GIOIA/POLITICA

Le lobbiste italiane

Le lobbiste italiane vogliono dare una nuova reputazione ad un mestiere antico che prende il nome dall’inglese lobby, “l’anticamera” dei luoghi di potere dove maneggioni, spesso attempati, stazionavano per perorare la causa del loro emissario, una fabbrica d’armi, una banca, o un’assicurazione. Il nome del lobbista non aveva importanza e il suo figliolo non sapeva né poteva dire che cosa faceva il babbo per campare. In Italia manca ancora un albo professionale, ma cresce il numero di società di lobbying e pubblic affairs che hanno sedi eleganti, siti e biglietti da visita, e dichiarano orgogliosi di rappresentare gli interessi privati dei loro clienti presso le istituzioni che decidono leggi e regolamenti. Essere lobbista è una professione ambita e le donne sanno farlo benissimo, a giudicare dalla fitta presenza di ragazze e signore con curricula eccellenti che lavorano nelle società e/o dirigono nelle aziende gli uffici di relazioni esterne, comunicazione, rapporti istituzionali, nomi diversi per definire ruoli di lobbyng. Il fascino le aiuta, loro lo sanno, ma quando diventa un intralcio risolvono la questione in maniera rapida e assertiva.

Se durante un incontro di lavoro, un signore vaga con lo sguardo sulla sua scollatura, Ylenia Politano, 32 anni, di Reti Media Affairs, lo riprende sorridendo: “Ehi, deve guardarmi in faccia, un po’ più su, non lì”. Silvia Maraini, toscana, amministratore delegato di Open Up Consulting,  un metro e settantacinque senza tacchi, ride dei maschi: “Incuto timore, lo so, nessuno si è mai permesso di fare l’imbecille”. Giovanna Salza, responsabile delle relazioni istituzionali della compagnia aerea Air One, per evitare grane non mette mai la gonna. I pantaloni però non nascondono le belle gambe, anzi, così le ragazze zittiscono le avances con la competenza, redigono papers di orientamento inappuntabili, ne sanno sempre un po’ di più del cliente e del decision maker. La necessità imposta dagli ambienti maschilista, diventa un vantaggio. Manuela Indraccolo, per esempio, ha trovato i suoi impieghi rispondendo agli annunci sui quotidiani – “mai una raccomandazione” – e non ci ha pensato un attimo a lasciare Firenze e un ottimo lavoro per seguire il suo amore a Roma, dove adesso fa la lobbista in Reti.

Queste tostissime ragazze che maneggiano le cause di interessi milionari hanno stipendi normali e lavorano anche quattordici ore al giorno. In una società di lobbying si parte da 1.200 euro netti al mese, ma la carriera è veloce e una lobbista affermata guadagna anche 200.000 mila euro all’anno. Chi comincia dal basso tiene aggiornate le schede di ministri e deputati, conosce ogni loro iniziativa legislativa ma pure la passione per il golf o le opere d’arte, ogni particolare è utile per intrattenere cordiali e fruttuose relazioni, segue le proposte di legge e il loro ingarbugliato iter, e alla sera, se serve, hanno pronto l’abito giusto per seguire il cliente al vernissage e/o conversare con il funzionario indispensabile. Il turn over è rapido, salire in grado è alla portata anche delle più giovani, così Claudia Pomposo a soli 26 anni è responsabile del settore energetico della Cattaneo Zanetto & Co, unica donna in un team di sette maschi, distilla i sorrisi sul lavoro, attenata a non far scivolare mai il suo ruolo in “un equivoco personaggio che aspetta in corridoio”. Le lobbiste si danno un’etica e la difendono anche a spese degli affari. Silvia Maraini non accetta clienti che chiedono “mediazione sui valori per me importanti” ed è orgogliosa della sua lobbying a favore di una campagna internazionale contro le mine antiuomo. Marzia Masiello che  cura le Relazioni istituzionali per l’Associazione Amici del bambino spiega così il suo mestiere alle creature degli orfanotrofi italiani e stranieri con cui ha passato molti anni da volontaria: “Mi impegno a trovarvi una mamma e un papà”, ma la mitezza sparisce quando deve affermare le sue ragioni nei posti deputati. Ognuna decide come mostrarla. Laura Bononcini, Ufficio governance di Reti, 24 anni, cinque lingue, all’inizio assecondava la sua timidezza, provava i discorsi da sola, ma dai primi incontri ha capito che in fondo anche i più potenti “sono solo normali”, usa romantiche camicie e sorride un po’ di più. Giovanna Salza, la ragazza che non usa la gonna, porta grandi cerchi alle orecchie e scarpe rosse, non molla finché non vince, così ha persuaso i vertici dell’azienda a “puntare su Malpensa, facendo asse con la Regione Lombardia” e ha avuto ragione. Il risultato la fa felice e la impegna, dunque può concedersi all’intervista per dieci minuti poi ha un pranzo con l’Assessore. Quando va via lasciando un intenso profumo di fico (“un profumo scoperto in Olanda”) ed è seguita dallo sguardo affettuoso di Anna Maria Padula, ex collaboratrice di Raul Gardini, esperienze di alta gamma, dalle relazioni esterne dell’American’s Cup alla comunicazione di gruppi assicurativi e bancari. Oggi è responsabile del Project Management di Reti, l’ufficio che entra in campo quando la società gestisce un affare complesso. La signora lo smonta, organizza ogni fase, stabilisce e i tempi e li fa rispettare, tiene il contatto con il cliente, decide se e come intervengono altri fornitori di servizi. Ad Anna Maria Padula che veste classici tallieur con le catene di Chanel, usa le ballerine, ma in un cassetto tiene i tacchi alti, “non sfugge nulla”, gestisce il lavoro e due case, ha un marito, due figli e sa sempre che cosa accade anche al suo amato cane. Lei e Livia Aymonino, signora di grande esperienza della comunicazione e partner di Reti Media Affairs, hanno creato un gruppo informale di donne oltre i 40 anni che sostiene l’ascesa professionale delle giovani, mettendo la parte la competizione, “per fare sistema, darsi fiducia reciprocamente, imparare a crederci, essere competitive”. I maschi lobbisti sono avvisati.

[Pubblicato su Gioia, 05/2008]

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