GIOIA

Sala parto: uomini fuori?

In un Sex and the City di soli amici maschi, la puntata cult sarebbe dedicata alla sala parto tra esperienze tragicomiche, intenzioni baldanzose e paure apocalittiche: “Svenni dal primo minuto”. “La placenta mi schizzerà addosso?”. “Inciampai sui piedi di mia moglie”. “Sarò lì solido e coraggioso per impedire misfatti”. “Piango ancora al ricordo”. Con finale sul terrore supremo: “E se il bambino mi cade dalle mani?”. Dal 1999 ad oggi, la maggioranza dei padri ha assistito alla nascita dei figli: in media il 66%, con punte dell’87 nel Nord Italia. E il dato Istat non ingloba la presenza in caso di parto cesareo che, vista l’anomalo tasso di diffusione del 38%, è ormai permessa in moltissimi ospedali. Dunque, nella nostra cultura è acquisito che il padre sia accanto alla partoriente e  tagli il cordone ombelicale con somma gioia di tutti gli astanti. Davvero però i presenti in sala parto sono equamente felici? Le mamme vogliono senza dubbio mostrarsi al loro uomo mentre danno alla luce un figlio? I papà sono sempre contenti di esserci? Gli operatori sono indifferenti al fatto di averli lì in mezzo? E’ importante guardare dal vivo il primo vagito del figlio per radicare una buona coscienza paterna? Insomma i maschi in sala parto sono un vantaggio, una necessità oppure è solamente un nuovo tabù?

Laura Donati, ginecologa dell’ospedale di Spoleto, una struttura impegnata “sull’umanizzazione del parto” pensa che sia urgente dirlo: “Nove volte su dieci gli uomini sono inadeguati alla scena del parto e se potessero scegliere sono sicura che non starebbero lì. Sono spaventati fin dai primi dolori e pensano che tutto finisca in un paio di ore, ma la loro visione dell’evento è fuori dalla realtà. Incapaci di sopportare quel che accade, riversano su di noi l’ansia e spesso subiamo un pressing psicologico che non aiuta le partorienti. Dopo otto anni di esperienza in sala parto mi sono convinta che la nascita è un fatto di donne e ritengo sia sano mantenere un velo che separi il padre dallo scenario misterioso in cui si viene al mondo: la loro assenza ha più valore della presenza. Le donne che dovrebbero aiutarli a prendere una decisione equilibrata. E’ pur vero che le rare volte in cui il padre ha partecipato in maniera attiva e consapevole ho vissuto esperienze indimenticabili”.

L’ospedale di Spoleto è un piccolo centro dove si assistono circa 500 parti all’anno, ma quando il numero delle nascite aumenta si rivela un aspetto sgradevole e veritiero: la presenza paterna non è fondamentale. Alfonso D’Anna, ginecologo di Villa San Pietro, un ospedale pubblico romano con assistenza perinatale di III livello (intervengono su qualunque emergenza) dove nascono 3000 bambini all’anno, racconta con tono spiccio: “Se non ci sono complicazioni nè parto cesareo, il padre sta dentro, ma le partorienti non lo considerano neanche, in rari casi riescono a coccolarle o ad aiutare. E poi nella fase finale le donne devono concentrarsi su quello che noi gli diciamo di fare.”  Secondo D’Anna, “il parto è un evento cruento, spesso c’è molto sangue” e conferma la leggenda metropolitana: “succede, i mariti svengono”. Il ginecologo è anche padre e, personalmente, pensa sia bello vedere nascere un figlio: “Però se l’esperienza non è positiva possono esserci problemi nel futuro”.  I problemi cui accenna il dottore non riguardano la relazione tra bambino e padre: nessun uomo prova fastidio a tenere tra le braccia il neonato o resta sotto choc per il taglio del cordone ombelicale. Invece può accadere che vedere la propria donna maneggiata dai medici, tra dolori, tagli, punti, aghi, disinfettanti e strumenti chirurgici traumatizzi o spezzi la relazione sessuale tra i due neogenitori. Michel Odent, chirurgo francese e fondatore del Primal Health Research a Londra, autorità mondiale del parto naturale, scansa la probabilità e ne fa una certezza: “La presenza del marito durante il parto aumenta le probabilità di successivi divorzi”. Odent è impietoso: “Anche il travaglio è più lungo e doloroso, perché la madre è distratta dall’ansia del padre e poi in presenza di maschi, mariti o operatori, produce adrenalina e non ossitocina, l’ormone necessario per dare alla luce”. Per l’esperto “la mascolinizzazione del parto” è una iattura e dopo 50 anni di lavoro tra Francia, Inghilterra ed Africa, dichiara: “Il parto migliore è quello in cui la donna è assistita solo da un’ostetrica esperta”. Elisabetta Malvagna, autrice de Il parto in casa e Partorire senza paura (Red edizioni) e madre di due bambini nati in casa con la presenza del padre, a dispetto della sua buona esperienza, è sulla stessa lunghezza d’onda del medico francese: “Portare indiscriminatamente gli uomini dentro le sala parto è una moda politicamente corretta più che un’esigenza delle madri.  Ci sono compagni che durante la gravidanza hanno neanche rapporti intimi con la propria donna e poi si ritrovano del tutto impreparati di fronte ad un evento sessuale potente come il parto, con risultati negativi sulla nascita e sulla coppia. In casa la donne e’ protetta, sa che l’ostetrica rispetta il suo corpo e i suoi tempi, in ospedale invece la presenza del partner  puo’ evitare interventi non voluti. Tuttavia  ai padri serve la libertà e il coraggio di potersi sottrarre all’esperienza, sia essa in ospedale o anche in casa, senza temere un giudizio negativo, a partire dalla propria compagna”.

Coinvolgere il padre sempre e in ogni luogo è invece il pensiero forte di Pino Cirullo, bresciano, 52 anni, sociologo e fondatore con la moglie Piera Maghella del Mipa, Movimento italiano parto attivo. Cirullo che ha assistito alla nascita casalinga dei 4 figli spiega: “L’uomo è un sostegno insostituibile, conosce la sua donna e ha una comunicazione non verbale importante in quei momenti. E poi comunque vada assistere alla nascita crea un rapporto unico tra genitori e figlio che ci si ritroverà anche durante la loro crescita.”. Piera Maghella rafforza la posizione del marito aggiungendo di “non credere al mito allargato che infantilizza gli uomini, li dipinge incapaci, svenevoli, incoscienti. In ogni incontro del Mipa dedicato all’arrivo di un neonato, pubblico, gratuito e aperto, arrivano decine di coppie e anche uomini da soli desiderosi di imparare come essere di aiuto e non di intralcio”.

I confini del parto sono sempre più disegnati dagli interventi chirurgici e dalle anestesie, ma rimane un evento potente che altera le donne in una condizione unica e indimenticabile: il modo in cui avviene e ciò che accade intorno è significativo per sempre. Barbara, 52, genovese, racconta: “Il padre dei miei figli è inglese e per sua cultura era un dovere stare con me in sala parto. Accadeva 24 anni fa e lo ricordo ancora come un incubo: era impaurito e ansioso, temevo che svenisse facendo fare una figuraccia, una grande delusione. Due anni dopo, si preparò per assistermi di nuovo ma, appena entrati in ospedale, sparì per molte ore. Quando ritornò, il bambino era già nato, io ero sollevata dalla sua assenza ma anche triste per essere per essere stata abbandonata. E dopo molti anni ho compreso quanto entrambe le nascite abbiano compromesso la nostra vita affettiva e sessuale”.  Antonella, 44 anni, estetista romana, due anni fa, lasciò il compagno fuori dalla porta per fare “presto e bene”: “Lui è claustrofobico ma voleva fare il suo dovere e stare con me, io ero certo che poteva solo darmi grane. Ancora oggi mi è grato per aver preso la decisione al suo posto”. Sottrarsi alla sala parto infatti può essere considerato un gesto codardo, un’offesa verso la madre o persino un atto di disinteresse per il bambino. Invece Massimo, 33 anni, pubblicitario nato a Palermo, preferisce accodarsi ad un altro sentire: “Se mio nonno e mio padre non sono entrati nella stanza dove nascevano i loro figli, avranno avuto un motivo di cui mi fido”. Talvolta invece succede l’imprevedibile e la nascita è, ancora oggi per fortuna, anche una sorpresa. Racconta Maddalena, giornalista, 40 anni: “Mia madre sconsigliava la presenza di mio marito al parto, le amiche modaiole mi rimproveravano di volerlo privare dell’emozione più grande della sua vita. Capivo che la tendenza è condividere tutto con il padre dei tuoi figli, ma io temevo che rimanesse sotto choc rischiando la nostra intimità. Lui voleva starci, io ero incerta, alla fine la bambina ha deciso per noi: è nata in sette minuti, mentre mio marito avvisava le famiglie che tutto stava per accadere. Mi resta il dubbio che ci sia rimasto male. Pazienza, faremo in tempo per il secondo, forse”.

[Pubblicato su Gioia]

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