ARTICOLESSE/GIOIA

Sono più figlio di mia sorella

Nella appassionante saga della famiglia Berglund narrata da Jonathan Franzen in Libertà (Einaudi) la madre ama in modo sfacciato il maschio più della femmina, ne fa un continuo vanto, lo considera speciale e come tale lo tratta a scapito dell’altra. Joey, il prediletto, si costruisce un destino fortunato districandosi già adolescente dalle grinfie della madre. La femmina invece cresce risentita ma non mancherà da grande di stare al fianco della madre. Nella modernissima America di Barack Obama, l’esemplare famiglia politicamente corretta ripete l’antico schema patriarcale con cui sono state tirate su generazioni di donne italiane, specie nel Sud: un maschio a cui destinare onori e risorse contro una femmina sfavorita eppur destinata ad accudire i genitori. La rivoluzione culturale del femminismo e soprattutto l’accesso all’indipendenza economica delle donne ha permesso di infrangere gli stereotipi familiari sessisti. Però, a dispetto del luogo comune secondo cui figli si amano tutti allo stesso modo, i sentimenti differenziati verso le proprie creature ci sono sempre.

Ammettere gli squilibri sarebbe il primo il primo passo per riaggiustare il tiro e/o poterne farne una risorsa. E invece, le madri, specie le più giovani, imprigionate nel mito di voler essere perfette e impeccabili, dinanzi a ineguali smottamenti emotivi verso i figli, osserva la psicoanalista Pani Galeazzi, “soffrono e si paralizzano dentro un senso di colpa che non produce nulla di buono”. Lei, che è madre di tre ragazzi, aggiunge: “Nella mia esperienza personale, i miei figli sono stati, tutti e tre, preferiti a turno. Questo ha permesso di costruire con ciascuno di loro una relazione speciale. Favorirne uno diventa un problema quando il più benvoluto è un ruolo fisso e immutato”. Un figlio ti cattura profondamente, un altro ti fa divertire, con una hai un’intesa intellettuale speciale, con l’altra una connessione emotiva irripetibile, la figlia femmina ti ispira confidenza, il maschio complicità nel gioco: osservare e esaltare somiglianze e diversità è un modo scaltro, divertente, stimolante di coltivare l’amore filiale che dura per tutta una vita e, ogni madre lo sa, è un lavoro impegnativo: “In uno amo l’intraprendenza, lo spirito libero e fortemente creativo, nell’altro la dolcezza, la purezza di spirito, e la capacità di dare nome ai sentimenti. Nell’insieme, li amo differenti dello stesso incondizionato amore” (attrice di teatro, pugliese, 40 anni). Una mamma di quattro figli, due maschi e due femmine, compresi tra gli 8 e 14 anni, ci dice: “Avere figlio preferito, non significa che gli altri sono da buttare. Ce n’è uno che è docile dunque facile, quello che ti ricorda come eri tu e su cui proietti tuoi desideri frustrati, un altro che assomiglia in modo vergognoso a tuo marito e certe volte lo metteresti alla porta assieme a suo padre”. E, sulla base della sua esperienza, la multi mamma afferma: “Nel legame più profondo che ho con loro, ha influito il modo in cui li ho partoriti. Il senso di colpa provato per il primogenito avuto in ospedale e portato via senza che potessi guardarlo neanche negli occhi. O l’empatia con la quarta che ho partorito in casa e, ancora sporca e fremente, l’ho attaccata al seno subito. La mia opinione è che se ci dicessimo la verità tra noi donne, saremmo libere di inventare uno stile materno maturo in grado di mettere i figli in condizione di esprimersi”. Emilia Filosa, psicoterapeuta romana, conduce incontri collettivi con i genitori nelle scuole primarie e di frequente, riscontra un disagio familiare causato da una malcelata o, peggio, repressa, disparità di sentimento verso i figli: “Lavoro con la madre e il padre per renderli consapevoli che in amore l’equità non è dare nella stessa misura, ma scoprire che cosa è giusto per quel figlio. Alla fine, il modo in cui si ama è diverso perché differenti sono i figli che con il loro temperamento, personalità e modo di essere, ci permettono di esprimere il nostro affetto, la stima e la fiducia in un modo piuttosto che in un altro”.

Non avendo saputo sottrarsi al compito assegnato di essere il migliore o il peggiore e portando dentro i segni del disagio, serve di riprendersi il maltolto che non sta sempre dalla parte di chi non ha avuto amore, anzi. Massimo Rossello, di formazione ingegnere, è un facilitatore di costellazione familiari. Messe a punto da Bert Hellinger sono un approccio e una tecnica che consente di portare alla luce e sciogliere gli irretimenti familiari, spesso trasmessi da generazioni, che causano disagi psichici se non malattie. Secondo Hellinger, infatti, il singolo non è importante di per sé ma in funzione del sistema appunto. In questo caso il sistema famiglia. Dice Rossello: “Il cocco di mamma è stato chiamato a ricoprire un ruolo da adulto, ad esempio a sostituire un padre che non c’era più, anche solo sul piano affettivo”. Conseguenze? “Per esempio, un primogenito che è stato di grande aiuto alla famiglia e dunque molto amato, è comunque cresciuto fuori dal suo posto naturale, non è stato apprezzato per quel che era veramente e non sarà mai una persona rilassata”. La costellazione – che è una vera e propria messa in scena delle relazioni familiari con persone che svolgono la parte dei propri cari – lavora sul principio di realtà e permette al figlio nel set ricreato di poter pronunicare con i propri “genitori” l’esigenza di riprendersi il suo posto di piccolo. Dopo molti anni di attività, Rossello, sostiene che, a suo parere i primi due figli sono a rischio, mentre il terzo gode: è più libero e prende l’amore dai genitori e dai fratelli. Una simpatica signora genovese conferma: “Il figlio più tranquillo, divertente e accomodante è il mio terzo, quello che nelle ere d’estate ho dimenticato in carrozzina fuori sul terrazzo, ricordandomi di tirarlo dentro a notte fonda”. Una imprenditrice alla soglia dei 50, due femmine maggiorenni e un maschio adolescente, ha osservato nel suo clan che: “la gara per conquistarsi un rapporto privilegiato con me è stata una costante della prima infanzia, poi nell’adolescenza a turno hanno rinunciato e ripreso tra mille piccole astuzie e ripiegamenti sul padre o sui nonni. Alla fine, chi l’ha vinta è diventato il “cocco di mamma”, ma chi ha abbandonato il ring, si sta costruendo un futuro migliore”.

Un’altra figlia che ha mollato la presa, la “spreferita di mia madre”, racconta: “Nei confronti con quelli come me, l’ho imparato con certezza: tutte le madri amano i figli diversamente, ci sono quelle che lo ammettono e quelle che no ma certune, come la mia, colpevolizzano le creature che hanno la ubris di sentirsi meno amati. Il fatto che sia un tabù impedisce di parlarne, producendo danni sotterranei. Per mio conto, ho raggiunto la stessa conclusione di linus, il fratello di lucy dei peanuts: “le sorelle maggiori sono le erbacce nel prato della vita”. Si sentono defraudate del ruolo di figlia unica e non ammettono nessun tipo di competizione, hanno al necessità di credersi più belle, più intelligenti, più meritevoli dell’affetto dei genitori, insomma sono bambini in difficoltà. Come succedeva a casa mia, mamma e papà alimentavano questo immotivato senso di superiorità per paura di ferirla. Per me è stata una grande scuola di sopravvivenza. Ho imparato a gestire le cattiverie da quando sono nata mentre lei paga ancora conseguenze pesantissime, visto che fuori da casa nessuno ti ammira per partito preso. Oggi ringrazio il cielo di esserci passata, ma mentre sei nel tunnel è davvero pesante”.

[Pubblicato su Gioia 28/04/11]

Advertisements

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...