GIOIA/KIDS

Adottati, diventati italiani, sempre discriminati

Mira ha sedici anni, studia, occupa il liceo, indossa leggings, minigonna, scarpe da ginnastica e ascolta musica dall’Ipod spostandosi libera per Roma. Questa ragazza italiana supera il metro e settantacinque di altezza, ha la pelle scura, i tratti del viso che ricalcano l’eredità pakistana della madre e della nonna: è bellissima. Mira non lo sa, ma i suoi genitori, libertari e progressisti, la sera discutono animatamente su come proteggerla, lei così visibile e splendida, da battute razziste, aggressioni di una testa calda, o anche solo da qualche villano che possa insolentirla per il suo  colorito esotico. Dice la madre: “Non voglio impedirle di uscire la sera, fare passi indietro sull’autonomia, impaurirla. Mi fido di lei e del suo buonsenso, però, sempre più spesso, vado a prenderla in macchina se fa tardi con gli amici”. Sono solamente ansie materne? Forse no.

Ogni anno l’Unar, Ufficio nazionale antidiscriminazione razziale (800 901 010), ente pur non molto conosciuto, riceve diecimila segnalazioni e, nei primi nove mesi del 2008, ha accertato 247 casi di violazione dei diritti fondamentali causati dalla solo colpa di appartenere ad un altra popolazione. Il picco degli atti di razzismo c’è stato nel 2005, quest’anno si potrebbe raggiungere il record, anche superarlo. Dunque, l’intolleranza dello straniero è consolidata. Il fatto nuovo è che, negli ultimi tempi, le cronache raccontano di oltraggi, aggressioni, intimidazioni contro giovani e bambini. Sono immigrati, rom, figli adottati, oppure naturali nati da coppie miste. Sono cittadini italiani, però non bastano i documenti, la perfetta dizione italiana e gli amici bianchi per metterli al riparo. Sotto attacco è il dato biologico e visibile dei tratti somatici differenti.

Racconta la madre di due creature brasiliane, una signora romana esperta di comunicazione  finanziaria, che “in sette anni, le mie figlie sono state insultate una sola volta, al parco”. Invece, da un paio di settimane, va da una scuola all’altra per discutere con le maestre, incontrare le altre mamme, rassicurare le bambine: “Alla più grande, che frequenta la prima media è stato detto di tornarsene al suo paese. L’altra, che ha sei anni, è stata tormentata per settimane da un compagno che la chiamava sporca negra. Sono episodi, ma loro due ne sono state scosse”. Le bambine frequentano scuole montessoriane, le insegnanti sono attente, i compagnetti che l’hanno insolentite vengono da famiglie benestanti, acculturate e democratiche. Secondo la mamma adottiva: “scuola e famiglia non controllano tutti i messaggi violenti. I piccoli guardano la tv, leggono un titolo di giornale, sentono per strada le offese rivolte agli stranieri e le ripetono”. Racconta Marco Formigoni, giornalista di Peacereporter, che quando Abba Salam Guibre, cittadino italiano originario del Burkina Faso, fu ammazzato dopo aver rubato una scatola di biscotti,  suo figlio, brasiliano, nove anni, gli chiese se era più a rischio degli altri “perché sono di colore marroncino”. Il padre disse di no, “ma, in cuor mio, so che incontrerà sempre gli stupidi ignoranti, come lui stesso li definisce. E’ stata sdoganata la vergogna dei convincimenti razzisti, chi prima borbottava sugli autobus contro i neri, adesso conciona, confidando nel silenzio assenso”. Matteo, impiegato di un istituto di previdenza, è sposato con una donna filippina. Hanno un figlio naturale dai marcati lineamenti orientali e “non ricordano un solo episodio di cattiveria in undici anni”. La scorsa estate, però, alla famiglia si è aggiunta un’adolescente filippina e muoveva i primi passi nella nuova città “quando ha visto la foto del cinese picchiato da un gruppo di italiani, a Tor Bellamonica, periferia romana. Si è identificata in quei tratti simili ai suoi e ha avuto pura di essere attaccata”. La ragazza frequenta con agio un’ottima scuola pubblica, va in giro da sola, ma il padre la chiama di continuo al telefono, “fingo un tono normale, ma sono in ansia e me ne dispiace”. I genitori adottivi sono sensibili, le loro creature hanno conosciuto il dolore e l’abbandono, dunque non sottovalutano neanche il primo segnale, si mobilitano per “i nostri figli negri”, per difenderli  “da un paese impaurito e astioso contro il mondo che cambia” come scrive Massimo Salomoni, padre adottivo, in una lettera che da agosto anima forum in rete.

“Il colore della pelle è tornato ad essere un problema, l’illusione che non fosse più così è durata poco”, dice Marco Griffini, fondatore e presidente di Aibi, Amici dei bambini, una delle più antiche associazioni impegnate sull’adozione internazionale. Griffini, che abita in provincia di Milano, ha tre figli maggiorenni: un’italiana, un brasiliano e un’africana. E’ tranquillo quando vanno in giro la notte? “Le due ragazze mi preoccupano alla stessa maniera. Semmai, rischiano entrambe perché sono donne, a prescindere dalla pelle”. Sta più in pensiero per il figlio brasiliano, 19 anni, cui chiedono i documenti “ogni volta che mette piede su un treno: l’attenzione è puntata sul maschio, giovane e nero”. Nina, italiana e impiegata, è sposata con un ivoriano e il loro bambino, undici anni, “alto, bellissimo, amante del pallone”, non è mai stato offeso, ma lei lo “allerta” sulla cattiveria che potrà incontrare: “Gli spiego che il colore della pelle è un pretesto, un altro coetaneo sarà preso in giro perché è basso, grasso o brufoloso”. Nina, intanto, incoraggia l’orgoglio del figlio per le radici africane, lui che si sente, allo stesso tempo, “assolutamente italiano”, poiché è convinta che “mescolando, come abbiamo fatto io e mio marito, ci si migliora”. I genitori ci provano a rendere i figli più forti, a sostenerli, a mostragli il mondo migliore e ad inventarlo con loro, poiché nessuno si è pentito di aver adottato un bambino colorato, di aver sposato un africano o un’indiana, e tutti lo rifarebbero. Non è semplice però. Martina è madre di una bimba brasiliana che ha la pelle scura e di nome fa Bianca.  A propinarle il tormentone “ma come fai a chiamarti Bianca se sei nera?”, non sono solo i bambini, ma anche i grandi, pure gli sconosciuti. Bianca, orgogliosa del suo colore caffelatte, all’inizio ne era ferita, adesso, con ironia, risponde: “Che battuta originale, complimenti”. Ha imparato a riderne, glielo ha insegnato la sua mamma, fregandosene entrambe del fatto che da ridere c’è veramente poco.

[Pubblicato su Gioia, 03/2008]

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