GIOIA BAMBINO

Nag Factor: se lo conosci, lo eviti

Rifiutare la colazione se non ci sono gli zuccherosi cereali a forma di barchetta. Piangere quando finisce il tempo a disposizione per guardare la tv o stare su internet. Strepitare per avere un nuovo gadget con il logo del cartone preferito o la bustina di costosissime figurine. La giornata tipo di un bambino o di una bambina in età scolare comprende almeno uno dei passaggi di cui sopra, talvolta li comprende tutti. Succede allora che i genitori pressati dalle ansie, stanchi dal lavoro, talvolta per la viltà di non affrontare uno scontro o per la paura di peggiorare le reazioni o non riuscendo a sopportare un pianto, dicano di sì: a montagne di zuccheri, ore e ore di tv, internet, playstation, Wii, Gameboy e a ogni tipo di acquisto, giorno dopo giorno. Scivolando, inesorabile, da una moderata partecipazione al mondo dei consumi reali e/o virtuali alla dipendenza dai consumi reali e/o virtuali Così nel volgere di un breve tempo, il pianto per continuare a vedere il dvd muta in una crisi isterica, la richiesta di cibo spazzatura diventa il ricatto per mangiare una mela, la domanda di un giocattolo si trasforma in un tormento. Quest’ultimo comportamento si chiama nag factor, ovvero l’assillo che i bambini piantano per ottenere un bene di consumo, i pubblicitari lo conoscono talmente bene che ci hanno inventato un nome apposta, lo manipolano con accortezza per trasformare il piccolo consumatore in un fedele suddito dell’acquisto e il portafogli dei genitori in un conto aperto. Come spiega Oliveiro Ferraris autrice di Chi manipola la tua mente? (Giunti) la coercizione al consumo usa il bambino in maniera disinvolta collegando le varie dipendenze: “La pubblicità sceglie con attenzione piccoli attori con cui i bambini si identificano per far chiedere ai genitori quel gioco o quel cibo malsano. Siccome il meccanismo i bambini sono usati pure negli spot per adulti dove chiedono un tipo di pasta o un detersivo, così al supermercato, il figlio ripeterà con la mamma il comportamento visto in tv”. Visto, peraltro, in continua ripetizione, poiché l’Italia, peraltro, è uno dei pochi Paesi europei che continua a permettere il passaggio degli spot durante i programmi per i bambini, è proibito in tutta l’Europa del Nord, in Grecia, Austria, Svizzera per esempio). Un bambino che dipende da giochi solipsisti, dal cibo spazzatura ed è compulsivo negli acquisti rischia serie conseguenze: nervosismo, isolamento, insonnia, obesità (20 per cento), alienazione, stanchezza, insoddisfazione, incapacità di gioco all’aria aperta, mancanza di relazione con gli altri. E’ vero che questi sintomi possono rimandare a un disagio emotivo, una richiesta di attenzione, la gelosia per la nascita di un fratellino, ma in ossequio alla concretezza, dice Oliveiro Ferraris, la prima domanda da farsi è: “Questo bimbo fa una vita adatta alla sua età”? Che poi vuole dire, in buona sostanza, giocare all’aria aperta, stare con i coetanei, pianificare il divertimento, fare una pizza alla sera insieme o anche solo una chiacchierata. E poi, dopo aver introdotto nuovi e buoni comportamenti, con altrettanta concretezza, affrontare il compito che può apparire ingrato ma è necessario: aprire un conflitto per imporre limiti. Che è un impegno, una fatica di cui si vorrebbe fare a meno alle otto di sera, ma necessaria per la qualità della vita del bambino e per il suo benessere da adulto. Il bisogno compulsivo di qualcosa da mangiare, consumare, possedere, anche a scapito del proprio stare bene, anzi spesso perdendo di vista la propria salute e serenità, è un meccanismo che non ha età e le cui conseguenze sono sempre deleterie.

Però poiché per innescare un meccanismo di dipendenza dunque bisogna entrare in contatto con qualcosa da cui dipendere e, seppur nella diversità di ciascuno, è utile porre limiti, sottrarre, negare? Bisogna negare la tv, non mettere piede in un fast food, non possedere una Wii? Rosa Mininno, Psicologa Psicoterapeuta, Direttore Scientifico e Coordinatore Nazionale della Rete Nuove Dipendenze Patologiche  (retenuovedipendenze.it) è severa nella risposta: “E’ necessario che i genitori siano attivi a porre limiti. Un’ora di tempo, al massimo due, per tv e internet, controllare il passaggio su siti, mettere il computer in un posto centrale della casa, per i videogiochi attnersi alle indicazione del Pegi, il primo sistema paneuropeo di classificazione, in cui viene indicato per quale età è adatto e i contenuti. Le coordinate sono semplici: tempo stabilito, scelta chiare, contenuti noti, condividere il più possibile”. Soprattutto quando i bambini sono piccoli e devono ancora costruire una consapevolezza nel limite dell’uso, se sono ragazzi portati alla solitudine, tendono a non coltivare altri interessi. Secondo i dati Eurispes-Telefono Azzurro, Nel 2005 era solo il 13 per cento dei bambini tra i 7 e gli 11 anni che comunicava tramite chat, nel 2009 era il 33 per cento. Il 24 partecipa a giochi di ruolo sul web, mentre il 56 fa videogiochi (per fortuna una metà di loro usa la rete per crescere negli interessi: scarica musica, film, video,  legge dei blog, fa ricerca di materiale per ricerche scolastiche). Dice Mininno che il ritardo dell’avanzata tecnologica in Italia può darci il vantaggio di dare uno sguardo al resto del mondo, e prevenire. A Londra per esempio, gli Screenager, ovvero i ragazzi dai 12 anni in su trascorrono fino la metà della loro vita davanti a uno schermo e vanno in astinenza se allontanati, vengono curati nel Capio Nightingale Hospital, una sorta di reahab, cui si ispira il laboratorio sperimentale per le dipendenze patologiche aperto anche per i giovanissimi presso il Policlinico Gemelli di Roma. Oltre al comportamento attivo nel porre i confini, ne serve anche un altro, orizzontale e complice, che porti alla consapevolezza dei contenuti di cui si nutrono i figli. Il fatto è che “i  bambini sono abili ad imparare la tecnologia, usandola possono stare buoni per ore e questo facilita una sistema di delega nella funzione educativa. Invece i genitori non sono sostituibili, neanche da parte di nonni, insegnanti, educatori. Mamma e papà hanno per i figli una funzione di mediazione tra il mondo affettivo  della famiglia e il mondo esterno con le sue regole, con le sue esigenze, ma anche con le sue trappole come succede per i media e la pubblicità”. Giocando con i figli, leggendo con loro e non per loro creano un dialogo e un rapporto speciale dove crescono insieme ai figli. I primi dieci anni di vita sono fondamentali nello sviluppo della personalità di un essere umano. Un bambino con insicurezze e carenze affettive ed educative è a rischio dipendenza e sarà un adulto che, se non si è intervenuti, è esposto al rischio di ansia e depressione, disturbi psicologici spesso frequenti nelle dipendenze”. Esiste una dipendenza buona, per esempio, quella dalla lettura dei libri? “Leggere un buon libro è importante, ma se la lettura presenta meccanismi di alienazione, isolamento, perdita di interessi per gli altri non va bene”. Dunque anche un buon tomo, come un gioco, un gelato è bello sì, ma solo perché dura poco.

[Pubblicato di Gioia]

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