GIOIA/PERSONE

Rula Jebreal: Cosa si prova a crescere da nemica

E’ palestinese, ma è cresciuta in Israele. E’ sexy, ma fa la giornalista impegnata. E ora che si è innamorata di Julain Schnabel, origine ebrea e fama internazionale, girerà con lui un film nella sua terra contesa. Dove è cresciuta con i militari sull’uscio. Ma giocando con le bambine dell’altro fronte.

Rula Jebreal, 35 anni, giornalista, non sopporta le calze e, seppur a Roma ci siano 12 gradi, la pioggia e una gran umidità, va in giro con sandali estivi dall’alto tacco. Appena entra in casa, sfila le scarpe e rimane a piedi nudi, camminando con piccoli passi sulle punte tra i tappeti e i pavimenti antichi di casa. Con i suoi piedi, belli, curati e senza smalto, Rula ha un ottimo rapporto: seduta sul divano li stende, li tocca e ci gioca, è molto sexy, ma non lo fa apposta. Jebreal è nata a Haifa, cresciuta nella parte araba di Gerusalemme Est, ha il passaporto israeliano, ma in Italia è nota come la “giornalista palestinese de La7”.

E lei come si definisce? “Sono una cittadina europea di origine araba, ho la cittadinanza israeliana e, dallo scorso anno, anche italiana. Ho un profondo orgoglio delle mie radici palestinesi, ma ho sposato i valori occidentali della libertà e della democrazia, la laicità e la tolleranza”.

Il 10 febbraio era in Israele per le elezioni. Che cosa ha votato?  “In passato, ho scelto spesso i laburisti. Questa volta ho votato per uno dei partiti arabi poiché rischiano di sparire dal Parlamento. Israele si sposta a destra e a pagarne le conseguenze saranno i moderati dell’una e dell’altra parte. Eppure a nessuno serve uno stato religioso ebraico dove le minoranze hanno un’esistenza difficile, tutti invece abbiamo bisogno di uno stato israeliano laico e inclusivo.”

Com’era la sua vita a Gerusalemme Est? “Mia madre è morta quando ero piccola e di lei ho pochissimi ricordi. Vivevo con le mie due sorelle e con papà che era un piccolo commerciante e imam della moschea vicino casa.”

È cresciuta nell’obbedienza religiosa? “Mio padre era un uomo lieve e gentile, lui credeva, ma non ci imponeva alcun comportamento. Teneva invece alla nostra istruzione e diceva che per essere donne libere dovevamo studiare. Rispettava gli insegnanti come fossero ministri.”

Che cosa dice un padre ad una bambina per spiegare la presenza dei soldati davanti alla porta di casa? “Non mi ha mai detto nulla, perché da sempre ho visto i militari, lo sguardo impaurito delle persone, i carri armati. Crescendo ho vissuto sulla mia pelle le quotidiane discriminazioni. Andavo a fare i documenti e me li tiravano sul tavolo, qualunque ragazzo di vent’anni con indosso la divisa israeliana poteva fermarmi e umiliarmi.”

Quando scoppiò la prima Intifada nel 1997 aveva sedici anni. Partecipava? “In quegli anni frequentavo il liceo e mio padre si ammalò gravemente. Avevo poco tempo, ma fu il momento della mia presa di coscienza politica, leggevo, discutevo con gli altri del nostro destino, portavo fiori e condoglianze alle madri dei ragazzi morti. Quando le scuole erano chiuse per i combattimenti andavo una volta alla settimana nei campi profughi vicino Ramallah per insegnare ai bambini.”

Crescendo così, quanto è difficile non odiare? “Una volta, mentre ero alla fermata dell’autobus con papà e mia sorella, una signora ci passò accanto e sputò per terra. Fu orribile, mi salì una gran rabbia e piansi: ero solo una bambina, ma per lei ero comunque una nemica. Però quell’autobus che aspettavo mi avrebbe portava ad Haifa dalla sorella di mia madre dove passavo l’estate. Quando arrivai, trovai la zia e la sua vicina israeliana che mi abbracciò forte accogliendomi con affetto. Lì, come sempre, avrei giocato per tre mesi con le mie cugine e le loro amiche israeliane, letto i libri di Abraham Yeoshua, Amos Oz e David Grossman, imparato l’ebraico moderno. A mio modo, sono stata fortunata.”

Perché ha conosciuto la convivenza possibile. “Sì, e infatti io non critico mai lo stato di Israele e la sua esistenza, ma solo i governi e le loro scelte politiche. Come d’altronde fanno i più importanti giornali israeliani e, in ogni caso, dissento pure sulla politica palestinese che non condivido.”

Come ha cominciato a fare la giornalista? “Arrivai a Bologna nel 1993 con una borsa di studio per studenti meritevoli. Frequentavo la facoltà di Medicina, presi un diploma di fisioterapista, ma sapevo che non era la mia strada. Un giorno, era il 2000, un amico mi disse che al Resto del Carlino cercavano una persona che conoscesse l’arabo. Intervistai Hanan Ashrawi (politica di spicco palestinese), poi feci un’inchiesta sullo spaccio di droga parlando con un pusher marocchino, grazie alla conoscenza della lingua. Da quel momento, iniziò il mio nuovo lavoro”.

È stata fortunata. “Mio padre ripeteva sempre: la fortuna è quando il talento incontra l’occasione”.

Non fu facile scrivere in italiano. “Conosco bene l’inglese, stavo in Italia da sette anni, il computer mi dava una mano sulle correzioni e facevo leggere a persone fidate.”

Essere bella l’ha aiutata? “Non credo. Ho dovuto faticare il doppio degli altri per affermare la mia professionalità perché sono araba, musulmana e donna. Pensi che poco tempo fa mi hanno chiesto di partecipare ad un reality show offrendomi mezzo milione di euro. Io sono una giornalista, non faccio spettacolo. Mi offesi molto, per fortuna dopo ne ho riso con mia sorella Rania, via skype, e la rabbia è passata.”

Le altre donne la invidiano? “Un giorno, una collega mi disse in gran sincerità come non fosse facile per lei e per altri, accettare che io, l’ultima arrivata, avessi un mio programma mentre c’era chi lo aspettava da vent’anni. Le risposi che, forse, lei o gli altri non avevano mai puntato i piedi, fortemente desiderato e lottato per quel che volevano. Io l’ho fatto.

Quando vado via, noto due grandi quadri appesi in salotto. Sono due antiche carte geografiche del Medio Oriente dai colori tenui, su uno è scritto a grandi caratteri rossi “Rula”, sull’altro “Miral”, il nome di sua figlia, nata in Italia e avuta con un uomo di cui non ha svelato il nome, diverso dal conte Pietro Vittorio Antiseri, suo compagno per dieci anni. I quadri sono di Julian Schnabel, 58 anni, pittore e regista (Basquiat, Lo Scafandro e la Farfalla), nato e cresciuto a New York da una famiglia di immigrati ebrei cecoslovacchi, audace e affascinante artista di fama internazionale. Nel 2006 Rula ha conosciuto Julian e Julian ha letto il libro di lei “La strada dei fiori di Miral” (Rizzoli), storia di donne palestinesi, da cui trarrà il suo prossimo film. Non è chiaro se libro e film siano stati la causa o la conseguenza del loro incontro e Rula, che difende la sua vita privata con le unghie, non intende svelarlo, però si sono innamorati. I pettegolezzi dicono che ci sarà presto un matrimonio (per lui il terzo, per lei il primo), Jebreal nega: “è la verità, non mi sposo”. Intanto, le riprese del film inizieranno ad aprile e a girarlo, tra Israele e Palestina, andranno insieme.

[Pubblicato su Gioia]

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