GIOIA BAMBINO/KIDS

Maschiaccio sì, femminuccia no? Se il bambino vuole giocare con la Barbie

C’è una campagna libertaria da condurre a favore dei bambini maschi, contro le discriminazioni e gli stereotipi sessuali inculcati sotto forma di privazione di alcuni giochi e mortificazioni per preferenze di comportamenti, colori, giocattoli. Questa condizione è riassunta dall’uso delle due parole maschiaccio e femminuccia, quando con la prima si gratifica una bambina cui piace mettere i pantaloni e giocare a soldatini, con la seconda si ridicolizza un bambino di indole pacifica che ama leggere e imboccare il suo orsacchiotto. Esiste dunque un problema di parità tra sessi per i più piccoli a svantaggio dei maschi. Le bambine hanno goduto delle conquiste sociali delle loro mamme (mettere i pantaloni, andare in bici, usare i giochi dei maschi, portare i capelli corti) e poi hanno avuto una eroina come Pippi Calzelunghe, indipendente, ricca, forte come una roccia, una campionessa di sregolatezza e simpatia, una rivoluzionaria di luoghi comuni che riguardano l’infanzia senza distinzione di sesso, ma di più facile identificazione per le femmine. I maschi, invece, non hanno una simile icona che li liberi dall’obbligo di imparare fin dall’infanzia ad essere belligeranti, competitivi e machi.

C’è il film Billy Elliot,  uno dei più belli musical di tutti i tempi, dove il protagonista convince il padre operaio a lasciarlo ballare anche se non sembra un arte da maschi, ma è una pellicola, comprensibile peraltro già in età scolare. Lo  scorso anno, in Svezia un gruppo di tredicenni è riuscito a far cambiare il catalogo di Natale della catena di giochi Toy ‘R ‘Us accusando l’azienda di promuovere un’idea dei giovani maschi e femmine corrispondente alla realtà. Lo Swedish Advertising Ombudsman, autorità che si occupa del controllo etico della comunicazione, ha riconosciuto la discriminazione e così l’accozzaglia di abiti luccicanti, cucine rosa, elmi vichinghi e scudi ha ricevuto una pubblica reprimenda. In Inghilterra, dove, secondo un’indagine Mintel, per gli studenti delle scuole primarie e secondarie David e Victoria Beckham sono i modelli ai quali aspirare, un gruppo di donne ha lanciato la campagna Pinkstinks. Ovvero boicottaggio dei prodotti rosa – giocattoli, abiti, libri, scarpe – perché, il colore si sarebbe caricato di uno stereotipo di genere nocivo al sesso femminile. Ma non era forse necessario anche un boicottaggio sul marketing del pallone e del colore blu? Quali sono le qualità che un adolescente dispiega per raggiungere l’obiettivo di assomigliare a un ricco giocatore di pallone che vive in un castello?

C’è una lunga sfilza di giochi, giocattoli, comportamenti proibiti ai maschi perché “non sono da maschi”  (pentole, bambole, bacchette magiche, persino i peluche) senza riflettere sul fatto che sono una un’esplorazione di crescita, curiosità creativa, spesso a tempo determinato. L’abbigliamento però rimane l’aspetto più clamoroso e duramente represso. Anche in questo caso, a pagarne il conto più salato sono i maschi. Se una bambina vuole i capelli corti, i pantaloni, e giubbotti il giudizio sociale non le si accanisce contro. Su Vanity Fair, la scorsa estate, così Angelian Jolie spiega così il look della figlia: “Shiloh ha un po’ lo stile della gente del Montenegro. È così che si vestono lì. Le piacciono le tute, i completi. Varia dai completi con giacca, cravatta e pantaloni, alle tute da ginnastica. Le piace vestirsi da maschio. Vorrebbe essere un maschio. Ecco perché le abbiamo tagliato i capelli. Adora indossare tutto quello che è da maschio. Pensa di essere uno dei suoi fratelli”. Sarebbe stato altrettanto semplice se fosse accaduto il contrario? Se Maddox avesse voluto la gonna e i capelli lunghi? Se per Carnevale una bambina arriva vestita da spider man incassa i complimenti ma se un bambino arriva vestito da principessa sarà deriso. La casa editrice Fatatrac ha pubblicato un libretto “Nei panni di Zaff” che affronta il tema. Zaff è un portiere di pallone, ma il suo sogno è fare la principessa. I suoi amici ne sono scandalizzati ma, un giorno, la Principessa sul pisello stanca di stare nella sua favola e desiderosa di fare il portiere, propone a Zaff uno scambio di panni: “Scoprirono il segreto per vivere per sempre felici e contenti: essere ciò che sentivamo di essere, senza vergognarsene mai”. Il libro è stato considerato il primo in Italia di un filone molto ricco all’estero che insegna il rispetto delle identità di genere, ma forse sarebbe più saggio considerarlo un libro che offre una lettura leggera di un comportamento che mette ansia ai genitori in nome dei loro fantasmi e non di quelli del bambino.

Ci sono genitori (e spesso nonni) turbati perché i loro figli maschi giocano a fare i cassieri del supermercato pensando che il bambino mostri una scarsa proiezione di sé, altri impongono fiocchetti, gonne e cartoni a bambine che amano la lotta e l’arrampicata, qualcuno crede che regalare spade disincentivi un indole remissiva. Chi è stata una ragazza maschiaccio sa quanto quei giochi maschili abbiano plasmato capacità tornate utili da adulte: coraggio di fronte all’aggressività, saper fare squadra, amare l’avventura all’aria aperta, non identificare il leader con il maschio. I giochi infantili non hanno avuto rilevanza nella scelta del proprio orientamento sessuale. Per contro, sono molto pochi gli uomini che da bambine hanno avuto genitori che hanno incoraggiato, e non ostacolato, i giochi con le pentole, bambolotti, castelli, fate, puzzle, aiutato a formare gruppi di gioco misti  e promosso giochi di ruolo, come il parrucchiere o il dottore, dove si ruota ad identificarsi nei cliché. Questi pochi uomini spesso sono adolescenti in grado di cucinare, fare una valigia, tenere in ordine la propria stanza e che non hanno paura di tenere un neonato in braccio. I giochi infantili non ha avuto alcuna rilevanza nella scelta del proprio orientamento sessuale.

Il terrore di molti genitori è che l’esplorazione e il desiderio di giochi e/o vestiti del sesso opposto siano sintomo di una divergenza tra sesso biologico e orientamento sessuale. Simona Argentieri, psicoanalista, autrice, tra l’altro, di A qualcuno piace uguale (Einaudi) dice: “Difficile per un genitore decidere quale sia il limite tra un momentaneo capriccio, una bizzarria o un vero disturbo. Il problema non è che un bambino o una bambina desiderino cose che appartengono abitualmente all’altro sesso ma, semmai, che rifiutino quelle tradizionali del loro sesso o che entrino in ansia se vengono contrastati”. Questi comportamenti, però, non possono essere considerati spie su futuri orientamenti sessuali, poiché “l’esperienza insegna che non c’è un rapporto preciso di causa-effetto tra problemi infantili e problemi adulti. L’infanzia è un’epoca di grande plasticità e mutamenti. Intervenire precocemente con una diagnosi di disturbo dell’identità di genere può essere nocivo, perchè àncora genitori e bambini a un fenomeno che potrebbe essere passeggero”. E’ comprensibile che di fronte a un senso di inadeguatezza, i genitori cerchino uno specialista che, però, sostiene Argentieri “aiuti i genitori a mettere a fuoco quali problemi o confusioni o atteggiamenti inconsci del padre o della madre possano favorire dei comportamenti atipici dei figli”. Di sicuro, secondo la psicanalista “non bisogna né assecondare passivamente il desiderio dei bambini; né vietarglielo con severità e orrore”.

[Pubblicato su Gioia Bambino]

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