FULMINI

L’amniocentesi di Stato e la grande colpa di noi, Madri Selvagge di Giulia Galeotti

L’amniocentesi di Stato e la grande colpa di noi, Madri Selvagge di Giulia Galeotti

“Dopo i 40 anni l’amniocentesi è obbligatoria”, mi dice L . La guardo. “Sono sicura” ribadisce con  forza, insiste. È un caldo pomeriggio di fine ottobre, Roma è splendida, io e L. ci raccontiamo come facciamo da sempre. Questa volta, dopo anni di catechismo, scout, vacanze, fogliettini per la maturità e tante messe (anche ora, ogni tanto, andiamo insieme la domenica, le poche superstiti di un gruppo di amici secolarizzatisi con l’età), mi informa, candidamente, della (presunta)  amniocentesi di Stato. Mesi prima, avevo cenato a base di pasta al pesto, parmigiana, zuccotto di Giovanni e ciliegie tardive: un sabato in terrazza con dieci donne – chi di sinistra, chi di destra, chi cattolica, chi atea (qualcuna devota, qualcun’altra devotamente anticlericale), con figli e senza figli, con aborti e senza aborti, famose (nove) e non famose (una; ma almeno ero la più giovane…).

Delle 9 donne famose, due lo sono recentemente diventate un po’ di più per aver scritto un libro, Madri selvagge, pubblicato da Einaudi per la serie Stile libero. In esso Paola Tavella e Alessandra Di Pietro esprimono tutta la loro contrarietà verso quella che definiscono “la tecnorapina del corpo femminile”. La storia di Madri selvagge ha inizio un anno fa quando, sollevando un grande scandalo, le due giornaliste scrissero una lettera (che il Manifesto rifiutò di pubblicare, e che trovò invece poi spazio su il Foglio) in cui prendevano posizione sul referendum del 12 giugno 2005 sulla legge 40: “si sarebbero astenute come i preti”. Ebbene, come mai si ritrovarono abbracciate a Ruini due femministe di sinistra? (Paola e Alessandra si sono conosciute nell’estate del 1993 al Manifesto, lavorando poi insieme anche a Noi Donne e alla comunicazione del Ministero per le pari opportunità dei governi di centro-sinistra). Era l’ennesima conferma che qualcosa di realmente nuovo stava accadendo nella storia del nostro paese: per la prima volta il fronte nettamente contrapposto tra laici e cattolici che aveva segnato le grandi battaglie di divorzio e aborto, era saltato. Come noto infatti, il referendum sulla fecondazione assistita ha visto tanti laici e tante femministe astenersi o esprimersi per il No, e tanti cattolici collocati invece sul fronte del Sì. Il libro, che è al contempo un saggio scientifico, un’inchiesta giornalistica e un diario, è la continuazione e l’approfondimento di quella lettera. Le prime, splendide, quattro frasi ne sono il  riassunto migliore: “abbiamo concepito i nostri figli nel piacere, li abbiamo partoriti accucciate, nel dolore e nel sangue, li abbiamo attaccati al seno con gusto per anni. E se in futuro si vergognassero di noi, le loro madri selvagge? Se ci rimproverassero di averli fatti nascere come umani, non selezionati, non diagnosticati, non testati, confidando in una sorte che pure avrebbe potuto essere predetta e scelta? Forse da adulti scoprirebbero di avere un difetto che si poteva evitare se fossero stati concepiti in vitro da embrioni verificati”.

Sono diversi i temi che Paola Tavella e Alessandra Di Pietro affrontano nel loro scritto, che è un inequivocabile “manifesto di amore per la vita”. Si parte con l’affrontare la questione della sterilità, incredibilmente aumentata
negli ultimi decenni: oggi in Occidente una coppia su quattro ha questo genere di problemi. Le autrici ne individuano diverse cause. Innanzitutto essa è dovuta all’inquinamento ambientale che  immette nel nostro organismo una gran quantità di sostanze chimiche dannose. Esiste poi una motivazione di tipo sociale, e cioè la riluttanza maschile alla paternità: se infatti la donna è soggetta a un orologio biologico (nonostante i diversi tentativi di ribellarvisi), l’uomo è sempre in tempo, e rimanda all’infinito. Un ruolo non marginale è quindi giocato dalla fretta: quando si vuole un figlio, lo si vuole subito (e lo si vuole perfetto, ne parlerò tra breve), tanto da non aver la pazienza necessaria per aspettare i ritmi naturali del corpo (non certo impermeabile agli anni di contraccezione che gli abbiamo imposto). Fatto sta dunque che il problema della sterilità è taciuto e ignorato: per tante ragioni, si preferisce investire tempo e denaro sulle nuove tecniche  riproduttive, piuttosto che studiare e curare l’infertilità.

Il libro denuncia quindi la rapina invasiva degli scienziati che tentano di appropriarsi della capacità procreativa femminile: “la procreazione assistita è un nuovo modo per avere i figli, e che presto sarà in competizione diretta con l’altro”, scrivono Paola ed Alessandra, davvero ostinate nel
loro voler vivere la maternità non come una malattia o un processo tecnologico, ma come un evento naturale. Condurre uno stile di vita liberamente scelto, rispettoso della persona e dei suoi ritmi, sembra davvero un valore per queste due amiche.
Se tanti sono dunque i colpi di scena che emergono nel corso della lettura, v’è però uno che – trovo – primeggia su tutti: chi sono infatti queste Madri selvagge? Sono quelle madri disgraziate e incoscienti che insistono per voler concepire i propri figli con un atto d’amore (e tutti i rischi del caso) piuttosto che con una siringa (sicura, pulita e disinfettata); sono soprattutto (visto il tema di questo numero di Ombre e Luci) quelle madri disgraziate e incoscienti che rifiutano esami ed analisi per sapere “come sta” il feto che portano in grembo. Perché, ad aggiungere stranezza a stranezza, Paola ed Alessandra sono contrarie all’amniocentesi (diventata ormai oscenamente e  candalosamente un esame di routine) e a tutte le indagini che dovrebbero illuminare il ventre materno alla ricerca di gravi malattie e di inaccettabili imperfezioni. E sono contrarie perché rifiutano visioni deterministiche secondo cui ad una selezione eugenetica corrisponderebbe una vita migliore. È questo che riesce a farmi sentire vicine due donne che invece, per tanti altri aspetti, sono lontane da me? È questo che non mi fa più capire la mia amica L.? Perché della sua erronea asserzione sull’obbligo amniocentico oltre i 40 anni, non è l’errore in sé a spaventosa cultura (o meglio incultura) della vita.
Mettiamo anche che introdurre un ago nel sacco amniotico non sia pericoloso, mettiamo anche che questo trauma non rischi di uccidere il feto o (tanto per non esser eccessivi) che non rischi di causare quel rischio che vorrebbe invece evitare, cosa sarebbe l’amniocentesi di Stato?

Sarebbe un legislatore, un giudice e un medico che decidono e impongono quale sia la vita che è degna di essere vissuta (è inutile dirlo, ma lo dico: in Europa l’89% di donne sceglie di abortire se l’amniocentesi rivela che il feto è affetto da sindrome di Down – il dato è stato fornito da Umberto Veronesi in un’intervista all’Unità del 26.4. – 2005). Ma davvero possiamo rinunciare a tentare di capire cosa sia un essere umano, cosa faccia di un essere un essere umano? Andando oltre, in questo libro c’è un protagonista che le donne, tutte le donne della storia, conoscono da sempre (così come tante madri e qualche padre di Fede e Luce) – il senso di colpa. Questo protagonista, questo anti eroe, striscia in tutto il libro, giocando un ruolo singolarmente decisivo.
Perché se la diagnosi prenatale è ormai un obbligo a cui non è moralmente lecito sottrarsi, è logico che la massima colpa diventa quella di aver fatto nascere un figlio imperfetto quando esami, test e analisi mi avrebbero potuto “illuminare”. È, del resto, in nome di questa luce oscurata (drammatica rivisitazione della parabola evangelica) che in Francia e negli Stati Uniti figli imperfetti hanno trascinato in giudizio madri e medici che li hanno “lasciati” nascere. È in nome di questa luce oscurata che Chiara Valentini* fa diventare un’eroina, un modello “di coerenza e di coraggio”, Veronica Lario° per aver abortito un feto di 7 mesi perché affetto da una grave malattia. Ha affermato Luisella Battaglia, ordinaria di filosofia morale a Genova e una delle poche donne che hanno fatto parte del Comitato nazionale di bioetica, che “se oggi c’è la possibilità di prevedere lo stato di salute di chi nascerà, almeno in rapporto alle malattie genetiche più gravi, c’è il dovere, non solo il diritto di farlo. (…) è un’etica della responsabilità che i genitori sono chiamati ad osservare, e di cui la scienza ha spostato i confini”. Sono costretta a rileggere questo brano più volte: “c’è il dovere” di farlo… in nome di “un’etica della responsabilità”. Tanto ci sarebbe da dire, da obiettare, da aggiungere… Può, forse, bastare un passo terribilmente irresponsabile di Madri selvagge. “L’estate scorsa Paola, che è miope, si è fermata a guardare in un grande magazzino una bambinetta bionda che dal passeggino taccheggiava merce negli scaffali. La madre, poco più di una ragazza, quando si è accorta di essere osservata ha girato la carrozzina. Paola ha pensato che volesse nascondere le attività della piccola ladra e le ha detto, ridendo: – Anche i miei a quell’età rubavano nei negozi, alla cassa gli facevo restituire tutto (…). La madre si è avvicinata. Ha detto, in fretta e sottovoce: – Mia figlia è Down, capisce? È mongoloide, non ho fatto gli esami prenatali. Non l’ho potuta evitare –. Paola ha guardato in faccia la bambina, si è accorta che era Down, ha continuato a trovarla un amore.
 Superando l’imbarazzo ha detto: – è molto carina –. (…) Anche io la trovo bellissima. Ha cinque anni e sembra che ne abbia due, mica posso farfinta di niente: la gente si volta di là. Con mio marito la chiamiamo “la bambina invisibile”. (…) Poi ha preso sua figlia e se ne è andata. Quella madre andava fiera della bambina, ma si vergognava di esserlo e, soprattutto, di averla avuta. Di non averla saputa evitare”.

(Da Ombre e Luci]

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