GIOIA

Lettere a un bambino non ancora nato

C’è chi fantastica sulle lezioni di bicicletta al parco, chi sulla prima schitarrata insieme, e è quello che non riesce a mettere a fuoco il volto di un neonato. Cosa sogna davvero un uomo, quando prende in considerazione (o scarta) l’idea di diventare papà? Quattro maschi tra i 20 e i 50 anni ci hanno raccontato il loro sogno di paternità. Prima che accada. Sapendo che qui in Italia accade sempre meno
.

In Francia e in Inghilterra, la metà dei giovani uomini lascia la famiglia di origine prima dei 25 anni, in Italia rimangono fino ai 29 e il 40 per cento tra di loro dormirà in cameretta fino a 34 anni. Altrimenti, un maschio italiano prende moglie a 32 anni, diventa padre a 33 (meno di 30 nel resto di Europa), il 66 per cento delle volte assiste alla nascita del primo figlio che, in un caso su quattro, sarà anche l’unico. In libreria sono disponibili un centinaio di titoli tra saggi, romanzi, esperienze autobiografiche, raccolte di convegni, guide e manuali che spiegano chi è e come deve essere oggi un buon padre: presente, premuroso, ispirante per i figli, affabile con la compagna, un uomo che ha il coraggio di abbandonare i modelli educativi patriarcali secondo i quali è stato cresciuto e abbracciare nuovi moderni criteri che promettono altrettanta autorevolezza del ruolo. In media, per quanto giovane, questo padre da bambino non ha mai cullato una bambola e durante il gioco era il papà che guidava la macchina, tornava stanco dal lavoro, chiedeva che c’è per cena. Spesso quel che siamo non è come lo abbiamo immaginato, ma dalla nostra fantasia nasce molto di quel che poi diventiamo. Quattro maschi tra i 20 e i 50 anni anni raccontano il loro sogno di essere (e non essere) padri, prima che accada.

20 anni

Michele Occhipinti 22 anni, matricola in Scienze agrarie

«A sedici anni già sognavo di diventare padre ma avevo paura della relazione con la possibile madre. Da maggiorenne, ho costruito i primi rapporti profondi con le donne e da allora la fantasia riguarda bambini
e compagna. Quando, dopo la maturità, sono stato per due anni in India, è stato affascinante incontrare tanti miei coetanei americani, olandesi, indiani, che giravano il mondo con uno o più figli in età prescolare, amati e felici. Quest’anno, ho deciso di iscrivermi all’Università, però i miei prossimi anni sono ancora tutti da definire. Ho solo due certezze: non voglio lavorare in ufficio né vivere in mezzo al traffico. Per il resto devo puntellare il mio futuro e allora penso che il primo punto fermo potrebbe essere un figlio. Anzi mi sembra più ragionevole farlo nascere adesso e costruire la mia vita intorno a lui che fargli largo tra 10 anni in un’esistenza già organizzata. Le ragazze, compresa la mia fidanzata, sono impegnate nella realizzazione personale, più di noi maschi. Sarà anche per questo che tra i coetanei registro un calo del desiderio materno e un’ascesa di quello paterno. Io sono attivamente impegnato ad alimentare la vocazione di diventare presto padre. Immagino spesso un bambino che tengo per mano, siamo in campagna, gli insegno ad andare in bici, a viaggiare con il corpo e con la fantasia. Questa visione è una potente linfa di gioia e ho il terrore che l’impegno per gli studi possa bruciarla. Al momento, non sto provando ad aver un figlio ma se dovesse arrivare lo accoglierei come un dono».

30 anni

Vincenzo Lanzuolo 36 anni, avvocato

«L’anno scorso ho sentito nettamente il mio orologio biologico: a 35 anni l’istinto della riproduzione ha reclamato per la prima volta una precisa attenzione. Ogni tanto, nel corso degli ultimi 10 anni, ho vagheggiato l’idea di avere un figlio ma l’ho sempre scacciata poggiando sulla certezza della mia precarietà. Ora so che era una balla per non guardare in faccia il desiderio. In questa ambivalenza, ho rischiato che un figlio arrivasse, rimettendomi al caso. Anche perché detesto l’idea di pianificare matrimoni, contratti e figli. Nell’ultimo anno sogno con maggiore concretezza di diventare padre. Certo non posso ispirarmi al mio, un uomo sempre impegnato con il suo lavoro, assente eppure autoritario, con cui non ho avuto comunicazione: insieme non abbiamo mai visto neanche una partita. Questo ruolo paterno che immagino e desidero lo dovrò costruire da me. Ne discuto con i miei amici, quasi tutti diventati padri, persone sensibili e di cuore, ma non è semplice, siamo stati poco educati al dialogo sui sentimenti. Così osservo con attenzione, per esempio, come cambia la relazione di coppia dopo la nascita, il calo del desiderio sessuale, i problemi economici, le insofferenze: confesso di esserne spaventato. Per fortuna, ne posso discutere con la mia compagna, una donna concreta e rassicurante che è già madre di una bambina. Ancora oggi, però, mi spaventano i piccoli che hanno meno di 10 anni, non riesco neanche a visualizzarmi con un bambino più piccolo accanto, non saprei che cosa dirgli, dopo invece so che potremmo divertirci insieme».

40 anni

Francesco Barbalace 42 anni, ricercatore economico dell’Istat

«Se finora non sono diventato padre sarà perché tutte le mie fidanzate erano più preoccupate di evitare il tracollo fisico post partum che interessate a mettere su famiglia? Me lo chiedo ogni mattina, e subito penso che se ci fosse un pargolo in casa sarei in piedi già da due ore: mi dispiace un po’ per la sua assenza, ma ne considero il lato positivo. Sono nato e cresciuto a Nicotera, in provincia di Vibo Valentia, in una famiglia tradizionale. Mio padre e mia madre sono maestri di scuola elementare, mi hanno insegnato presto a leggere e a scrivere, mio zio a dipingere, mia nonna a curare il giardino. La vena pedagogica in casa è vivissima, io non sono da meno, dunque per poterla esercitare dovrei avere un figlio, meglio ancora due gemelli. Sono sicuro che avrei priorità diverse dai miei genitori. Per esempio, il primo insegnamento sarebbe fargli ascoltare la musica rock. Gli altri fondamenti della vita, suonare la chitarra, rimorchiare, giocare a pallone, dovrà sudarli con gli amici, mica con il babbo. Mi piace immaginarmi con questo bimbetto in braccio, davanti a un tramonto: “Vedi la linea dell’orizzonte? Impara ad andare oltre”. Invidio gli amici che hanno avuto uno o più figli a vent’anni, mi sembravano matti e invece hanno fatto il loro dovere e ora sono liberi. Questa inversione cronologica dei tempi andrebbe praticata in massa e sostenuta da una scelta politica pubblica: la pensione a vent’anni, l’impiego a quaranta. Se mi guardo indietro, constato che ho avuto un reddito, seppur precario, per vent’anni e il mio primo contratto a tempo indeterminato la settimana scorsa. Un figlio non avrebbe cambiato questo percorso. Dove
non ci sono risorse, per esempio tra gli immigrati, i bambini nascono più che altrove. Forse il mio sogno di essere padre è una proiezione narcisistica, il frutto egoistico di un benessere che ci rende sterili».

50 anni

Ermanno Nastri 53 anni, direttore di sala del cinema Nuovo Sacher

«Non ho figli né moglie per paura, pigrizia e vigliaccheria. Ci sono andato vicino almeno tre volte e quando la mia donna mi chiedeva di avere un bambino, mi sentivo assaltare da un incubo: io sono ancora un figlio, non posso essere padre, mi dicevo. Dopo i 40 anni e chiusa la terza storia importante, è arrivato il primo momento di riflessione. La sera a letto, prima di dormire, mi dilungavo su improbabili paragoni tra la mia vita da single e quella che sarebbe stata con un figlio: Ermanno padre, Ermanno non padre. Non ho mai avuto un profondo desiderio di essere papà e credo di aver fatto la scelta giusta, ma più passa il tempo più questo fantasma del figlio si aggira intorno a me. Non è un ripensamento, forse un rimpianto, però ho capito che quando era possibile avere un bambino rimandavo pensando che c’era ancora tempo e adesso che tempo ce n’è sempre meno dedico il mio pensiero alla probabilità. Poi a un figlio non avrei saputo che cosa dire. Per un ragazzo devi essere un’autorità morale, un’istituzione, io invece sono sempre stato bene nella parte dello zio scavezzacollo, con cui fare un viaggio o andare al cinema. Tra i miei compagni, i fratelli che mi sono scelto per strada nella vita, sono l’unico a non essersi riprodotto. Loro dicono che sarei stato un ottimo padre, ma è un’affettuosa bugia. Se domani mi innamoro e lei mi chiede un figlio che cosa faccio? Facciamo che è tardi, lo spettacolo comincia, e devo aprire il cinema».

[pubblicato su Gioia – foto Lorenzo Pesce]

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