiosa, non è una questione morale, credo che siamo moralissime, abbiamo fatto il più straordinario discorso di pratica etica. Non è quello, c’è una verità. La madre lo traghetta nel mondo e in quel caso hai potere di vita o di morte. Un’ecografia a cinque settimane mi ha mostrato che il cuore batteva e io non lo sapevo, l’ho visto e per me è cambiato tanto. Il che non significa che ora non abortirei. Io sono molto grata a tutte quelle che hanno detto d’aver provato sollievo a leggere questo libro”.

[da Libreria delle Donne – Circolo della Rosa]

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