GIOIA BAMBINO/KIDS

Come fa Rachida

Ritornare al lavoro subito dopo il parto e non restare a casa con il neonato, farlo per scelta e non per necessità. Pur senza voler mettere in discussione le regole del welfare state che, anzi, dovrebbero accogliere pure le esigenze di chi vuole accudire personalmente il pargolo per più dei cinque mesi previsti dalla legge, un numero crescente di donne chiede di potersi sottrarre all’imperativo della norma, decidendo come organizzare il tempo della nascita e della crescita dei figli. Si tratta di una libero desiderio o è un inganno della parità con i maschi cui un nuovo figlio cambia poco o nulla negli orari di ufficio? E’ il desiderio di mettersi alla prova oppure il cedimento ad un’organizzazione del lavoro che promette carriera solo per chi sacrifica una vita intera all’impiego? E’ la prova definitiva della superiorità femminile o l’ultimo alibi a disposizione di padri deresponsabilizzati?

In Italia la legge è uguale per tutte le mamme e, almeno sulla carta, dopo il parto sono garantiti cinque mesi di astensione dal lavoro a stipendio pieno (per le dipendenti pubbliche e private con astensione obbligatoria) o all’80 per cento (per le libere professioniste con astensione facoltativa). La normativa italiana, tra le più generose nei paesi industrializzati, è stata arricchita nel 2000 dalla legge sui congedi parentali, eppure l’esperienza di ciascuna madre racconta che non sempre quanto previsto si può godere appieno. Una commerciante non può chiudere il negozio, un’avvocata non sempre è sostituita con efficacia da una collega, spesso il rientro in ufficio è una disgraziata avventura poiché spesso dopo cinque mesi di assenza la propria scrivania è colonizzata da altri, la promozione sfumata, il progetto più importante è stato messo nel cassetto, aumenta il rischio di essere emarginate o persino licenziate. Fino ad oggi, l’interesse delle lavoratrici e dei sindacati è stato evitare discriminazioni, rendere flessibile l’organizzazione del lavoro o valorizzare le capacità che una madre mette al lavoro in famiglia, esportandole negli uffici. In realtà, i dati ci dicono che i tentativi hanno avuto modesti risultati e, per esempio, la legge sui congedi parentali continua ad essere sottoutilizzata dalle donne e ancor di più dai padri. La scorsa estate, Nicole Brewer, presidente del comitato per le pari opportunità del governo inglese, fece scandalo dichiarando: “Rimanere a casa troppo tempo dopo la nascita danneggia la carriera”, e in considerazione il suo ruolo, l’ammissione fu come rompere un tabù. In realtà, la notizia su cui puntava Brewer era la seconda parte del suo intervento: “Il vero cambiamento non deve essere proteggere le donne per consentire loro di fare anche le madri, ma mettere i maschi nella condizione di fare i padri”, però il richiamo alla responsabilità paterna fu ignorato.

Il congedo di maternità, dunque, può tradursi in un serio svantaggio, le lavoratrici lo sanno, mettono in conto il rischio e la sua controparte (godersi i figli) ma, forse, a molte non piace davvero l’idea di rimanere in casa ad occuparsi dei neonati. La riflessione sulla libertà di gestione dei tempi di cura e lavoro post parto, rimasta dentro le aziende, sui blog e nei forum in rete, è arrivata sui grandi media all’inizio dell’anno. L’occasione fu l’immagine di Rachida Dati, ministra della giustizia francese, fotografata sull’uscio della clinica con in braccio la piccola Zohra, partorita cinque giorni prima. Dati era in forma smagliante, con perfetta messa in piega, tallieur nero e tacchi a spillo, pronta a recarsi direttamente in Consiglio dei Ministri, nonostante il taglio cesareo e la montata lattea. Non era la prima donna a sconvolgere le regole, comportandosi come un padre. Sarah Pailin, per esempio, era tornata in ufficio solo tre giorni dopo la nascita del quinto figlio, ma in America il congedo di maternità è una novità introdotta dall’amministrazione Clinton ed è limitato a tre mesi di cui la metà senza stipendio, così l’efficientismo di Pailin fu lodato come prova di multitasking.  In Francia, invece, il congedo dura sedici settimane e, in questo momento, si registra lì il tasso di fecondità più alto d’Europa (due figli per donna). Dunque, a Rachida Dati non è stato perdonato il subitaneo ritorno al suo posto di governo, è stata definita “drogata di potere” e qualcuno l’ha accusata persino di  voler attentare ai diritti delle donne, offrendo a datori di lavoro (e ai mariti) un pericoloso esempio che avrebbe fatto di ogni dolorante puerpera una lamentosa lavativa. Essere ministra non è una condizione ordinaria, richiede decisioni, capacità e/o sacrifici inconsueti che Rachida Dati ha saputo/voluto mettere in campo, c’entrerà pure l’esempio di sua madre ha partorito dodici figli e, probabilmente, non avrà potuto riposare più di 24 ore dopo ogni parto. Forse, poi, non è necessario avere responsabilità pubbliche di alta gamma per compiere scelte diverse dalla maggioranza nella gestione della maternità.

Caterina Romeo, per esempio, è uno dei 450 cervelli d’oro rientrati in Italia con un programma di governo. La ricercatrice scoprì di essere incinta appena deciso il ritorno e i tempi del congedo di maternità non le avrebbero permesso di insegnare all’Università, come previsto negli accordi. Così Romeo si diede una personale organizzazione per essere al lavoro appena possibile che fu 21 giorni dopo il parto. A rimanere in casa con la bambina fu il marito, un medico tedesco, desideroso e disponibile ad un’esperienza paterna full time. Racconta Caterina: “Allattavo la bambina al seno, donavo il latte, facevo la staffetta tra casa e università. Dopo sei mesi ero stanca, ma soddisfatta”. La ricercatrice ha potuto comportarsi come fosse una libera professionista e, aggiunge, “nel mio caso, è stata una fortuna. Ero entusiasta della prova da wonder woman, mi avviliva invece dover rinunciare al progetto per cui ero tornata dall’America. Sono felice di aver potuto fare un’esperienza fuori dal comune e ringrazio mio marito senza il quale tutto ciò non sarebbe stato possibile, ma  difendo la legge che considero un grande esempio di civiltà. E non voglio considerarmi un esempio da imporre alle altre”. Caterina ha fatto la sua scelta per difendere la carriera, ma anche “per la paura che la nascita di mia figlia potesse  sottrarmi parte della mia indipendenza. Oggi, se avessi un secondo figlio, starei un po’ di più a casa, ma sempre  senza rinunciare a fare almeno del un pezzo del mio lavoro”. Pina Galeazzi, psicologa analista della Aita, ha tre figli e al suo impegno con i pazienti non ha potuto sottrarsi totalmente: “Ho lavorato fino al giorno prima del parto e, dopo quindici giorni, ero già all’opera, seppur con tempi molto ridotti. Per fortuna avevo attrezzato in casa una stanza come studio, potevo seguire la baby sitter e avere un occhio sui bambini.” Dice la psicanalista: “Gli studi clinici dicono con certezza che le separazioni nette, precoci e sostanziali sono nocive allo sviluppo del bambino”, poiché i nove mesi di simbiosi della gravidanza richiedono un loro tempo di separazione, che è pure un pezzo irreversibile di esperienza per costruire la relazione madre- figlio. Eppure, afferma Galeazzi, “la discussione sui tempi e sui modi che ogni madre elabora per costruire l’unione e la separazione con il neonato non deve avere un tono ideologico. Non si tratta, infatti, di imporre una morale, ma mettere ciascuna nell’agio di trovare la propria etica, intesa come ethos, (etikos, teoria del vivere) che si trova solo con l’ascolto sincero del proprio desiderio e delle proprie paure. Siamo in una grande fase di sperimentazione collettiva, i modelli di comportamento  delle nostri madri spesso non sono riproducibili, serve di fare spazio al racconto dell’esperienza senza farne veloci ideologie che, magari, sono comode per sostenere modelli di comportamento controcorrente, ma non aiutano nessuna a trovare la propria strada”.

[Pubblicato su Gioia Bambino, 04/2009]

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