GIOIA

Per stare bene mi basta qualche microdose

Non sono stupefacenti. E neppure omeopatia. Sono le solite medicine, ma ridotte e diluite in acqua e alcol grazie a una tecnica nata 25 anni fa in America Latina. In Italia si usano per curare il mal di denti, la depressione e i dolori delle donne incinte. Ci guadagna la salute senza effetti collaterali, ma anche il portafogli. Senza spese inutili.

Ho per mia natura la necessità di essere ottimista, dunque se il medico di famiglia mi accerta una bronchite e prescrive l’antibiotico, io non corro subito in farmacia ad acquistare le due scatole di compresse e un grande pacco di fermenti lattici (sono coscienziosa con il mio stomaco), ma comincio a telefonare freneticamente a qualunque altro dottore di cui mi fido. Ho la convinzione che troverò il modo di guarire con uno sciroppo miracoloso, mi accontento pure di un medicamento meno invasivo, cerco almeno di ingurgitare la metà delle pasticche, magari senza smettere di fumare (che è poi la causa della bronchite). Fustigata da tutti per la balzana idea di voler accendere le sigarette pur tossendo (avevano ragione ma l’ho capito solo oggi che ho smesso di fumare, la bronchite risale a sei mesi fa), fu premiata l’audacia di credere che esiste un’alternativa a 14 pasticche di claritromicina: “Basta prenderne due per guarire”, mi disse al telefono la mia ginecologa Antonietta Cilumbriello. “Nome del prodigio?” “Microdose”.

Per mia natura ho anche la necessità di non eseguire subito gli ordini, se non nel caso in cui il comando incontra il mio desiderio. Trenta minuti dopo sono seduta davanti alla scrivania della mia ginecologa che, però, mi spedisce dalla parte opposta della città per incontrare Marcella Saponaro, il primo medico che ha sperimentato le microdosi in Italia: “Ti spiegherà tutto”. A metà pomeriggio sono al cospetto di una signora minuta, bionda, e rilassata: lei arriva da un massaggio, io da due ore di slalom tra i bus di Roma stremata dall’astinenza di nicotina. Saponaro però ha un gran sorriso e una storia interessante da raccontarmi.

“Ciò che dà ad una sostanza il carattere di medicina o di veleno è la dose, diceva Paracelso (alchimista e medico vissuto nel cinquecento, il primo a consigliare l’uso di sostanze chimiche e minerali per la cura). La microdose è una diluizione del rimedio (farmaci tradizionali come la mia claritromicina, antinfiammatori, antidolorifici, ma pure fitoterapici, tinture madri o olii essenziali) che riduce anche di 1000 volte le dosi abituali utilizzate”. Il farmaco così ottenuto, disciolto in acqua e alcol, guarisce senza causare effetti collaterali, abbatte la spesa del privato e del pubblico, in fitoterapia salva le piante a rischio di estinzione, nell’aromaterapia permette l’uso di potenti olii essenziali che non possono essere assunti puri. Il principio attivo c’è sempre (a differenza dell’omeopatia) e infatti chi è allergico ad un farmaco non può assumerlo neanche in dosaggio micro.

E’ il farmacista che prepara la microdose. In questo caso, servono due ricette del medico: nella prima è prescritto il medicinale che il paziente compra e riconsegna al farmacista. Nella seconda invece c’è l’indicazione del dottore sulle quantità da diluire. I farmacisti possono farlo poiché rientra tra le competenze delle preparazioni galeniche che da sempre hanno allestito dietro il bancone (nel Lazio il loro l’Ordine ha dato una specifica autorizzazione). Il risultato è un farmaco liquido consegnato in una boccetta di vetro scuro da prendere in media quattro volte al giorno, due gocce sopra la lingua. Qui vi avviso. La mia claritromicina aveva un sapore terribile, ma dopo un po’ ci si fa l’abitudine, anche perché al terzo giorno la tosse era diminuita, al quinto non c’era, al settimo la bottigliette era finita (finalmente), il mio stomaco ringraziava e potevo tornare a fumare (al tempo l’ho considerata una fortuna).

Sull’efficacia delle microdosi esiste una vasta storia clinica di ottimi risultati che dura da 25 anni, da quando il medico messicano Eugenio Martinez dimostrò che esiste una dose minima efficace del farmaco capace di stimolare l’organismo verso la guarigione e oltre quella misura la sostanza attiva è inutile, se non dannosa. La scoperta di Martinez fu che l’assunzione sulla lingua tramite le papille gustative raggiunge l’ipotalamo, da lì la corteccia cerebrale e quindi gli organi effettori bersaglio (è la via breve, o neurormonale) che salta completamente il filtro di assorbimento per via del fegato e risulta quindi veloce e privo di effetti tossici. La tecnica delle microdosi è molto diffusa a Cuba dove Martinez raffinò la sua tecnica facendo virtù del bisogno di non sprecare i rari farmaci disponibili (causa embargo). Ad oggi, la somministrazione in microdose in America Latina è utilizzata da 50 mila medici, coinvolge strutture ospedaliere e Università, specie in Messico dove è molto popolare e tra le preparazioni più usate c’è quella a base di Cialis: qui da noi esiste un mercato nero della pasticca, lì della boccetta di microdose che, è evidente, funziona.

In Italia, sono ancora pochissimi i medici che usano le microdosi ed a ciascuno di loro lo ha spiegato Marcella Saponaro. La ginecologa Antonietta Cilumbriello da due anni somministra in microdose la vasosuprima (ferma le contrazioni in gravidanza) e l’ossitocina (le stimola durante il parto), ma pure gli antibiotici alle donne incinte (senza danni al feto) o gli ormoni sostitutivi in menopausa. Il dottor Maurizio Barillà, odontoiatra di Bergamo, usa inserire microdosi di farmaco nelle medicazioni intermedie curando così dall’interno la polpa del dente. A Milano lo psichiatra Luigi Di Tommaso utilizza ansiolitici e antidepressivi in dosaggio micro per disintossicare i pazienti: “Dimezzo la quantità di farmaco giornaliera e intanto comincio con le microdosi”. In un paio di settimane la sostituzione è completa e volendo smettere del tutto con gli psicofarmaci è più semplice.

Marcella Saponaro mi riferisce di ottimi risultati con il trattamento di farmaci in microdose per il diabete, l’epilessia, ma pure nelle stimolazioni ovariche per cure contro l’infertilità, e mi fa notare quale importante aiuto verrebbe ai paesi poveri da questo nuovo uso dei farmaci. Ci sarebbe poi un notevole calo delle malattie ieratogene (generate dall’intossicazione di farmaci usati per curare cure), stimate un terzo dei malanni esistenti, e sarebbe proprio qui la perdita di affari delle case farmaceutiche.

Per curare con le microdosi, spiega ancora Saponaro, serve un rapporto consapevole tra medico e paziente, poiché solo un’attenta osservazione fa decidere al medico quanto rimedio prescrivere e poi ridurlo nella diluzione. La rivoluzione, poi, ha biosgno di un’alleanza tra dottori e farmacisti. A Roma, Giorgio Gaudio della Farmacia Nova Salus ha creduto subito nelle microdosi, li usa per sé e la sua famiglia: “ed è una buona occasione per tornare ad preparare i farmaci e non solo venderli.” I farmacisti, come i medici giurano di avere a cuore la salute del paziente: primum non nuocere vale anche per loro.

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