GIOIA/PERSONE

Volfango De Biasi

Nell’Aula Magna di Sociologia, a Roma, studenti, professori e dirigenti televisivi applaudono il documentario Solo amore, indagine cruda e poetica, senza censure né voyeurismi, sul più romantico dei sentimenti “nell’era post moderna”. Coppie sadomaso, scambisti, ex frati, trans, gay e ragazzi qualsiasi alternano i racconti delle loro storie di coppia, musica sperimentale di Michele Braga. Una visione per cultori che, forse, andrà in onda, a notte fonda,  su un canale satellitare. La firma Volfango “Volf” De Biasi, 36 anni, regista di Come tu mi vuoi, la teen comedy con Cristiana Capotondi e Nicola Vaporidis, avventura di una intelligente e brutta studentessa che diventando bella ottiene onori, amore e denari (otto milioni di incassi il film, 50 mila copie l’omonimo romanzo pubblicato da Mondadori). Per De Biasi non c’è contraddizione tra due opere che più diverse non potrebbero essere: “Sono un regista, questo è un mestiere. Devi saper fare quel che serve. La commedia è un genere nobilissimo, il documentario pure”. A conferma di un eclettismo non comune, De Biasi, è autore di Matti per il calcio (2004), storia dell’avvincente campionato di una squadra formata da pazienti psichiatrici, e di Hermanos de Italia (2006), inchiesta sulle elezioni degli italiani all’estero, due lavori impegnati e schierati. Matti, passato su Rai 3 e poi pubblicato in dvd, fu un gesto politico, fortissimamente voluto da Volf “contro l’idea, quella sì folle, di riaprire i manicomi” e per raccontare un’altra, possibile, psichiatria: “ho dimestichezza con l’argomento, avendo sperimentato la malattia mentale in relazioni a me care”. Hermanos, invece, non lo vide nessuno, ma fece un gran rumore: fu strumentalizzato dalla stampa di destra per accusare la maggioranza di presunti brogli, e i canali televisivi non se la sentirono di rischiare querele.

Così, quando lo scorso anno, arrivò Come tu mi vuoi, i politici tirano un sospiro di sollievo, ma più di un ammiratore di De Biasi corse a controllare in rete se ci fosse in giro un omonimo del regista engagè conosciuto fino a quel momento. No, era proprio lui. Anzi, adesso ci riprova, con una nuova commedia dedicata a nepotismo e raccomandazioni, i protagonisti sono top secret, ma saranno scelti tra gli attori che piacciono agli adolescenti. Incontro Volf nella sua casa di Trastavere, a Roma: “Casa in affitto, lo preciso, non sono diventato ricco”. Questo ragazzo alto un metro e novantacinque, voce roca e modi gentili, mi dice subito che “in Come tu mi vuoi non è stato compreso l’attacco violento e grottesco contro la dittatura dell’apparenza”. Non gli passa per la testa che, magari, sia stato lui ad esprimersi male: “Chi aveva gli strumenti per cogliere l’ironia non ha visto il film considerandolo di serie b. Però, so che il mio messaggio è andato dritto al cuore di chi ha guardato senza pregiudizi e ha apprezzato la cura e la competenza che c’erano dentro”. In effetti, nel lungometraggio, citazioni contro i mass media, la corruzione e il consumismo dei sentimenti spuntano fuori tra vestiti, party e parrucchieri. Però, guai a dirgli se lui è il “Moccia di sinistra”: “no, no, e poi Federico Moccia è stato uno dei pochi ad aver difeso il mio film”. D’altronde, è pur vero che i critici “di sinistra”, gli stessi che lo avevano lodato per Matti, sono andati giù pesanti su Come tu mi vuoi definendolo “superficiale”, “puerile”, “presuntuoso”. De Biasi ha mal digerito gli affondi, però tira dritto per la sua strada, si sente libero dalle pastoie politiche, non lo ammette, ma gli piace dare lezioni. All’Università, poi, insegna davvero: “sceneggiatura e tecnica di sopravvivenza nel mondo cinematografico” dice ridendo. Quando si spoglia della corazza indossata ad uso della giornalista diffidente, passeggiando su e giù davanti allo specchio della sala, roteando un bastone, improvvisa un comico monologo e, con gestualità da attore consumato, cita il signor De Molière di Michail Bulgakov vilipeso per le sue critiche alla società dei lussi, esalta Paolo Villaggio (“un genio che ci ha salvato dalla mediocrità del cinema comico negli anni Settanta”), loda Sabrina di Billy Wilder che, “mi commuove”. Volf vuole diventare un maestro della commedia o, forse, un maestro tout court: “Mia madre mi ha insegnato che sono libero di sognare” e lui, non sottovalutando la complessità del suo desiderio, ha sempre avuto nel cassetto un copione pronto, per non farsi cogliere impreparato. La tenacia non gli manca. Decise di fare il regista a nove anni, a dodici guardava i film di Buñuel e Bergman, a diciotto andò via di casa e fece il suo primo lavoro in teatro. Partì presto per “un viaggio di formazione” tra Parigi e Los Angeles, auto-finanziato con ogni lavoro possibile nel cinema: “non ho parenti ricchi, famosi o potenti”. Al ritorno in Italia, ci furono i documentari e poi, sulla scia del genere inaugurato da Tre metri sopra il cielo e Notte prima degli esami, è giunto il successo di Come tu mi vuoi, un milione e mezzo di spettatori, (quasi) tutti fans devoti: “E sono loro quel che più mi interessa”.

[Pubblicato su Gioia, 04/2008]

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