ARTICOLESSE/GIOIA

Nuove Amazzoni. La donna con un seno solo

Lei è una ginecologa siciliana e ha scritto un romanzo intitolato “Il conto delle minne” (Mondadori). Un’ode alle donne, un canto erotico, una riflessione (autobiografica) sulla malattia.

Elena Silvia Sperandio, Amazzone, 2004

Giuseppina Torregrossa cucina con lo spirito di un’amante devota al piacere, dunque mal sopporta di mettere su ogni giorno sugo e panate per sfamare i suoi tre figli, ma passa felice un pomeriggio intero a preparare arancini, caponata o pasta alla norma per gli ospiti di una cena speciale. Questa ex ginecologa diventata scrittrice ha 53 anni e nelle sue note biografiche scrive: “sono di madrelingua siciliana, con buona conoscenza dell’italiano, vivo a Palermo e abito a Roma”. Dal 12 maggio, Giuseppina Torregrossa è in libreria con Il conto delle minne (Mondadori), cantico erotico sul seno, “che, nell’evoluzione della specie, le femmine hanno sviluppato come simbolo di attrazione sessuale”, precisa “non per allattare”: il nutrimento del neonato è un pezzo della generosa vita delle mammelle, ma viene dopo il loro primo senso seduttivo. L’esordio dell’autrice fu L’assagiatrice (Rubettino), la lieve storia di Anciluzza che scopre il gusto del cibo e del sesso aprendo una bottega dove vende delizie gastronomiche autoprodotte (spiegate in ogni dettaglio), accoglie corpi e li sfama “in ogni senso”.

Nel nuovo libro l’unica ricetta è quella della minne di Sant’Agata, le cassatelle ripiene di ricotta alla cannella e ricoperte di glassa bianca con in cima un candito rosso sangue. Il dolcetto si ritrova in molte regioni con nomi diversi ma a Catania è dedicato alla martire protettrice della città. Ragazza di grande bellezza e immensa fede (o carattere che può essere la stessa cosa) Agata non volle cedere al desiderio dell’arrogante console Quinziano e per questo le furono amputati i seni. San Pietro glieli fece ricrescere, il console lo considerò un torto personale e per ripicca torturò la ragazza sui carboni ardenti. Lei però ebbe l’ultima parola in quella catena di dispetti poiché rosolando divenne santa a imperitura memoria. Ne Il conto delle minne questa storia, nonna Agata la racconta alla nipotina che porta il suo nome mentre le insegna a fare i dolcetti dedicati alla Santuzza, passandole il segreto degli ingredienti e dell’ispirazione, poiché le cassatelle hanno il dono di proteggere la beltà e la salute del petto. A non farlo succedono disgrazie e le donne della famiglia Badalamenti lo impareranno a loro spese anche se le malanove diventeranno sentieri di crescita e insegnamento. In una lingua che mescola italiano e siciliano, la sensualità e la sessualità delle protagoniste sono raccontate con un continua attenzione a non perdere il filo della grazia, ma senza remora alcuna: “l’attrazione tra gli esseri umani è sempre erotica, gira intorno alla seduzione, pure quando non si esprime in una storia di sesso” dice Torregrossa. Nell’intreccio di vite, matrimoni e nascite scandite dagli insegnamenti della saggezza popolare siciliana, ogni donna del romanzo, pure la più bistrattata, troverà sempre il suo pezzo di dignità e fierezza, in un amorevole orgoglio di genere che talvolta sfiora l’autocompiacimento. La storia della dinastia femminile, dallo scorso secolo ai nostri giorni, corre veloce, poi cambia tono ma mantiene il ritmo focalizzandosi sulla moderna Agata che ad un uomo prepotente si offre di sua volontà e per il suo godimento. Perdendo completamente la testa al punto di scordarsi di fare i dolci sacri il 5 febbraio, festa della santa, come la nonna di cui portava il nome le aveva sempre raccomandato. Un giorno nel suo magnifico seno che “manda pazzo” l’amante, si annida il malanno, il tumore che già aveva preso due zie e una bisnonna. Quando la mammella le sarà recisa e le parenti andranno a trovare la nipote, il “conto” delle minne (traduzione letterale de u cuntu cioè il racconto) diventa la conta dei seni: tre donne dovrebbero farne sei e invece ne sommano tre, numero dispari, che è una disgrazia se la natura le ha volute appaiate. Agata attraversa la malattia, smette e poi ricomincia a fare l’amore, tra avventure, traslochi e colpi di scena troverà il suo fiero spirito di amazzone.

Come finisce un libro non può essere svelato, però va detto che questo pezzo della storia è la parte più autobiografica. Giuseppina Torregrossa ha lavorato fin da studente universitaria con le donne colpite dal cancro al seno, curandosi soprattutto del loro sostegno psicologico. Dopo dieci anni di attività, fu lei ad ammalarsi. Giuseppina subì un’amputazione, fece la chemioterapia e non riuscì a mettere una protesi interna poiché la prima volta ebbe un rigetto e la seconda volta una recidiva del tumore. Le rimase una protesi esterna davvero scomoda da portare soprattutto al mare dove lei vive il più possibile. Fu così che una mattina d’estate, “in quel grande utero che è per me la spiaggia di Scopello”, Giuseppina si guardò intorno e pensò che averci una sola minna non la faceva più brutta di certuni e di certune che avevano la pancia cascata, il sedere molle, le spalle ricurve e, chiesto il permesso ai figli, si tolse il reggiseno. Un gesto autoritario e coraggioso, seppur sofferto per sé, simbolico per ogni altra, che metteva a nudo di fronte al resto del mondo il più intimo segreto: “mostrarsi con un danno è un atto di fiducia”. Non per caso la prima a coglierlo fu una bambina che aveva una cicatrice lunga da fianco a fianco e da quel giorno pretese di non portare più il costume intero. Torregrossa divenne per tutti “chidda ca iavi na minna sula”, “quella che ha un solo seno”, nessuno gliene ebbe a male e da allora non ha più indossato la parte superiore del costume. Dopo l’amputazione Giuseppina non ha smesso piacere e di piacersi, di dare e prendere nel gioco del sesso, però dice “è tanto faticoso seguire il ritmo veloce del consumo in questo pezzo della vita, e adesso ho voglia di ritrarmi”. Quel reggiseno tolto dal suo corpo anche a nome di ogni altra amazzone è stato (forse?) l’inizio di un banchetto che ha saziato la fame senza appesantire, permettendo così di gustare solo piccoli assaggi di sapori perfetti, rari e sacri. Come una cassatella impastata nella devozione della santa o il sapore del succo di zagara che solo qualche giorno all’anno può essere succhiato direttamente con la lingua, una goccia in ogni fiore, che darà un gusto indimenticabile e non diverrà mai un frutto.

[Pubblicato su Gioia, 05/2009]

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