GIOIA/PERSONE

Paola Concia: in parlamento mi sento sola, ma non sono la sola

È l’unica omosessuale dichiarata della legislatura. Una condizione difficile? «Se mi avvicino a una deputata, i maschi si preoccupano della concorrenza» racconta ad Alessandra Di Pietro.

Quando Paola Concia prese la tessera del Partito comunista italiano (1986) sapeva di essere lesbica, ma era sposa di un bel giovanotto. Ventidue anni dopo, è l’unica deputata omosessuale dichiarata della XVI legislatura, eletta nelle file del Partito democratico. Un ruolo coraggioso e complicato. L’Italia è tra i pochi Paesi a non aver ratificato la norma antidiscriminatoria sull’orientamento sessuale, prevista nel trattato di Amsterdam. L’emendamento fu causa di un duro scontro in Parlamento, ma alla fine saltò per un errore tecnico, si citava un articolo al posto di un altro. Fu sciatteria, non malafede, però se a un provvedimento ci tieni, presti attenzione.

Il governo era di centrosinistra. La ratifica di quella norma non interessava nemmeno a loro? Non abbastanza, forse. Talvolta la sinistra usa i diritti delle persone glbt (gay, lesbiche, bisessuali, transessuali, ndr) per dirsi democratica e laica, ma non ci crede fino in fondo.

Conferma che in Parlamento non è l’unica omosessuale? Mi sento sola, ma non sono la sola.

La sua collega e amica Paola Binetti, democratica e teodem, dice che anche i credenti in aula sono più numerosi di quanto si pensi. Cattolici e gay hanno in comune la clandestinità? (Ride) Bella battuta, ma io non la potrò ripetere.

È credente? No, però Binetti prega per me.

Per la sua redenzione? Non lo so, non sono lì con lei.

Come riconosce le persone gay? D’istinto, ma lo tengo per me. Franco Grillini, ex deputato, nel suo libro “Ecce omo” (Rizzoli) fornisce qualche indizio. Non l’ho ancora letto. Comunque, non mi piace la caccia all’omosessuale nascosto, il coming out è una scelta personale.

Ci dia una stima della presenza gay in Parlamento. Una percentuale tra il 7 e il 10 per cento. Il Parlamento rispecchia l’Italia, almeno in questo caso.

Ha notato sguardi di disapprovazione tra i colleghi? No, mai.

Qualcuna la corteggia? C’è una bella deputata di Forza Italia che mi guarda con insistenza. Le piaccio? Oppure mi detesta? Ah, saperlo… Però le dico, sul posto di lavoro non faccio la corte a nessuna.

L’omosessualità è trasversale? Certo.

Anche l’omofobia è bipartisan? Sì, riguarda tutti. Tra i democratici c’è stata un’elaborazione culturale poiché il movimento glbt è nato a sinistra. La battuta volgare, però, scappa. In privato, ovvio. Davanti a me, nessuno osa.

Ipocrisia? È un tabù politicamente corretto che non amo ma ha una minimale funzione pedagogica. In realtà, la paura della diversità sessuale si scioglie solo con la conoscenza. Scherzarci su può aiutare.

Lei lo fa? Anche in Parlamento? Certo. Se mi avvicino ad una deputata, i colleghi si preoccupano della concorrenza e hanno la faccia tosta di farmelo sapere. Dovrei mandarli a quel paese e invece gli dico: attenti, potete scoprirvi omosessuali da un momento all’altro. Qualcuno si spaventa sul serio e scappa.

Chi ha superato la prova? Giovanni Lolli e Roberto Giachetti sono persone a me care, non hanno alcun timore.

In questo legislatura ci sono deputati di destra amici delle persone gay? Chiara Moroni e Benedetto Della Vedova sono alleati sui temi dei diritti. Giulia Bongiorno, presidente della commissione giustizia dove sono assegnata, è seria e competente. Angela Napoli è una donna sensibile e ho avuto un buon contatto personale con Eugenia Roccella, sottosegretaria al welfare. Spero in un consenso trasversale per approvare la mia proposta di estendere la legge Mancino anche alle discriminazioni per orientamento sessuale. Conto pure sull’Italia dei Valori: Antonio Di Pietro ha detto più volte di essere contro i razzismi.

Come la mettiamo con il celodurismo leghista? Sono pavidi. Venissero a dirmi di persona, in Parlamento, non sui giornali, che sono culattona, e poi vediamo.

Con il centrodestra si va indietro sui diritti? Culturalmente, andiamo verso il baratro. La destra fa leva sui peggiori istinti e sulle paure irrazionali, accomunando i diversi nella figura del nemico, sia straniero, rom o gay.

Con il centrosinistra non si erano fatti molti passi in avanti, però. È vero, è stato lo zero assoluto; nel dibattito sui Dico (contratti di convivenza anche per coppie omosessuali, ndr) è venuta fuori l’omofobia pure nella mia parte politica. La proposta era buona, ma è stato un errore passare per il governo. Le leggi di civiltà si fanno in Parlamento cercando il consenso più ampio.

Perché una persona deve essere definita pubblicamente sulla base delle sue preferenze a letto? Fino a quando l’orientamento sessuale sarà causa di razzismo rimarrà di necessità elemento di identificazione e strumento di battaglia politica.

Gay si nasce? No, ci si scopre gay. Altrimenti creiamo le basi per il razzismo genetico. L’omosessualità non è una malattia, ma una condizione umana che puoi reprimere o assecondare.

Le piace il lato carnascialesco e desnudo del Gay Pride? Sì, è un pezzo di storia del nostro movimento, in quell’ostentazione c’è il coraggio di mostrarsi.

Per dovere istituzionale vede persone contrarie al riconoscimento di molti diritti per i gay. Come si comportano con lei? Benissimo. Mi dicono subito: Ho tanti amici omosessuali. Francamente, però, chi se ne frega! E se non li avessero? Le leggi non si fanno per gli amici. Capisco però che è il loro modo per nascondere l’omofobia.

Com’è andato l’incontro con la ministra Mara Carfagna? Serio e cordiale, lei non era imbarazzata, concordava sulla necessità di combattere le discriminazioni, ma non è servito. Le sue dichiarazioni sono sempre pessime e ha tagliato 180mila euro destinati alla prima indagine italiana sull’omofobia.
Lei veste da maschiaccio, ma con molta cura e si intravvede un bel corpo da sportiva. Ohi, grazie!

La mattina per chi si fa bella? Per me stessa, ovvio.

E mette mai le gonne? Sì, certo, per andare al Gay Village. Vuole venire stasera?

[Pubblicato su Gioia]

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