GIOIA/KIDS

Nuovi padri: buona la terza

“Avevo la cuffie in testa, gli ospiti erano in collegamento, mancava un minuto alla messa in onda. Il tecnico, molto agitato, mi passa una telefonata, dall’altra parte mia moglie che annuncia: “Ho le doglie”. In una manciata di secondi, Eugenio, giornalista di una radio nazionale, ha lanciato una puntata già pronta (“previdente, l’avevo registrata il giorno prima”) e via, di corsa, all’ospedale, senza neanche salutare: “Non credo che mio padre avrebbe fatto come me” dice, orgoglioso della sua scelta. I moderni e giovani padri italiani studiano e sperimentano per inventarsi un ruolo per il quale non hanno alcun esempio. Di solito, i loro genitori erano assenteisti, impegnati nel ruolo sociale di breadwinner, capofamiglia che portavano il pane a casa, in ufficio al mattino presto, rientro a casa tardi e, giusto i più volenterosi, disponibili ad accompagnare i pupi al parco di domenica. Oggi, invece, un tipico giovane papà frequenta il corso preparto, taglia il cordone ombelicale, sa preparare un biberon, accompagna il figlio a scuola e talvolta persino dal pediatra (anche se, Marisa Corgiolu, medico dei bambini a Roma, con un po’ di imbarazzo, sostiene che sono “pochissimi, e di solito molto ansiosi”).

In Italia non fa presa il modello del mammo, sapiente conoscitore di tettarelle, pannolini lavabili e omeopatia (se tipo alternativo), programmatore inflessibile della giornata ideale per l’infante. Un uomo così, parrebbe un sogno, invece, dicono le poche che hanno la disgrazia di averlo per casa: “è un incubo, arrogante e insopportabile”. “Per essere felici, nella famiglia devono vincere tutti” dice Gianni Biondillo, scrittore di gialli, autore insieme a Severino Colombo (giornalista) dell’autobiografico “Manuale di sopravvivenza del papà contemporaneo. Come diventare Pa3 in poche, oculate mosse” (Guanda) Il pamphlet, ironico e comico, è ispirato dal principio: “Non siamo meno virili perché cambiamo un pannolino” e forgiato in un sano spirito competitivo così riassunto: “i papà di terza generazione hanno consapevolezza del loro ruolo familiare e invitano ad una maggiore considerazione del loro agire. Non se la tirano, sanno di essere in evoluzione, perciò imperfetti. Pa3 non si nasce ma (quasi) tutti possono diventarlo”. Come guerrieri, “un po’ spaventati però”, i due padri amici sono andati a caccia sul nuovo territorio, orgogliosi dei risultati e ben instradati da mogli assertive sui principi primari: “casa pulita, frigo pieno, bambini sfamati”. I moderni papà sono consapevoli che un pargolo urlante con pannolino rigonfio non sbrana, però, ammettono, rischia di minare il primordiale senso antropologico dell’autostima maschile. “Quando arrivo al lavoro è appena l’alba, ma lui, il mio collega calabrese, sta già lì. Profumato, sazio di una colazione che gli ha preparato la moglie, divisa impeccabile”. Invece Luciano, romano, che lavora nella Guardia Forestale, ogni mattina arriva a pelo del ritardo, neanche “il tempo di farmi il caffè a casa”, dopo aver dormito due ore: “Martina aveva mal di pancia”. Oppure le coliche, la febbre “o le girava di stare sveglia”. Il collega calabrese che è un galantuomo non chiede mai quale disgrazia è accaduta quella notte, Luciano ne è grato e, ridendo, dice: “Ogni tanto ho la tentazione di invidiarlo”. Altri, invece, fanno del loro ruolo inedito una missione sociale. Dice Alex Infascelli, regista, padre separato, orgoglioso di occuparsi “delle maestre e del pediatra”: “Al parco le mamme mi guardano strano perché ho i tatuaggi, poi mi osservano come fossi un caso raro quando mi butto per terra giocando con la mia bambina. Però, ogni tanto, mi prendo la soddisfazione di vedere uno di quei papà che mai sporcherebbe il mocassino mollare l’ingessatura, e tuffarsi con me nella mischia.”

“Nei giorni di vacanza mi trovo ad invidiare mio padre che leggeva il giornale in pace sulla poltrona e al primo urlo mollava uno scapaccione” confessa un romano di 43 anni, libraio, padre di due creature: “Io il quotidiano lo leggo di notte, gioco con loro fino allo sfinimento, però se c’è da usare la voce grossa non mi tiro indietro. Non voglio essere amico di mio figlio né intendo rinunciare al ruolo maschile di guida autorevole”. Gigi, 40 anni, padre di due bambine, pensoso sospira: “Ci sia riconosciuto il coraggio dei pionieri poiché non sappiamo quali sono i risultati del nostro modello educativo, rischiamo in prima persona il giudizio futuro”. Fabrizio, 45 anni, invece, punta sull’ottimismo: “Penso di essere bravo nel mio ruolo papà tardivo. Quando mio figlio è nato lo cullavo e cambiavo i pannolini, anche se ero tenuto in disparte dal monopolio alimentare della tetta. Ora tra me e mia moglie c’è un equilibrio dei ruoli. Per esempio, e per fortuna, sono io a ricordarle che il bambino sopravvivrà mentre gli tolgo una pallina dalla bocca e lei urla, disperata”. Marco, neo padre, perito elettronico con la passione della pittura, quasi sottovoce, fa notare: “Sarei più rilassato se potessi fare il bagnetto alla creatura senza avere mia moglie alle spalle che batte il piedino”. A fare autocritica sull’ansia materna che frena i padri dall’imparare liberamente scovando il loro istinto di cura, è Giulia Calenda, sceneggiatrice con Maddalena Ravagli, di Solo un padre, storia di un genitore rimasto solo dopo la morte della moglie ad accudire una bambina di dieci mesi. Racconta Calenda che Luca Argentero, il protagonista, ha frequentato la casa delle due gemelline interpreti del film per impratichirsi e nel giro di poche settimane ”le gestiva con una manualità sorprendente, come fosse padre da sempre”. Argentero avrà talento, sarà stato facilitato dal fatto che le figlie non erano sue e non c’era l’emozione a mettersi di traverso, però, pensa la sceneggiatrice, “l’avrà aiutato pure non avere una madre agitata per casa pronta a giudicare ogni gesto”. Secondo Giulia Calenda, madre di una bambina, “noi ragazze, in media, anche le più giovani e moderne, chiediamo a maschi che amiamo e stimiamo di occuparsi dei figli. Però, se usciamo lasciamo la cena pronta, se partiamo allineiamo i cambi per tre giorni, prepariamo liste di istruzioni che sono libri, telefoniamo di continuo. In pratica, poi, non ci fidiamo”. O forse non sopportiamo di sentirci dire, in coro, al ritorno: “Ce l’abbiamo fatta anche senza di te”.

[Pubblicato su Gioia]

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