GIOIA

Guadagno più di mio marito: che bello, che brutto

Ci sono donne che al ristorante prelevano dalla borsetta il bancomat e lo consegnano al marito. E’ un gesto di grande confidenza, tra loro due è stato detto che lei lo mantiene ma la faccenda rimane riservata: in pubblico sarà il maschio a pagare i conti. Sembra una soluzione pavida e poco progressista, scarsamente rispettosa di una ragazza che con la laurea in economia, il master americano e sedici ore di lavoro quotidiano ha conquistato un posto di primo piano, guadagna meno di un suo pari grado maschio (la differenza di salario esiste anche tra i manager) ma dentro casa ha il ruolo di female breadwinner, “colei che guadagna il pane”, dunque la capofamiglia. E forse la soluzione è realmente involuta e offensiva dell’emancipazione femminile, però è pure vero che i role model (modelli di comportamento) per le donne economicamente dominanti sono (quasi) inesistenti, dunque serve arrangiarsi, sperimentare, provare per decidere qual è il comportamento più sereno e adeguato per la coppia. Vivere con una donna alfa (capobranco), in Italia in media non produce nel maschio un senso di liberazione dal vecchio cliché patriarcale, ma semmai crea un tabù tenuto in vita dai uomini e donne.

“Non volevo farlo sentire inferiore così niente teatro o ristorante, solo viaggi low cost in pulciosi alberghi e lunghe passeggiate” racconta Marida, 38 anni, segretaria di alta gamma, che non ha mai avuto il coraggio di rendere esplicito dentro la coppia il proprio potere economico, dunque, in preda a un senso di colpa, abbassava il livello della qualità della vita. Il fidanzato era un ingegnere edile, disoccupato cronico: “Dopo un anno, la posizione di vittima indigente gli ha tolto fascino e virilità, è finita in modo brusco, lui iniziava ad odiarmi e soprattutto ad invidiarmi”. In altri casi invece, le donne provano gusto ad usare il denaro nella coppia ma non ne ricavano un vantaggio. Barbara, 44 anni, la metà spesi nel mondo della comunicazione, oggi titolare di una propria azienda, dice: “Mantengo spesso i mie uomini e non giova all’amore. Fanno presto ad abituarsi ed ogni mia gentilezza diventa un dovere. Quando è finita, mi pento il doppio, avendo accumulato risentimento per lo squilibrio nel dare e nell’avere. Per me, è una fantasia vincente poter comprare/pagare un uomo, mi sento autorevole e indipendente anche se poi mi piace immaginarmi come una donna dolce ed affettuosa”. Forse, l’età più giovane aiuta a trovare un modus vivendi e a sganciarsi da modelli femminili ancestrali. Angela 26 anni, interprete da due, bolognese, instancabile viaggiatrice per passione e per lavoro una convivenza appena iniziata, scrive da Shangai dove si trova: “Preferisco mantenere il mio partner perché non voglio che qualcuno eserciti un potere su di me. L’ho visto succedere nella mia famiglia e per nessuna ragione lo ripeterò. Anzi, già da adolescente rifiutavo i soldi dei miei genitori e lavoravo nel week end per comprarmi i vestiti. Non voglio vivere con un uomo che mi paghi i conti, ma che sia pronto a cucinare per me la cena quando ho fame. Il mio fidanzato è d’accordo, a noi va bene così”. Carlotta, invece, non riesce a far pace con il disagio causato dall’inversione dei ruoli, anche se la modernità della sua educazione lo vorrebbe. Lei ha 33 anni e da dieci gestisce un redditizio lavoro nell’editoria, ma soprattutto è una ragazza dalle robuste eredità familiare: “E’ difficile per me trovare un uomo parimenti ricco”. Per Carlotta affondare le mani nel portafogli provvedendo al partner è la regola: “Ho visto mia madre mantenere un giovane e stupido amante, mio padre far diventare principesse le sue donne, è un comportamento familiare su cui non ho un giudizio negativo”. Su di sé dice: “Ho pagato case, viaggi e lussi per me e fidanzati aspiranti scrittori e falliti attori, mi è piaciuto e non sono pentita. Per mezzo del denaro, però, chiedevo obbedienza e, se non arrivava, rimproveravo e sgridavo il fidanzato di turno, mettendomi in una scomoda posizione materna che ha segnato la fine del desiderio sessuale e delle relazioni”. Oggi Carlotta aspetta un figlio da un uomo che “lavora e contribuisce al bilancio familiare, e questo suo darsi da fare lo innalza ai miei occhi”.

In Europa, la quota più alta di donne in vantaggio economico sui mariti è Slovenia, Ungheria, Polonia e Lettonia: l’Italia è a metà classifica, prima – non dopo – la Gran Bretagna. Questo record è stato registrato da Francesca Bettio e Alina Verashchagina sul sito inGenere.it: nel 16, 1 per cento delle coppie italiane le donne guadagnano più del partner. A questa cifra va aggiunto che, negli ultimi cinque anni, il 4 per cento delle divorziate ha versato l’assegno di mantenimento al proprio ex. Sono numeri piccoli ma significativi di un cambiamento epocale nei ruoli pubblici e privati, ancora lontani dalle percentuali americane dove dov il fenomeno delle capofamiglia è in crescita da dieci anni e una donna su quattro guadagna più del marito (Pew Research center). Negli Stati uniti esistono studi, libri e soprattutto una comunione di esperienze: sui forum e sulle riviste, in rete e in televisione, le donne di successo raccontano con nome e cognome e fotografie, spesso con il partner e/o i figli accanto, sacrifici, cambiamenti, gioie e regole di una casa dove sono loro i pilastri economici.

“Nascondersi vuol dire solo rimandare la spiegazione e ingigantire la crisi” sostiene Martina, 40 anni, dirigente di una azienda pubblica, educata da una madre femminista che le inculcato la fede nell’emancipazione. Il suo primo marito voleva essere un pittore e lei gli mantenne ogni lusso necessario all’agio creativo, ma in cambio “ottenevo denigrazione: lui era l’arte, io il potere da offendere”. Dopo il divorzio, Martina ha incontrato un uomo con cui ha avuto il suo primo figlio. Anche in questa seconda relazione, il marito non era all’altezza del suo conto in banca, ma essendo innamorato, concreto e interessato a non complicarsi emotivamente, è stato lui ha chiarito per entrambi le posizioni: “Tu hai il denaro e un buon lavoro, io un piccolo reddito, molto tempo libero, una grande passione per i bambini e una competenza a risolvere i problemi materiali. Ognuno mette quel che possiede e prende quel che gli serve”. L’accordo funziona e la divisione dei ruoli è ammorbidita dalla presenza di una tata a tempo pieno: “Noto che lui è inorgoglito e anche sessualmente eccitato dalle mia capacità di guadagnare” chiosa Martina. Tra i maschi intervistati per quest’inchiesta, dai 30 ai 50 anni, l’orientamento prevalente è l’imbarazzo, la vergogna, il disagio di vivere a carico della propria donna ma altri cominciano a riflettere sul cambiamento. Davide, ricercatore universitario a Bruxelles, 42 anni, scrive: “Non sono mai stato mantenuto, ma aiutato, introdotto, sostenuto, sì, senz’altro, e più d’una volta. In alcuni periodi ho avuto bisogno di un sostegno, e la mia donna si è scoperta a suo agio in una funzione materna e accogliente. E’ vero, ho sentito dentro di me l’esigenza di riprendere le redini, appena superata l’emergenza, ma ho osservata questa tendenza per quel che è, un retaggio culturale. Mi sembra più utile e contemporaneo avere un atteggiamento aperto: chi sta bene aiuta l’altro/a in difficoltà, poiché la difficoltà va superata subito come dice la dura legge della sopravvivenza nel mondo della competitività”.

[Pubblicato su Gioia]

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...