GIOIA

C’è una nuova borghesia, quella degli immigrati

Fayek Khalil, 54 anni, pediatra di base del Sistema sanitario nazionale, dice: “L’Italia mi ha dato tutto quel che ho e io mi sento italiano. Qui ho frequentato l’università e incontrato la mia ex moglie, qui sono nati i nostri due figli”. Il primogenito diventerà medico e sarà la seconda generazione dei dottori Khalil, origine egiziana e cittadinanza italiana. Il pediatra che in vent’anni di lavoro nel multietnico quartiere Esquilino di Roma ha visto crescere la quota di pazienti extracomunitari fino all’attuale 50 per cento, comprende la paura verso lo straniero: “L’immigrazione dell’ultimo decennio non è protettiva verso gli italiani e le comunità che arrivano sono chiuse”.

Sonia Zhou 42 anni, titolare del ristorante cinese più noto di Roma, donna eccentrica con una magistrale capacità di autopromozione, ha deciso “di invecchiare in Italia” dove possiede una casa e una florida attività. I suoi figli guardano sul satellite i canali cinesi ma lei legge solo giornali nostrani, abbraccia i clienti e si sente estranea semmai ai suoi connazionali: “La maggior parte di loro viene da Wen Zhou, io da Hang Zhou, ci sono mille kilometri di distanza”. Come dire Milano e Napoli? “Esatto: io sono Milano, loro Napoli”.

Madeleine Ochoa Estrada, 39 anni, peruviana di Lima, è impiegata in una filiale Unicredit di Torino e ha ottimi rapporti con i colleghi: “Per molti italiani è sconvolgente che io lavori qui: pensano che sarebbe più giusto se al mio posto ci fosse un loro parente”. In Perù aveva un diploma in contabilità, in Italia ha ricominciato gli studi dalla prima media facendo le pulizie per mantenersi. Sostenuta dalla sua sacrosanta ambizione, Madeleine ha collezionato corsi di formazione fino all’incontro con l’associazione Almaterra e il progetto di inserimento nelle banche di donne immigrate istruite. Non si è mai sposata, e quando qualcuno le chiede se è diventata italiana per aver contratto matrimonio lei orgogliosa risponde: “Non ne ho avuto bisogno”.

Queste sono storie di una nuova borghesia che cresce, e che è ancora una minoranza su 4 milioni e mezzo di immigrati regolari che producono reddito (il 10 per cento del Prodotto interno lordo), pagano tasse (5,6 miliardi circa) e contributi (4 per cento del monte Inps). Sono in tanti e fanno i medici, gli impiegati, i commercianti, gli ingegneri, i militari e i calciatori. Hanno insomma ruoli visibili e di responsabilità nelle nostre città, nelle scuole, negli ospedali. Alcuni nati altrove e qui giunti per migrazione o adozione, altri invece sono nati cittadini italiani. Eppure se non hanno la pelle bianca questi italiani provocano un’espressione di stupore quando li si incontra in Tribunale o in uno studio medico, o in un ruolo sociale più autorevole del nostro, o in una fascia di reddito più alta.

La borghesia degli immigrati esiste, ha conti in banca e case di proprietà (21 per cento degli immigrati), ma “è una frangia minoritaria”, sostiene Ferruccio Pastore, direttore del Fieri, forum internazionale ed europeo di ricerche sull’immigrazione: “Potrebbe essere una classe più ampia e stabile se esistesse un meccanismo efficiente per l’equiparazione dei titoli di studio e semplificato l’accesso alla cittadinanza italiana, dunque di conseguenza anche agli ordini professionali e all’impiego pubblico, abbassando così lo still waste, il sottoutilizzo sistematico delle risorse umane straniere”.

Non si tratta, dunque, di farla facile sui diritti, ma garantirli a chi lavora, produce reddito e crea occupazione. Robert Najjar, 59 anni, libanese di formazione cosmopolita, medico responsabile di una clinica per la tecniche di fecondazione assistita con vent’anni di esercizio professionale in Italia mi racconta, per fortuna sorridendo, che da mesi fa e disfà il dossier per chiedere la cittadinanza poiché aspettando un certificato da Parigi (dove ha studiato) scade il documento arrivato da Beirut o quello richiesto all’anagrafe romano. In attesa che l’Italia lo riconosca come uno dei suoi, Najjar ha aperto dal suo ufficio una finestra sul mondo: la sua assistente Virginiska Sterian è rumena, un anestesista giordano, l’altro palestinese.

Essere italiani sulla carta è un indubbio vantaggio ma non c’è alcuna automaticità nel sentirsi parte di questo Paese anche avendo un buon lavoro fisso. Brunette Mangoua Noubissie Djialeu, informatica, originaria del Camerun, arrivata in Italia per ricongiungersi con il marito, è stata assunta nel CSI Piemonte sempre tramite l’associazione Almaterra, racconta: “Faccio un lavoro più gratificante di un’operaia o di una colf e mi sento fortunata. Però ho tre figlie tra i 16 e sei anni, le ultime due sono nate qui, e so che la più grande difficoltà a trovare il lavoro. L’integrazione è un processo complicato e lo sarà anche per loro che sono italiane”.

Il pregiudizio collettivo si nutre anche di un immaginario statico alimentato dai media, come spiega uno studio del Fieri su trent’anni di copertine dedicate all’immigrazione (Faccia da straniero, in uscita da Bruno Mondadori): “Prevale l’equivalenza tra straniero e delinquente, c’è poco spazio per le buone notizie sull’immigrazione, salvo qualche rara incursione per raccontare la storia di un singolo successo”. Gli stereotipi, negativi ma anche positivi, in ogni caso non raccontano come milioni di stranieri che vivono sul suolo italiano siano inseriti in ogni livello del tessuto socioeconomico, dai top manager (il 2,5 per cento, tra le percentuale più basse d’Europa, destinata a triplicare nel giro di dieci anni) agli operai, dagli studenti ai liberi professionisti.

Gli italiani che non hanno la pelle bianca sono anche i nati da genitori immigrati oppure bambini adottati dall’estero che non hanno mai visto il paese dei nonni o quello in cui sono nati. Neanche a loro è risparmiato lo stupore dei nativi bianchi, ma sono ormai adulti, istruiti, occupati e spesso hanno strumenti forti per combattere il pregiudizio. Ingy Mubiayi scrittrice, padre diplomatico zairese e madre egiziana, donna colta e raffinata, dice che la “la sua pelle il nera le è sempre valsa come termometro”: se aumenta il malessere sociale, la povertà o anche solo il numero di naziskin in circolazione, facilmente lei becca un insulto. Lo racconta con lo spirito di un entomologo che osserva i suoi insetti, mentre saluta i clienti della libreria che ha voluto aprire in un quartiere periferico e turbolento di Roma. Marila Nsunda Nimi, giovane avvocata torinese, padre congolese e madre italiana, due fratelli neri e uno bianco, ha sempre considerato la sua pelle scura “un vezzo al pari degli occhi azzurri”. Marila sa che non tutti hanno avuto “la fortuna di nascere nel posto giusto”, così ha fondato con altri giovani immigrati di terza generazione il Muni, Movimento e unione nazionale interetnica, per sostenere i diritti di chi arriva oggi dall’estero. Marila non ha ricordi di razzismo nei suoi confronti ma sa di essere stata protetta e privilegiata. Una storia forse non semplice ma fortunata come Christian Alì Ben Musba, origine libica, poliziotto, figlio di uno dei primi agenti di origine straniera entrati nella squadra mobile di Roma (“Sono sempre stato grande e grosso, però”). O come Sunil Salvini, nato a Madras e adottato a tre anni da una famiglia piacentina, una laurea in scienza dell’educazione e un innato talento nella gestione delle relazioni. Sunil, a soli 31 anni, è direttore commerciale della grande libreria Feltrinelli Appia di Roma. Sorride quando gli chiedo della sua esperienza di integrazione, poi con gentile ironia racconta: “Sono un uomo fortunato, ho assistito solo una volta in vita mia ad un episodio razzismo in vita mia. Fu quando un cliente intimò a un mio collega napoletano di tornarsene a casa sua. Io lo difesi con forza e il signore chiese scusa”.

[Pubblicato su Gioia]

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