GIOIA/PERSONE

Lilli Gruber

Lilli Gruber ha una solida educazione borghese, dunque sa ascoltare, rispondere in quattro lingue, mantenere un segreto, vestirsi in modo appropriato, maneggiare l’eccentricità creando uno stile: la pashmina al collo, lo chignon fintamente approssimato, i capelli colorati di rosso acceso (un tempo), ora di un biondo discreto. La incontro nella piccola redazione di Otto e mezzo, il talk show di approfondimento che fu di Giuliano Ferrara e adesso conduce da sola, dal lunedì al venerdì. Siamo negli studi de La 7, vicini ai più grandi della Rai dove Gruber ha lavorato per 25 anni, redattrice e inviata di guerra del Tg1, la prima e la più nota tra le moderne telegiornaliste. Eletta deputata europea nel 2004 da indipendente nel centro sinistra con oltre un milione e 200 mila preferenze (superando Silvio Berlusconi), a fine mandato Gruber lascia la tv di stato per il terzo polo televisivo. Cinquantatre anni, sposata da dieci con Jacques Charmelot, giornalista francese, vive da sola e incontra il marito nei fine settimane transitando di continuo tra Roma e Parigi.  In generale, la signora non sta ferma un attimo né con il corpo né con la mente. Va in bici, fa ginnastica con i pesi, canotaggio, pilates, la vedo in formissima e magra come un chiodo: “Sono carina, via, mica bella”. Sulla sua ordinata scrivania ci sono magazine stranieri, alle spalle c’è la carta geografica del pianeta, nella libreria molti titolo tra cui qualche copia dei sei che ha pubblicato con Rizzoli a cui se ne aggiungerà presto un altro, “appena trovo il tempo di scriverlo”. Ed di scriverlo per bene, qualunque sia il costo di questa eccellenza, perché Gruber è una perfezionista, meglio se di successo.

Lei era abituata ai clamori e alla fama del Tg1 “Anche dieci milioni di spettatori e il 40 per cento di share quando Carlo Rossella era direttore”.

Nessun rimpianto? “Nessuno”.

Sarebbe rimasta al Tg1 con la direzione di Augusto Minzolini? “Sono andata via nel 2004”.

Per fortuna? Forse niente succede per caso.

Il suo Otto e mezzo va bene. “Abbiamo triplicato ascolti, gradimento e affidabilità dall’inizio della mia conduzione, siamo ad un milione e mezzo di spettatori, il loro numero in assoluto supera spesso Matrix e Porta a Porta.

Lo dice con orgoglio. “Cerco di dare il meglio”.

Coraggio, lo dica senza reticenza. “Sono ambiziosa. Non sono mai contenta di me stessa e mi piace lavorare con persone capaci: se ne sanno più di me è meglio.”

Un programma di 35 minuti in cui non si urla. “Chi fa questo mestiere sa come mettere in scena una rissa per fare audicence ma non mi interessa. Non faccio una tv al bromuro però conosco la potenza di fuoco di quel piccolo elettrodomestico. La televisione non è il diavolo, ma chi la maneggia deve avere senso di responsabilità. Perché un conto è scrivere un’intervista, un’altra è avere davanti la madre di una ragazza uccisa”.

Come è successo nel caso di Avetrana. “Ciclicamente c’è una messa in scena di una tragedia. Adesso è il turno delle trasmissioni su quella povera ragazza. Sarah. Sarah Scazzi, vero? Il cognome è giusto?”.

Sì, è Scazzi. “Perdoni, non voglio passare per snob, è che non mi sono interessata al fatto più di tanto.”

Non se ne è occupata in nessuna puntata. “Ma sì, ci sono notizie più importanti per il Paese”.

Non si direbbe. “Mi creda, è così, lo dicono i numeri. Il massimo delle puntate sull’omicidio di questa ragazza ha fatto circa 20 % di share, significa che il rimanente 80 per cento degli spettatori, per fortuna, guardava altro”.

L’omcidio di Avetrana più di altri casi è segnato dall’esibizionismo televisivo dei presunti assassini. “Chi pensa di essere un professionista sia consapevole dei rischi e delle necessità di mettere un limite. Chi ha visto la televisione da spettatore e poi si trova ad interpretarla, non conosce i meccanismi, è indifeso”.

Raccontare quanto più è possibile non è il diritto di cronaca? Negli ultimi vent’anni i paletti di ciò che si può mostrare sono stati spostati in avanti, alimentati però solo dalla ricerca della morbosità. Avrei voluto, semmai, che ci si soffermasse su quel che viene fuori dal fatto di cronaca: la sacra istituzione della  famiglia come luogo dei peggiori delitti.

Lei ora è responsabile e autore con Paolo Pagliaro di Otto e mezzo. Le è mai stata mai offerto una direzione in tv? Mai. In Rai il massimo grado è stato capo redattore ad personam,

La TV è maschilista? La TV è maschilista perché è maschilista chi la fa.

E decide che cosa mostrare: per esempio donne nude. Una scelta di pessimo gusto, unica al mondo, che non fa bene a nessuno né a chi lo fa né a chi lo guarda.

Se fossi direttrice di rete? Troverei un sano e sensato equilibrio. Io non ho davvero niente contro le veline, ma non sopporto chi, uomo o donna, velina oppure no, chiede e ottiene senza avere le competenze.

Il potere maschilista, fuori e dentro la TV, si batte con le quote? La parola quote è orribile e suscita diffidenza, ma è quel che serve, magari solo per un periodo.

Fare direttamente 50 e 50. L’importante è cominciare. Niente cambia se gli uomini non sono obbligati a coinvolgere di più le donne, ma le donne devono imparare a chiedere e pretendere.

Il suo ex direttore Clemente Mimun dice che lei è una belva, le dispiace? No, anche se le sue ricostruzioni sulla mia vita sono spesso fantasiose. Non sono femminista, ma constato con tristezza che una donna forte è considerata aggressiva, un maschio forte invece è visto come  determinato.

Qual è il rapporto con gli uomini che hanno un potere su di lei? “Lo sintetizzo in una frase: “Non mi avrai mai”. Instauro sempre un rapporto alla pari. La mia autonomia è stata scambiata spesso per ribellione, invece io sono leale. Il fatto è che gli uomini di potere non amano le donne autonome”.

E non sta in soggezione se li ha di fronte. “Mai. Ho avuto un padre autoritario e autorevole che mi ha insegnato a non avere paura dell’autorità e a riconoscere l’autorevolezza”.

Un padre che proibiva? I suoi amici dicevano: i figli di Alfred Gruber obbediscono con uno sguardo e io, ancora oggi, mi ricordo il suo severo occhio ceruleo. Proibiva alcune cose ma ne permetteva altre che le mie coetanee potevano sognarsi: a otto anni andavo a scuola da sola in bici, a 15 fumavo in casa, a 16 andavo in Inghilterra per imparare l’inglese”.

Scendeva nelle piazze a contestare? Ma no, vengo da una famiglia borghese. Il conflitto era dentro casa contro mio padre per essere trattata da adulta. Era un uomo senza smancerie, seguiva la mia carriera, pochi complimenti e consigli buoni al momento giusto. Da lui mi sono sentita amata e stimata.

Lei è sempre stata battagliera anche in redazione. Ho lavorato in Rai quando le tutele sindacali erano forti, ma anche oggi nessuno – tranne i veri precarii che purtroppo sono molti – può essere licenziato perché mostra indipendenza e autonomia. Basta con le lagne, serve un po’ di coraggio per guadagnarsi la libertà di stampa. Ci sono paesi in cui davvero vai in galera, mica in Italia.

Le piace il giornalismo partigiano, alla Michele Santoro? Mi piace il giornalismo rigoroso, Milena Gabanelli con Report sopra tutti. Noi abbiamo il dovere di informare e rendere  consapevole il cittadino, dobbiamo restituire memoria agli spettatori.

E chi si schiera apertamente? In Italia è tutto talmente fuori dalle regole che io posso parlare solo per me. Sono convinta di fare il mio mestiere con onestà intellettuale.

Ha invitato Silvio Berlusconi ad Otto e mezzo? Sì, e ha detto che verrà.

Che cosa vuole chiedergli? Ci metteremo al lavoro, io e la redazione, e poi tireremo fuori le domande.

Qual è la domanda più imbarazzante che ha fatto? Non saprei.

Quando ha chiesto al sindaco di Roma Gianni Alemanno se era mai andato a prostitute? Forse sì. Se si annuncia una battaglia contro le prostitute, sarebbe utile non frequentarle. Il sindaco ha dissipato il dubbio.

Ora le faccio una domanda imbarazzante per lei: si è mai rifatta? Sono domande personali, non intendo rispondere.

[Pubblicato su Gioia, 10/2010]

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