GIOIA

Se ci guardate, siamo libere?

Webcam, blog, social network. Le ribalte per esibirsi sono ormai infinite, e molte rivendicano il diritto di farlo. È il ritorno della donna oggetto? Non necessariamente, ci spiega la filosofa Franca D’Agostini. Perché osceno è solo il corpo espropriato.

foto: Francesco Nazardo (www.FrancescoNazardo.com)

Ogni metro quadrato è una potenziale ribalta per esibire il proprio corpo. Con una webcam, una donna da casa sua può spogliarsi in chat erotiche, giocare al sesso virtuale, volendo, ricavarne un guadagno (lo fanno oltre 700 mila studentesse italiane). Su Netlog, Badoo, Facebook le ragazze postano foto disinibite (o audaci autoscatti su Sickgirls.it per esempio) senza sapere chi li apprezzerà, sicure però, che qualcuno ne godrà. Su YouPorn o Redtube chiunque può caricare filmati espliciti autoprodotti. Ad alcune piace fare l’amore facendosi guardare dal vivo da persone interessate anche a partecipare, come succede per esempio nei cinema porno (le estimatrici e i loro compagni conoscono il tour feticista delle poche sale ancora aperte, specie del Nord Est) o nei club privée (400 in Italia di cui 80 tra Milano e dintorni): etero e omosessualità sono entrambe coinvolte. C’è un’ascesa ossessiva per l’esposizione del corpo femminile e un equivalente desiderio di voyeurismo che la sostiene. E se, in ogni parte del mondo, l’esibizione avviene in luoghi e modi deputati, dai film pornografici ai peepshow, ai siti per adulti, ai bordelli, l’Italia è un’anomalia planetaria per la quantità di corpo femminile mostrato più o meno nudo, sotto gli occhi di chiunque, bambini compresi, specie in tv e nella pubblicità.

C’è chi invoca la necessità di fermare lo strazio di ragazze che dondolano sui surf e si fanno marchiare come prosciutti (vedi il documentario Il corpo delle donne di Lorella Zanardo) e chi rivendica il diritto di farlo (Sara Tommasi, showgirl laureata all’università Bocconi, sostiene di sperimentare le sue competenze economiche nella promozione di se stessa). Volendo evitare i giudizi morali, rimane da ragionare su un fatto che accade: denudare ed esibire il proprio corpo è un avanzamento nella libertà o una perdita di autonomia? È un passo indietro nell’emancipazione femminile o un modo di conquistare spazi? Dice la filosofa Franca D’Agostini che insegna Analisi del linguaggio pubblico all’Università del Piemonte orientale: «Ogni strumento di visibilità è uno strumento di libertà, come sanno le donne afghane e iraniane, invisibili nella misura in cui sono e restano prigioniere. Ogni strumento di libertà, però, è anche strumento di espropriazione: sono libera, visibile e la mia espressione può essere usata, offesa, fraintesa. Questo vale per entrambi i sessi, anche se per le donne c’è un elemento di disperazione in più ed è la volontà di esistere in un mondo che pensa le donne irrilevanti nella scena pubblica».

La coreografica ragazza muta con un corpo stereotipato, il costume di scena discinto per piacere al pubblico, le mosse e i sorrisi decisi da altri. Aggiunge D’Agostini: «Questo è l’osceno: mettere in scena per forza, e a forza, un essere umano espropriato di sé. In questo senso e a queste condizioni l’esibizione del corpo femminile diventa insulto alle donne e all’umanità. Quando l’esibizione di sé è priva di contenuto diventa auto-espropriazione. Questa ambizione vuota, formale, è molto diffusa oggi». Per esempio, Noemi Letizia, la ragazza di Casoria resa famosa dai suoi incontri con Silvio Berlusconi, che diceva: «Farò forse cinema, o tv, o giornalismo, o politica».

Invece, secondo la filosofa, «quando nel rendersi visibili si riesce a trasmettere qualcosa di particolare e specifico che si vuol dire, in prima persona, la visibilità diventa arte, dunque davvero libertà». Anche se è nudità, sesso, performance. La spogliarellista che si toglie i vestiti con una sequenza determinata e un rigore estetico, una donna che decide di godere davanti a molti sguardi, la prostituta che sceglie il modo di vendere il suo corpo, sono donne che hanno qualcosa da dire, esprimono un contenuto, compiono un gesto libero.

In tv, ci sono programmi di intrattenimento dove conduttori maschi fanno battute a doppio senso su ragazze che sorridono complici e dunque innocue, ma in questo clima di risate telecomandate c’è una spessa patina di tristezza che neanche il primo piano di un sedere sodo risolleva. Chiosa D’Agostini: «È la tristezza di un mondo in cui in fondo non crediamo più ancora presente nell’immaginario di alcuni uomini oltre i sessant’anni».

Non per caso, lo spettacolo del piccolo schermo è pensato da produttori, registi e autori spesso maschi per fare contento un tipico spettatore, vecchio padre che torna stanco dal lavoro, ha una sessualità annoiata nel matrimonio, ed è rallegrato da una giovinetta che balla per lui. Quando rimanda questo immaginario, la tv è un sepolcro della libertà, per fortuna i fatti della vita succedono altrove. Le donne con fatica, forza, irruenza, entrano sulla scena pubblica, lavorano, guadagnano, pagano le tasse, decidono, sono (poche) nei posti di comando, cresce la loro volontà di arrivare e la rabbia per l’esclusione che permane. Spesso accanto a queste donne ci sono uomini che sono amici, compagni, alleati e che condividono con le coetanee di 30, 40 anni il disagio di non avere luoghi in cui far sentire la propria voce, raccontare i propri desideri, le aspirazioni, e anche come sono cambiati i rapporti tra maschi e femmine. Sul corpo femminile nudo ed esibito, più che in altri fatti, si fronteggiano un potere antico maschile che continua a pensarsi come condizione essenziale per l’esistenza delle donne e donne che impongono la loro presenza in via autonoma, mettono idee e libertà nella sessualità reale e in quella immaginata, nell’arte erotica e nella pornografia. Silvia Gomez aka Lady Slavina, romana che vive a Barcellona, 34 anni, madre di una bambina di due, transfemminista che si ispira alla filosofa Beatriz Preciado, con altre mediattiviste (artiste che usano la scrittura, i video, la rete) è impegnata nella produzione di ottima postpornografia femminista: «Ci interessa mostrare i lati più intimi, ma decidiamo noi che cosa fare vedere, come narrarli e come mostrarli, lavoriamo per costruire un immaginario nuovo che liberi corpi e desideri. Per il resto, visto che il corpo femminile è metafora di qualsiasi tipo di merce, la libertà che ci prendiamo nel mostrarlo al di fuori delle regole del mercato è assoluta e fieramente indecente»

[Pubblicato su Gioia]

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