GIOIA

Uomini che diventano donne

Vladimir Luxuria cita Patty Pravo: “Un pensiero stupendo nasce strisciando. Voler diventare donna è stata una domanda che ho fatto a me stessa, in silenzio, ogni giorno, dopo la vittoria all’Isola dei famosi. Un disagio che ho deciso di ascoltare e indagare. Non è voglia di normalizzazione, né amore per un uomo, solo un processo di maturazione e del mio passato non rinnego nulla, sarò una trans-donna”. Nei prossimi giorni, la futura Luxy, inizierà il real life test, un periodo da vivere come fosse già una donna, ovvero, in buona sostanza, “un periodo di castità”. Vladimir è pensierosa per la ricostruzione della futura vagina, per la sensibilità e il piacere, “sceglierò un’ottima clinica, metto da parte i soldi fin da ora”. Ed è un po’ imbarazzata a parlarne nei dettagli. Eppure è necessario. Perché, spesso, è a partire dalla propria sessualità, da zone del corpo, dell’anima e del cervello chiare e insieme oscure per ciascuno di noi, che Vladimir e le donne intervistate per questa inchiesta, femmine nate in un corpo maschile, hanno capito/deciso che era necessario adeguare il proprio fisico all’identità di genere opposta cui sentivano di appartenere: “per non morire” (Eva, artista, 38 anni), “per continuare a vivere” (Giulia, 31 anni, disoccupata) “per non suicidarmi” (Francesca Eugenia Busdraghi, 44 anni, ex manager).

Vladimir è ancora tecnicamente una transessuale, una persona che sta transitando dal sesso maschile a quello femminile, le altre sono donne a tutti gli effetti, anche per l’anagrafe. La legge 164 del 1982 regolamenta la ri-attribuzione chirurgica del sesso, ovvero il percorso con cui è possibile “cambiare sesso”, o “meglio adeguare l’identità fisica a quella psichica” come spiega Leila Dainais, storica attivista dei diritti civili per le persone transessuali. Sono previste visite mediche, perizie psicologiche, autorizzazioni del tribunale necessarie per procedere alle operazioni dei genitali, e infine arriva il cambio nome sul documento di identità che diventa spesso un feticcio esibito con orgoglio poiché faticosamente conquistato. La storia di una transessuale è sempre diversa dalle altre, ma in quasi tutte c’è una radice antica che risiede nell’infanzia, nelle prime manifestazioni di gusti, piaceri, amicizie: “mettevo i vestiti di mamma”, “piangevo per avere le barbie”, “volevo giocare con le bambine” raccontano oggi le nostre intervistate. Seguivano dinieghi, repressione, violenze. Dice Michela, 28 anni, pugliese: “Mio padre non sopportava che io, il suo figlio maschio, già da piccolissima, avessi tratti fisici così femminili ripresi da mia madre e così ci picchiava entrambe”.

Talvolta, il disagio di un corpo “sbagliato” arriva con l’adolescenza. Giulia, 31 anni, ligure oggi residente in Toscana, operata da 4 anni, racconta così la maturazione del desiderio/necessità di essere una donna nella pubertà: “Nelle mie prime fantasie sessuali io ero femmina e a partire da quell’identità ero attratta dai maschi. Lo dissi a mia madre e fu una tragedia, dunque feci un completo passo indietro. Reprimendo la socialità innanzitutto. Lavoravo in un’impresa dei miei e vedevo pochissimi amici. Perché se pure io per un attimo potevo dimenticare il mio fisico, gli altri me lo ricordavano, magari con una pacca sulle spalle o un commento sulla partita di pallone. Fino al giorno in cui ho iniziato la cura ormonale non ho mai indossato un abito femminile: io ero donna e non volevo essere scambiata per un travestito né per omosessuale”. Oggi Giulia ha vinto la sua partita, è una bella ragazza, cinque gruppi di interventi al viso hanno cancellato ogni traccia dei suoi lineamenti maschili.

Eva, talentuosa e magnetica artista del Sud Italia, ricorda: “Fin da piccolissima andavo a letto sognando con ferma intenzione di essere una donna. A dieci anni lessi su una rivista la storia di Tula, la fotomodella che aveva cambiato sesso, andai da mia madre e mostrandole l’articolo le dissi che quella era la mia strada”. Eva, figlia di un militare dalle vedute democratiche, iniziò il calvario degli psicologi, ma non era maggiorenne, non poteva per legge procedere ad un adeguamento del suo corpo né “avevo la forza per farlo. Trovai il mio compromesso per sopravvivere. Studiavo più degli altri, ero bravissima, mi definivo un angelo, senza sesso. Andai a vivere in una grande città, il lavoro e i divertimenti mi distraevano dal mio disagio, ma non avevo una vita sentimentale né sessuale. Mi convinsi che non potevo diventare donna perché il demone dell’arte mi avrebbe abbandonato, lui desiderava abitare solo un essere stravagante. Poi un uomo si innamorò della ragazza che era in me e io riconobbi in lui il mio traghettatore. Potevo smettere di essere un personaggio e diventare una persona. In due anni e mezzo iniziai e finii il mio percorso, psicoterapia e interventi compresi, alla fine ci lasciammo. Ora io sono una donna in tutto, orgasmo compreso, ho un fidanzato che mi ama e dentro questo rapporto, nella relazione con lui e con gli altri costruisco la mia essenza femminile”. Eva, come molte altre, ha coltivato innanzitutto la propria identità nel giardino segreto della fantasia sessuale, poi ha esportato il disagio provando una mediazione in uno stile di vita (“ero dark, così avevo una scusa per indossare abiti aderenti e truccarmi” ricorda Michela), ma di fronte alle angherie subìte, la rinuncia è stato un passo obbligatorio: “Il giorno che mio padre mi spaccò la testa con un bastone, decisi che non avrei più cercato un dialogo, ma solo lavorato e studiato per scappare via il prima possibile” chiosa ancora Michela. Lei, ad esempio, ha impiegato dieci anni capire la sua vera natura vivendo l’attrazione per gli uomini come amore omosessuale: “ma ero insoddisfatta, non volevo essere toccata e solo pensandomi e vivendo il sesso come fossi stata donna mi eccitavo”. Dopo aver abbandonato un fidanzato molto amato che le chiedeva di rinunciare anche nella fantasia a sentirsi donna, Michela cadde nella depressione, “finita nel giorno in cui compresi che quel ragazzo era l’ultima persona cui avevo sacrificato me stessa: cominciai a prendere di mia iniziativa gli ormoni, poi, impaurita per la salute, andai all’ospedale San Camillo di Roma e avviai un percorso sicuro, seguito dai medici”. Aveva 26 anni e dopo qualche mese ha incontrato il suo attuale compagno con il quale gestisce un salone di bellezza. Francesca Eugenia Busdraghi, invece, ha vissuto per 44 anni la vita che “gli altri desideravano”.

Con lei cammino per la centralissima via del Corso, a Roma. Francesca indossa un discreto tubino nero e scarpe modello chanel con cinque centimetri di tacco, ma è alta un metro e 85, ha spalle larghe, non possa inosservata. I passanti ammiccano, ridacchiano, la guardano con sfrontatezza, io sono sbigottita e mi innervosisco, Francesca non sembra farci caso: “E’ talmente liberatorio per me avere il corpo da sempre desiderato, portalo a spasso vestita con cura e attenzione, che non mi importa nulla della loro reazioni. Per 44 anni sono stata un uomo che desiderava essere donna, ma non ne ha mai parlato ad anima viva. Ho fatto la carriera militare, ho avuto una moglie e fatto sesso da uomo otto volte: in una di queste occasioni è nata la mia amata figlia che oggi ha 17 anni. Ho tenuto duro in un compromesso che mi ha sfiancato, tra rinunce e bugie, finché mi è stato chiaro che non avevo alternativa: uccidermi o prendermi il mio corpo da donna. Nello stesso giorno in cui ho iniziato la cura ormonale ho annunciato la decisione. Mia figlia non mi ha rivolto parola per una settimana, poi ha capito e posto una sola condizione: “Papi non operarti alle corde vocali”. Francesca sostiene che a lei del sesso non è mai importato nulla: “Io volevo piangere davanti a un film, sognare l’amore romantico, andare a letto in una qualsiasi notte d’inverno tirandomi su il piumone sentendomi nel corpo giusto”. Quando è stata operata ha avuto alcune esperienze sessuali “con bei ragazzi tanto più giovani di me, ma adesso archivio il sesso, sono una signora di cinquant’anni e neanche tanto bella, mi basta aver provato che cos’è”. Francesca era un manager con ottimo stipendio, oggi lavora con contratti co.co.co avendo perso l’impiego e non sa mai se arriva a fine mese. Succede spesso. Talvolta fa notizia come nel caso del capo cantorum della chiesa di Lecce, però se fa titolo anche il contrario (“Vittorio Casamassima, dirigente di banca, cambia sesso e non perde il lavoro”) significa che la realtà di Francesca non è, purtroppo, caso raro.

[Pubblicato su Gioia]

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