GIOIA

Ti presento “u zitu niuro”. Coppie miste al tempo di Obama

Da pochi giorni Barack Obama è il Presidente degli Stati Uniti numero 43, il primo afroamericano, in realtà “hapa-haole”, “mezzo bianco” direbbero nelle isole Haway dove è cresciuto ma, a dispetto della sua mescolanza, per la storia lui è nero, molto nero (o persino “abbronzato”). Una ragazza siciliana, emigrata cinque anni fa da Catania ad Amsterdam, dice di aver tifato Obama “anche per una convenienza strettamente personale”. Lei è fidanzata con un ragazzo giamaicano e ora, dice, “sarà più semplice portare “u zitu niuru” al paese della nonna, già che “niuru” è pure l’uomo politico più famoso e potente del mondo e il telegiornale arriva pure tra i boschi dell’Etna”.

L’orgoglio della pelle nera è, anche per l’Italia, conseguenza dell’elezione di Barack Obama, e può avere ricadute sociali grandi e fruttuose se saranno percepite, usate e sostenute. Potrebbe esserci un aumento degli amori bianco/nero, una vita più facile per chi già li vive e, in ogni caso, dice Viviana Anzaldi, 37 anni, antropologa, sposata da sei con Eladi Adam, sudanese: “in molte coppie l’onda mediatica di Obama ha riequilibrato i rapporti di forza che dipendono anche dall’appartenenza a un gruppo sociale più o meno svantaggiato”.

L’evenienza non riguarda la relazione di Viviana Anzaldi, che lavora in un Centro per i rifugiati del comune di Roma, poiché lei non ha mai sentito “il privilegio di essere la bianca tra i due, forse perché ho spartito con mio marito la precarietà del lavoro, condizione trasversale al colore della pelle”. L’immagine di Obama, però, sarà ripetuta decine di volte ogni giorno in tv e a un genero o una nuora nera (forse) si abitueranno anche i molti diffidenti. Ammette l’antropologa di non aver mai visto facce sorprese o imbarazzate per strada alla vista di lei (minuta e bella) con il marito (altissimo e con una gran cascata di dreadlocks), ma “lo sguardo altrui si fa sempre attento e interessato quando ci vedono con la nostra bambina. Al fidanzato straniero c’è abitudine, ma quando hai un figlio, ogni persona realizza che la mixitè accade, mette radici e non si ferma”. E l’esempio conta moltissimo.

A Terni, la città di San Valentino, le storie d’amore piacciono, così quando Eddie Nebo e la sua fidanzata bianca passeggiavano mano nella mano, negli anni Ottanta, in molti erano sinceramente incuriositi dall’insolita unione. Eddie era uno studente di architettura, attivo nel volontariato, militante sindacale che andava nelle scuole a spiegare chi fossero gli immigrati e che cosa volevano fare in Italia. Il suo braccio destro nell’integrazione fu il suocero, un poliziotto a cui il genero nero piaceva. Dopo che Eddie sposò la sua ragazza, in città sbocciarono altri fidanzamenti misti e ad oggi i matrimoni “sono una ventina” dice Nebo con una punta di orgoglio. In assoluto sembrano pochi, ma non lo sono: Terni è un piccolo centro e poi gli ultimi dati disponili dicono che tra il 12, 5 % dei matrimoni misti celebrati in Italia, appena il 5 % riguarda gli asiatici e il 12 % africani (in prevalenza del Nord). Eddie Nebo, presidente di Namastè, associazione di accoglienza e orientamento degli immigrati, racconta che quando chiede alla figlia di nominare una differenza con la sua amichetta bianca lei risponde “che è più brava in matematica, ma non il diverso colore della pelle, usando la percezione della qualità personali per formulare il giudizio sugli altri”. Nebo è “cattolico praticante” e sa che il suo credo lo ha aiutato ad inserirsi nella comunità, poiché la differenza di religione, può essere un serio ostacolo. I vescovi lo hanno ricordato lo scorso mese, dissuadendo pubblicamente i cristiani dal maritarsi con musulmani (che non sono necessariamente neri, ma spesso i due fatti coincidono). Il monito suona irritante per le molte e felici unioni tra praticanti di religione diversi, ma è coerente con i numeri: i matrimoni misti durano la metà di quelli italiani e falliscono il doppio.

Eppure, convengono i genetisti, tutti i popoli hanno origine da un manipolo di essere umani che dall’Africa mossero il passo verso il mondo. Eravamo neri e siamo destinati a mischiarci tra i colori. “Da vent’anni pratico solo amori misti”, dice un’italiana che vive a Londra, anche se, per lei, “il colore della pelle è solo una delle tante diversità che amo incrociare”. In Inghilterra, però un uomo o una donna neri li incontri al pub, in palestra, in banca o in un’agenzia pubblicitaria. In Italia, invece, dice Viviana Anzaldi, “conosci un africano se lavori nelle cucine di un ristorante, non sei ci vai a cena da cliente”. Anche per questa ragione, Eddie Beno, si è iscritto di nuovo all’Università, per prendere la seconda laurea in Cooperazione internazionale: “In Italia devono arrivare anche giovani istruiti, qualificati e con lavori di prestigio, decisi a rimanere o vogliosi di imparare per poi ritornare al proprio Paese”. Intanto, però, anche il meticciato godrebbe di un’accellerata, poiché le politiche sociali vigorose sono una mano santa per l’integrazione e c’è da credere che fanno bene pure all’amore privato. In attesa delle manovre pubbliche, staremo ad osservare se l’effetto Obama si farà sentire anche nei giochi della mescolanza amorosa. Secondo Paul Dongmeza, camerunense, presidente di Umbria-Africa, “l’America ha sempre dato tracce di comportamento culturale a cui, prima o poi, ci siamo adeguati” e, aggiunge la moglie Daniela, “noi, a casa, abbiamo vissuto l’elezione di Obama, con emozione, come qualcosa che ci riguardava da vicino”.

Emanuele Coen, curatore di Amori bicolori (Laterza) sostiene di “non coltivare grandi illusioni, però so pure che la politica di chi fomenta la paura dell’uomo nero, è scavalcata dalle piccole storie delle persone che si intrecciano in un gioco di imprevedibili combinazioni. Dunque, qualche sorpresa, in Italia, è possibile”. Scettica, è, invece Ingy Mubiayi Kakese, egiziana, libraria e scrittrice, tra le autrici di Amori bicolori: “Certo che ci spero, ma non credo che basti un Presidente, neanche Obama, per sradicare attitudini razziste consolidate, né in America né in Italia. A tutt’oggi, quando vado in giro con mio marito, a Roma come all’estero, è a lui che rivolgono la parola, non a me”.

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