GIOIA/SESSO&SENTIMENTO

Noi che non lo facciamo più

All’inizio, la castità è stata imposta dal caso, o da una separazione non voluta. Poi, pian piano è diventata una routine accettata, infine un sollievo e un vanto. Succede sempre più spesso: un lento allontanarsi dal maschio, e dal sesso, che dilaga tra donne in menopausa, ma contagia anche le più giovani. E tra quelle che hanno voluto provare a sedurre ancora, molte raccontano la fatica. E la noia.

Le donne che non vogliono un maschio tra i piedi neanche per farci sesso sono consapevoli, libere e spesso danarose, senza risentimenti da esibire né sconfitte da redimere. Tutte nel loro passato hanno avuto marito, matrimonio, fidanzati, compagni, conviventi, sono state sentimentalmente attive in ménage talvolta comprensivi di amanti, in altri casi di stretta osservanza monogama. Poi a causa di un divorzio, una nuova relazione del marito con un’altra, un fidanzamento senza serie conseguenze, i maschi sono usciti da casa (o non sono più entrati). La castità, all’inizio imposta dal caso, è diventata una pratica benvoluta, persino esibita: essendo la scelta dell’astinenza una raffinata forma di potere su se stessi, come dimostra la sua storia fitta di santi, mistiche e regine. La libertà dallo sguardo maschile che dispensa desiderio, ma anche giudizio, diventa totale. Quel consenso non è più indispensabile per definire se stesse, farne a meno è rilassante, si guadagnano tempo e energia. Se una di loro intercetta l’interesse dell’altro – adatto per un’avventura o perfetto per una relazione – non lo cova per più di un attimo nel segreto dell’auto-gratificazione. E qualora un lampo del narciso amor proprio dovesse scuoterla dalla casta immobilità, esso è subito soppiantato dalla capacità di proiettare l’immagine di quell’affascinante maschio in un essere querulo che ciondola per casa, semina panni sporchi, chiede pranzi e cene a orari fissi: la sconfortante rigidità della vita comune contro la gaudente anarchia della solitudine.

Queste donne sono solo stanche di amare? Sono deluse? Ciniche? Sconfitte? Oppure complete, interessate, curiose, vitali? No sex in the city è uno stile di vita punitivo o una via di liberazione? Sono le nuove zitelle? O donne felici a dispetto delle antiche illibate? Statisticamente, l’era no sex dell’esistenza coincide spesso con la menopausa, un pari passo per la fine dell’età riproduttiva e l’interesse verso il maschio impollinatore. Esiste però una quota di donne che l’ha sperimentato in altre e fertili età. E praticamente tutte hanno sentito l’ esigenza di non avere un uomo intorno in alcuni periodi (fino a 90 giorni dopo il parto, secondo il Journal of Sexual Medicine, l’83 per cento delle mamme non ha voglia di sesso, una su dieci non avrà più lo stesso desiderio di prima della nascita), in alcuni giorni (intorno al mestruo), in alcune situazioni (stress, impegni, vacanze, lutti). Desiderare di sottrarsi al maschio è alla portata di tutte, riuscirci no: forse intorno ai 50 diventa solo più semplice farlo.

«Nessun odio per gli uomini», precisa Maria Luisa, 47 anni, fiorentina, dirigente comunale, una figlia maggiorenne, avuta con un uomo più giovane che fu suo convivente per tre anni: «Metterlo alla porta ha salvato e fatto crescere il nostro affetto». Prima e dopo di lui («l’unico ad aver dormito nel mio letto») Maria Luisa ha avuto un totale di sei relazioni, ma da cinque anni ha chiuso con i fidanzati: «Finalmente» chiosa sorridendo. Fin dall’adolescenza, mi racconta, «ho intuito che nel mio destino, come in quello delle altre, il ruolo del genere maschile è sovrastimato. Vedevo le mie amiche plasmarsi fuori per piacergli e dentro per compiacerli. Ho provato anch’io, ma non riuscivo». Il primo fidanzato lo ha avuto a 16 anni, per lui come per il suo ultimo uomo, sono valse sempre due regole auree: «Priorità alle amiche e la metà delle vacanze separate». Oggi piove, io e Maria Luisa siamo sedute al tavolino di un bar rumoroso, ma questa donna dagli occhi grandi, i capelli a caschetto, sagomata da un bel tailleur, parla a raffica e gesticola pur tenendo la voce bassa: «Ho fatto sesso solo con gli uomini dei quali sono stata innamorata, ne ho fatto tanto e con gran piacere. Certo, non è mai stato un chiodo fisso, ma non l’ho neanche trascurato. Nell’ultima relazione sentivo che mi interessava sempre meno, poi per fortuna lui è andato a lavorare a Bruxelles e senza traumi abbiamo chiuso la storia. Ora io lavoro, cucino, faccio volontariato, sono brava a tennis, mi occupo di mia figlia e di mia madre, parto spesso nei week end, il mio tempo so come usarlo. Certo che guardo quelli belli, ma li lascio dove sono: io sto bene senza un maschio accanto».

«Ho avuto tutti gli uomini che ho desiderato e ho fatto tutto il sesso che ho voluto, dunque adesso non voglio né sesso né uomini perché di entrambi la mia misura è colma», racconta con serenità Paola, 57 anni, architetto, calabrese, i capelli lunghi ramati e un rossetto intonato, madre di due gemelli trentenni, un divorzio e una lunga convivenza nel passato. Il suo ultimo compagno, aitante, gentile e innamorato, viveva in proprio, ma spesso dormiva da lei: «Alla sera avevo sempre più voglia di mettermi un pigiamone di flanella e di andare a dormire alle dieci. Invece stavo lì a interpretare la mia parte a letto in un copione di cui conoscevo ogni battuta. Lo facevo con affetto e tenerezza, per carità, ma era più una pia opera di maternage per consolare il suo senso virile che il mio desiderio. Così ho iniziato una terapia a scalare del sesso – meno volte, maggiore intensità – e a usare la casa fuori città. Ho infittito le uscite con le amiche, le trasferte dai miei figli a Milano, le settimane al mare da sola».La lenta separazione dal maschio è gestita da Paola con cautela e ironia, cosciente però della fortuna di amare un uomo tendenzialmente fedele e rispettoso, dunque la sua strada non è stata percorsa per eventi traumatici: per molte sue coetanee non è così.

Una account con nome di fantasia, una donna di 56 anni che vive a Verona e fa la traduttrice, mi scrive: «Dopo dieci anni di convivenza, lentamente e sulla scia di un comodo silenzio assenso, eravamo scivolati nella castità. Poi, all’improvviso, la bomba è esplosa: una relazione con una donna più giovane, per di più sciatta e ignorante. Lui mi rinfacciava la mancanza di sesso, io di aver dilaniato un patrimonio di affetto, cura, interessi comuni e disponibilità reciproca. Avevo un senso di umiliazione da scontare, ma quando è andato via ho ascoltato il mio sollievo, ho capito che non sopportavo più di mettermi in scena ogni giorno e di giocare la mia parte nella seduzione, e infatti non lo facevo da un anno. Con le mie amiche, quasi tutte sposate, discutiamo spesso dell’invisibilità che a una certa età ci ammanta: sono gli uomini che non ci vedono più o siamo noi indisponibili al loro sguardo? Io, in entrambe le ipotesi mi sento libera e liberata da un’incombenza. Qualcuna, invece, ammette che è sempre spiacevole non essere guardate, in ogni tempo del nostro essere adulte».

Susanna Schimperna è scrittrice, giornalista e astrologa. Si occupa di sesso e relazione seguendo canali inconsueti come descrivono alcuni titoli dei suoi libri: Castità, Le Amicizie amorose, Abbandonati e contenti. Tiene pure una posta del cuore su un popolare magazine. Schimperna dichiara con franchezza di non aver mai incontrato donne davvero felici e contente di aver chiuso con gli uomini, e aggiunge: «Rinunciare a uno sguardo maschile che desidera in modo autentico rende fragili. La parte di noi che abbiamo deciso di silenziare rimane senza nutrimento, ma non muore. E rischia di essere risvegliata dal narciso che per soddisfare la sua vanità deflagra la nostra resistenza. Certo è un modus vivendi, pure onorevole, ma può avere il sapore di rinuncia. La scommessa da fare è accettare di desiderare questi sguardi, vivere il piacere di attrarre ed essere attratti, non sovrapporre il sesso all’erotismo: rinunciare all’uno senza privarsi della ricchezza e della pienezza dell’altro». Forse è possibile, forse vale la pena provarci?

[Pubblicato su Gioia]

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