GIOIA/PERSONE

Renato Brunetta

La fama di fustigatore precede il Ministro per la Pubblica Amministrazione Renato Brunetta. Nel mio caso, colui che ne fa le veci è il suo portavoce Vittorio Pezzuto, ex segretario dei Radicali: “Sei preparata? Hai studiato il sito? Ieri il ministro ha messo alla porta due giornalisti incompetenti”. Seduta sul comodo divano nero rassicuro Pezzuto, può rilassarsi, ma lui incalza: “Nessuna domanda personale, mi raccomando. Brunetta è empatico, se non gli piaci, ti manda via”. I tipi radicali sono fatti così: non mollano, argomentano, persuadono, mordono, insistono fino a quando non cedi. La comunicazione del ministro (dalla campagna “antifannulloni” alle ricette in tv su pasta e faglioli) è martellante e ha un’anima radicale: “qui a noi non sfugge nulla” ha necessità di precisare Pezzuto. Il portavoce legge ogni giorno una rassegna stampa minuziosa, risponde alle lettere pubblicate anche sul più piccolo quotidiano locale e ha messo su un gruppo di informazione virale che contrasta le notizie “sbagliate” propagate in Rete sul conto del ministro. Il “Piano industriale” sull’ Amministrazione pubblica – moralizzare, rendere efficiente, liberalizzare,  –  procede con una rapidità sorprendente per la burocrazia che vuole ristrutturare. Quando entro nella stanza di Brunetta, a Palazzo Vidoni, sede del ministero, capisco che anche lì dentro si va veloci.

Il ministro indossa jeans e camicia: “è la prima volta che viene qui vestito così” mi informa all’istante Pezzuto. Brunetta siede a capotavola con una decina di dirigenti in giacca e cravatta dalla schiena drittissima. Tra loro c’è pure un’elegante signora. Gli ospiti sono lesti a rispondere e ad appuntare poiché il ministro non ha esitazione sulle decisioni che consegna. Ad uno chiede di scrivere una email per ringraziare le amministrazioni che hanno inviato i dati sulle assenze “è a nome mio, sia scritta bene, ovvio”. Ad un altro spetta di elaborare i risultati del monitoraggio entro una settimana: “Forse ci sarà bisogno di qualche giorno in più”  azzarda l’uomo. Lo sguardo del ministro cancella in un batter d’ali l’”ipotesi ritardo”, parola sconcia da queste parti: “Faremo prestissimo”. In sette minuti, Brunetta mi accoglie e chiede per me un caffè, riassume i compiti assegnati,  congeda gli ospiti, si scusa per il breve ritardo (altra parola disdicevole), ma prende ancora una manciata di secondi  per spiegare al suo capo segreteria Enrico Pellizzari che, in un incontro internazionale, “è fair conoscere in anticipo gli argomenti di discussione, è unfair fare domande non concordate”. Se qualcuno facesse un gesto unfair verso Brunetta, “io mi alzo e vado via”, dunque, Pellizzari, aitante e scapolo, esce dalla stanza e farà in modo che la disgrazia non (gli) capiti. Ecco, finalmente Brunetta è tutto per me. Il ministro poggia due telefonini sul tavolo, ma prima di rivolgermi parola, guarda il suo portavoce che subito risponde: “Si, la giornalista ha studiato i nostri provvedimenti, ha pure chiarito con il capo dipartimento la nuova norma sui certificati medici”. In ogni caso, a levare il dubbio che potesse rimanermi ignoto un gesto del Ministro, all’ingresso nella sua stanza mi sono state consegnate dieci corpose brochure che spiegano atti, riforme, risultati ad opera di Brunetta. Nel corso dell’intervista, al malloppo saranno aggiunti: una relazione di 56 pagine su “Sviluppo economico e beni relazionali. Prima ricognizione teorica”, che ispira le riforme Brunetta, il Piano casa da lui proposto, la rivista Labour dal ministro fondata e diretta, il libretto su Palazzo Vidoni stampato subito dopo la sua nomina. La capiente busta di carta della Presidenza del Consiglio che Pizzuto tira fuori da un cassetto, con apparente casualità, è di giusta misura per contenere il peso della Conoscenza, cui viene aggiunto “Applausi e sputi”, (Sperling&Kupfer) biografia-inchiesta sulla vita Enzo Tortora, scritto dallo stesso portavoce. Da Brunetta ho saputo che già a Natale si potrà rinnovare il passaporto in un centro commerciale o ritirare la pensione dal tabaccaio, (sono i “punti amici”, sportelli di servizi pubblici aperto in luoghi privati), ripartiranno i concorsi (“i precari avranno punti di vantaggio, non l’automatica stabilizzazione”) e per diventare dirigenti bisognerà lavorare “almeno sei mesi all’estero, come succede in Banca d’Italia”. Gli ho chiesto se licenzierà gli impiegati che avanzeranno quando la Pubblica Amministrazione sarà produttiva come lui spera. Il ministro dice che “a parità di personale, ci saranno più assistenza, sicurezza, cultura, più di tutto”. Intanto, in questi giorni parte il rinnovo non facile del contratto collettivo di lavoro. Brunetta ha inserito nella Legge finanziaria il pagamento del tasso programmato dell’inflazione ai lavoratori   a partire da gennaio: se con i sindacati la trattativa andrà per le lunghe, il ministro prova fin da subito a sfilarsi dall’accusa di impoverire gli stipendi. Durante l’intervista Brunetta precisa che in trent’anni di insegnamento all’università “è stato assente cinque volte”, non manca di riprendermi per citazioni non gradite, fa gran sorrisi, inscena dialoghi in dialetto veneto di formidabile mimica, scherza sull’abitudine di “comprare solo prodotti in offerta speciale, anche adesso che non ho problemi di reddito”, ma cambia subitaneo lo sguardo quando dice: “me lo ha insegnato mia madre, forse è il mio modo di ricordarla”.

Dopo novanta minuti, esco da Palazzo Vidoni con due chili di documenti e rimango per 50 minuti in attesa del bus 628. A pag. 40 di “Sviluppo economico e beni relazionali”  vedo un mio amico body performer, tatuato dalla testa (rasata) ai piedi, con moglie, meravigliosa figlia e grande cane nero. Mi sbraccio per salutarli e la pesante Busta cede sotto il peso della Conoscenza, si strappa, regge a stento. Gli amici vanno via,  arriva l’autobus. Salgo, dimentico la Busta, la riprendo in tempo, scavalco due persone, vengo schiacciata contro un vetro. Confesso, per un attimo fugace ci penso: “Spostate Brunetta ai trasporti di Roma”.

[Pubblicato su Gioia, 09/2008]

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