GIOIA

Noi e loro

Negli anni Settanta la femminista Roberta Tatafiore insegnò alle altre che tra le prostitute non c’erano solo vittime, ma anche persone libere e consapevoli. Ora che bocca di rosa è diventata escort e le italiane stanno per scendere in piazza invocando più rispetto, a dividere è ancora il giudizio sulle sorelle che si vendono. Ecco perché.

Perché a dividere è ancora il giudizio L’amicizia tra prostitute e femministe è bella storia iniziata negli anni Settanta per mano di Roberta Tatafiore, intellettuale e giornalista, che andando a conoscere le prime informò le seconde che dall’altra parte non c’erano più (solo) vittime ma anche donne consapevoli che sceglievano di vendere prestazioni sessuali. La reciproca conoscenza ha eliminato pregiudizi, creato alleanze e amicizie, allargato la libertà di entrambe ma rimane una relazione molto complicata. Perché i maschi con cui le prostitute fanno sesso in cambio di soldi, sono quelli con cui le femministe (e le non femministe) vanno a letto gratuitamente, per amore, piacere, abitudine. Vi vedo fare un balzo e dire: semmai sono i mariti delle altre a pagare, forse il tuo, ma non il mio. Avete ragione, anzi, confermate l’incipit: è dura essere amiche di donne che vendono sesso a maschi che sono i nostri (potenziali) mariti.

Riassumo alcuni dei motivi: la prostituta è l’ombra della consorte, un agguato costante al sogno dell’amore eterno, fanno sesso senza convenevoli prima, né telefonate dopo, sono disposte a prestazioni esuberanti o degradanti, insomma una concorrenza sleale. E questo duro nucleo di rabbia e paura lo procura anche la prostituta più sfortunata, una schiava della tratta che vende rapporti completi senza preservativo per una banconota a venti clienti per sera (se stanno sulla strada, è perché i maschi le cercano, le pagano, facendo finta di non vedere se hanno un occhio fatto nero dal pappone).

Proviamo allora a salire di uno scalino.  Che cosa succede quando a vendere sesso sono giovani bellissime, sfacciate, affariste che guadagnano in una notte lo stipendio di un’operaia e perdippiù diventano consigliere regionali, deputate, vallette, attrici?

Il (presunto) Cliente Numero Uno è il Presidente del Consiglio che elargisce soldi, appartamenti e cariche pubbliche in cambio di sesso, secondo un metodo talmente diffuso che certuni lo usano anche per assegnare un impiego sottopagato al call center? Andare a letto con un potente è oggi quel che un tempo era un buon matrimonio, cioè un affare di tutta la famiglia? Se l’utilizzo del potere che ogni ragazza ha avuto in dote fin dalla nascita diventa un sistema e/o uno status symbol, pompato dai media, messo al centro di una politica stanca, corrotta e inefficace, che cosa succede? Arriva quel che pare un terremoto. Migliaia di donne si arrabbiano, scendono in piazza, postano fotografie sui siti dei quotidiani e sui profili di facebook con cartelli e slogan che dicono: “Io non sono in vendita”; “La mia dignità non ha un prezzo”; “Noi siamo le altre donne”; “L’Italia non è un paese fondato sulla prostituzione”; “Non sono una velina”;“Non sono in fila per il Bunga  Bunga”. Anche su autorevole stampa, la politica che perde credibilità  diventa un “troiaio”, l’Italia senza un governo “va a puttane”, già nel linguaggio salta l’amicizia con le prostitute, crolla il rispetto della fragile libertà di usare il proprio corpo definendolo con un prezzo: si ritorna alla distinzione tra noi e loro?

Le donne ne discutono in gruppi ma moltissimo in rete e tra un appello ad essere unite e un altro a non mettersi le une contro le altre, dal comitato organizzatore dell’evento nazionale “Se non ora, quando?” (13 febbraio, in decine di piazze) arriva una secca smentita, postata pure sul blog omonimo: “La manifestazione non è fatta per giudicare altre donne, contro altre donne, o per dividere le donne in buone e cattive. I cartelli o striscioni ne terranno conto”. Nella lettera-manifesto si legge: “Inaccettabile invece è la ripetuta, indecente, ostentata rappresentazione delle donne come nudo oggetto di scambio sessuale, offerta da giornali, televisioni, pubblicità”.

Angela Azzaro, giornalista del settimanale di sinistra www.glialtrionline.it,  dichiara subito: “Io non manifesto. Non mi sento offesa come donna, semmai come cittadina per la pessima politica del governo. Mettersi contro le altre fa il gioco del potere maschile e a pagarne il prezzo non sono Ruby o Minetti ma le lavoratrici del sesso, perché quando si scade nel moralismo, la famiglia contro il puttanaio, sono loro a essere colpite, ma è un passo indietro per tutte”.

A Marina Terragni, scrittrice, giornalista, legata alla Libreria delle donne di Milano, pare che il fastidio scatti dinanzi “all’assertività della prostituta che si vende per piazzarsi bene. Perché nella miseria scatta la solidarietà femminile ma quando qualcuna fa un salto, dichiara un’ambizione, le altre diventano cecchine. In ogni campo. L’espressione fare rete tra le donne non corrisponde ad una realtà”.

Aggiunge Franca Fossati, autorevole giornalista e femminista: “Può non piacere ma il comportamento di queste ragazze è un effetto collaterale della libertà, dunque una libera scelta. Forse una chiave di lettura, una delle tante, è  che vogliono affermarsi ma non coltivano il sogno di farlo per il proprio talento, non ci sono opportunità e sfruttano il potere che trovano dentro di sè. Vedo però pure giovani donne che lavorano, hanno talenti, competenze e sono arrabbiate. Una di loro mi ha detto: “Potrei stare al posto di un ministro, però ho gambe corte e seni piccoli”. E allora, può un dono di natura trasformarsi in una discriminazione?”

Chiara Moroni, 37 anni, deputata di Fini, deputata di Futuro e Libertà ha 34 anni, ha firmato per l’appello e sarà in piazza: “Nessuna volontà di condannare le altre, libera di dire che esiste un modello diverso dalla scorciatoia personale. Dalle donne parte l’indignazione per una battaglia culturale contro una società decadente e per una etica pubblica condivisa: il vero conflitto di interessi è la penetrazione culturale della tv come sistema educativo, questo è il suo risultato”.

Paola Tavella, giornalista e scrittrice, che  agli inizi degli anni Ottanta, fu con Tatafiore tra le fondatrici della rivista Lucciola, esperienza di un’ alleanza tra femministe e prostitute, dice:  “Le ragazze di Arcore sono libere quanto me e voi, e usano la libertà nel modo che vediamo. Non mi tolgono dignità, la levano a se stesse semmai, anche se loro non la pensano così”. Non sono le uniche.

Secondo una ricerca del sociologo Ilvo Diamanti le ragazze più giovani (18-29 anni) che ritiene offensivo l´atteggiamento di Berlusconi verso le donne è poco più di un terzo. E dentro quel terzo le voci sono variegate.

Tenera Valse, 36 anni, ex lavoratrice a tempo determinato, è autrice di un memoire che sarà in libreria ad aprile per cooper dove racconta la sua scelta consapevole di prostituirsi: “La manifestazione del 13 a cui io partecipo solleva un problema fondamentale: se il potere e il denaro si riproducono a danno della legalità il modello prostitutivo diventa imperante per uomini e donne. Le ragazze coinvolte negli scandali usano un codice maschile della prostituzione, hanno un potere, lo vendono e sono espropriate, tra loro e un avvocato che difende il Cliente, non c’è differenza,  anzi mi sembrano più consapevole le Olgettine che le elettrici di Berlusconi. Io mi prostituisco e nella mia esperienza non prendo in giro nessuno, non cerco potere sociale, il sesso è un elemento di discussione, c’è tensione emotiva, c’è empatia  sessuale, il denaro è la mediazione per chi vuole il mio piacere”.

Franca D’Agostini, filosofa, che insegna Analisi del linguaggio pubblico all’Università del Piemonte orientale, firma l’appello, è favorevole alla protesta ma osserva: “Non è un problema solo femminile. Viviamo in un sistema dove domina la compravendita morale: si vendono non soltanto corpi, ma anche pensieri, menti, linguaggi. Quanti uomini si sono venduti e si vendono? Comprare le menti è come comprare i corpi. In entrambi i casi, lo scambio è ingiusto, c’è un plusvalore rubato. Chi compra ha un simulacro di quel che ha pagato, chi si vende, ha venduto qualcosa di più. Questo è il furto. Chi ci guadagna è il sistema, che va avanti e si nutre del furto alla mente e alla vita delle persone coinvolte. Il sistema della compravendita sessuale, intellettuale, morale è infettante, epidemico e profondamente sleale perché gioca sull’indistinguibilità del passaggio dall’elargizione al ricatto, dal donare al ricattare. Tutto questo è il risultato del crimine al potere. Il fatto è che nel berlusconismo si esprime un’ideologia morta e finita, senza nessun rapporto con la realtà del maschile e del femminile. Non per nulla corrisponde alla visione delle donne e dei rapporti sessuali propria di vecchi, come Fede e Mora: un triste sabba senile”.

[Pubblicato su Gioia]

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