FULMINI

Madri selvagge – La dura legge della giungla – su Diritto all’epidurale negato

Madri selvagge – La dura legge della giungla – su Diritto all’epidurale negato

“La dura legge della giungla sancisce la sopravvivenza dei forti e la scomparsa dei deboli.

Il libro Madri Selvagge è un inno alla giungla, ai forti, alla Natura con la Madre davanti.

Di cosa discutono Paola Tavella e Alessandra Di Pietro, le nostre due mamme “giornaliste-scrittrici-casalinghe”? Nelle loro confortevoli capanne si chiacchiera soprattutto di legge 40, di 4 Sì o 4 No da lasciare sulla scheda referendaria del lontano 2006. Soprattutto di legge 40 ma non solo.

Le nostre mamme selvagge – come si definiscono loro con una punta di orgoglio – sono di sinistra, ex portavoce e addette stampa del Ministero Pari Opportunità nell’Era Prodi. Sono insomma donne emancipate, politicamente attive e professioniste soddisfatte.

Che ci fanno dunque due femmine emancipate e di sinistra sugli alberi? A dondolarsi sulle liane con il vestitino in pelle di leopardo?

Stanno lì e dall’alto del loro baobab osservano – e giudicano – il tecno-mondo, i tecno-medici, le tecno-donne-sterili.

Già a pagina 15 si constata che Non esiste assenza di fertilità se non come condizione del cuore, e allora è la più infelice. Rimpiangono i bei tempi passati di Concettina (la nonna di Alessandra Di Pietro) quando le donne sterili erano rare e se si disperavano non lo facevano vedere.

Le due mamme selvagge parlano di sterilità ma le loro ovaie funzionano a pieno regime. Paola ha già due figli (se non ricordo male) e Alessandra mentre da alla luce la sua selvaggia fatica letteraria è in dolce attesa.

Alessandra ovviamente non ha nessuna intenzione di sottoporsi a villocentesi o amniocentesi. Giù le mani dalle ovaie e dal pancione di Alessandra! Tecnomedici misogini, profeti del biotech maschilista per natura. Terroristi e profanatori del mistero della nascita. Alessandra non farà nessuna indagine prenatale perché Paola anni fa ha partorito prole sanissima facendo a malapena un’ecografia. E se lo ha fatto Paola allora buona camicia a tutti.

Del libro ci sarebbe tantissimo da smontare e quasi nulla da salvare. Per chi ha voglia ho trovato una bella recensione di Chiara Lalli. E alle sue osservazioni aggiungo un punto.

A pagina 114 le due selvagge discutono dell’ansia che spesso consuma le mamme in dolce attesa. E’ la paura di portare nel grembo un figlio malato. Una paura che la medicalizzazione di un evento naturale, accettata per placare la paura dell’ignoto, in realtà non fa che alimentarla, perché spinge a ricercare una sicurezza, una garanzia di “qualità del feto” che semplicemente non è possibile.

E qual’è il rimedio all’ansia di Alessandra e di tutte le donne emancipate? Almeno di quelle che vivono nelle capanne e si dondolano sulle liane? Il miglior rimedio all’ansia non è farsi un altro esame, ma provare ad avvertire la mano del destino all’opera, accettare che non tutto è sotto il nostro controllo, sentirsi un po’ passive.

Paola e Alessandra si domandano retoricamente se rifiutare le indagini prenatali sia da incoscienti, da ammutinate del Progresso. La risposta è ovviamente No. Perché pur utilizzando gli strumenti della modernità (Alessandra farà il Bi-test) le due non rinunciano al loro sentire, confidando più che diffidando. Confidando in Madre Natura ovviamente, nella Mano del Destino e nell’Armonia del Cosmo (pure il Cosmo le mamme selvagge trascinano sulle cime dei baobab).

Ma otto facciate più in là (pagina 122) la frittata si ribalta. Si diffida più che confidare. Ovviamente non di Madre Natura perché il rischio è insito nella vita e nel dare la vita e le donne lo sanno. E’ giusto fare prevenzione (grazie) ma è follia far credere che la scienza possa dominare l’incontrollabile e che a questo fine sia giusto pagare qualunque prezzo.

E quindi si deve coltivare non solo frutta e verdura biologica, ma cautele, dubbi, attenzione, diffidenza e studio, pretendere e perseguire il più possibile la chiarezza e l’onestà dell’informazione come strumento cruciale di democrazia.

Ovviamente il classico pelo nell’uovo va cercato nelle tecno-pratiche-mediche. Lo sguardo sospettoso sotto una fronte arricciata è tutto rivolto alla scienza e al progresso medico, alla procreazione medicalmente assistita ma non solo. Nella lista delle cose da eliminare (o moderare nell’uso) c’è l’epidurale, gli omogeneizzati per i bambini, il latte artificiale, gli ogm.

Le mamme selvagge fanno un minestrone, probabilmente perché il pranzo si avvicina. Si abbandona il tema legge 40 e ovaie in sciopero e ci si scaglia contro tutto ciò che non è naturale e che anestetizza la maternità. Tutto ciò che potrebbe trascinarci nel baratro nazista dell’eugenetica.

Anche se per convincerci tutte ad allattare al seno ci si rifà al decalogo eugenetico. Pagina 159: Alcuni studi evidenziano inoltre (quali?) che la durata di allattamento al seno risulta correlata a un maggior QI, migliore capacità di linguaggio, miglior comprensione nella lettura, nelle abilità scolastiche e – udite udite! – in Matematica!

Nella zuppa di verdure ovviamente c’è un pizzico di epidurale. Poca cosa – da pagina 139 a 145, ma abbastanza per scatenare l’orticaria alla qui scrivente.

Dondolandosi sulle liane si domandano a che cosa serva il dolore del parto e se veramente le donne lo vogliono evitare. Non è un dolore che uccide ma che accompagna da sempre l’inizio della vita. Non c’è un’altra parola per dirlo – affermano serissime la coppia Tavella – Di Pietro – e qui seguirebbe una citazione di Peretz e Snedeker.

Ma io sono maligna e dispettosa e ho trovato un pensiero molto più vicino che non il passo tratto da The Role of the Professional Labor Assistant.

E quindi citiamo Lidia Maggi:

Lo scandalo della nascita non è tanto legato al dolore del parto, quanto alla fragilità ed alla precarietà ad essa accompagnata.
Fragilità con cui siamo di continuo chiamati a fare i conti.
Su questa precarietà del parto, come ingresso alla vita, ci sono tante domande da fare alla Scrittura. E al buon Dio più direttamente, questioni che non trovano risposta esaustiva. Il dolore finalizzato alla vita non sembra spaventare e preoccupare le donne che si ritrovano piuttosto a sentire lo stupore di fronte ad una creatura partorita.
Tragico non è il dolore del parto che svanisce con l’arrivo della nuova vita, piuttosto rimane scandaloso che questo dolore rappresenti una costante nell’esperienza umana: più che al momento del parto, si può dire che il dolore vada riferito alla vita umana partorita…

Amen. Dall’alto di un baobab”.

[su Diritto all’epidurale negato]

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