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Il colore dei capelli è un taglio dell’anima

Sono i capelli la nostra gioiosa macchina d’attacco, la più alta tribuna da cui mostrare chi ci crediamo di essere, il privilegiato palcoscenico del corpo per esibire gli intenti eversivi, regolari, eccentrici o dialoganti che abbiamo verso il mondo. Ed è il colore, ancor più del taglio, a comunicare con fulminea sintesi gli obiettivi e i proponimenti.

Farsi platino per tirare fuori un temperamento seducente ma oltraggioso, sentirsi il fuoco dentro e ammansirlo con una rossissima capigliatura, volere  un carrè nero sapendosi elegante e misteriosa, striarsi i capelli di biondo o colorare di viola qualche ciocca osando solo un po’, scegliere il blu come Kate Perry innestando la sensualità di un manga su una capigliatura degli anni 50 oppure per non lasciarsi condizionare dall’età (Lucia Bosè): in qualunque momento accada, mettersi in testa un colore estremo è sempre un gesto sovversivo che richiede una salda motivazione per esordire e una ancor più forte per seguitare.

Elisabetta Girolami, 55 anni, proprietaria dell’osteria il Ristoro degli Angeli, a Garbatella, storico quartiere popolare romano, ha un caschetto verde fluorescente, almeno un  paio di gradazione superiori all’ultima parrucca sfoggiata da Lady Gaga. Questa signora portava lunghi capelli neri ed era un’autrice televisiva, sposata, madre di un figlio. A 44 anni la sua vita ha avuto una svolta: separazione, nuovo compagno, cambio di mestiere e a quel punto la rimonta di un desiderio antico: “Tingermi come Il ragazzo dai capelli verdi, il timido, generoso e pacifista interprete del film di Joseph Losey, in cui mi ero da sempre riconosciuta”. Dopo un primo e netto taglio della chioma, confessò al parrucchiere la sua aspirazione cromatica e lui le fu subito complice: “Prima provammo alcune ciuffi e poi fu il verde  luminoso che porto da dieci anni. Da allora se chiudo gli occhi, visualizzo i miei lineamenti come realmente sono e non mi era mai accaduto prima. Questo è il mio colore interiore e lo porterò finché le rughe me lo permetteranno, l’unica alternativa che prevedo è il bianco luce”. La ricerca della corrispondenza tra il proprio animo e la sua tinta necessita dunque di un intenso e reciproco favoreggiamento con il proprio parrucchiere.

Alessandra Pucci (ricciocapriccio.com) è una devota della nuance estrema a cui riconosce una specifica funzione politica: “è la nostra discesa in campo, il coming out di ognuna, specie se arriva dopo anni di vita defilata in cui tingersi i capelli è stata una necessità per coprire il bianco”. A lei basta che la cliente dica “verso quale direzione ha deciso di puntare e poi dalla tavolozza dei colori io tirerò fuori il suo e sarà unico”. La testa esibisce messaggi precisi con i suoi ornamenti e questo comportamento è transculturale, vale per l’Africa come per l’Italia, dal passato ai nostri giorni: la corona della Regina, il cappello con la veletta, la cresta dei punk, il velo della monaca, il copricapo di piume degli indiani, il fazzoletto della vedova, il turbante dei sikh sono segni chiari e inequivocabili di un ruolo, uno status, una scelta dove il colore gioca sempre la sua parte.

Le ragazze musulmane a Parigi o a New York (molto meno in in Italia) mettono hijab coloratissimi, ispirati allo street style o di seta griffati per dire che sono credenti ma al passo con il loro tempo, anzi lo governano: lo strato di stoffa è il confine tra ciò che comunicano in privato (sensualità delle chiome) e interdicono al pubblico, su di esso esercitano un potere scegliendo tinta e forma, dice l’antropologa Michela Fusaschi (autrice di Corporalmente corretto per Meltemi e Quando il corpo è delle altre per Bollati Boringhieri). Che aggiunge:Quello che mi metto sulla testa posso cambiarlo come e quando voglio. Le nuances o le meches  che mi dipingo segnano i diversi stadi della esistenza od ella giornata, le età, il genere. Lavorare con e sui colori è il modo migliore far del bricolage con noi stesse inventando nuove forme di autonomia  e di costruzione di un corpo e in questo caso di un capo ben piantato sul collo”.

Se un colore deciso è un definitivo biglietto da visita, la capigliatura anonima lo è per una misura uguale e contraria. Così Anna Mittone sceneggiatrice  televisiva sfodera subito il personale carnet (“mora, rossa, arancio, un orribile platino fatto in casa, il bianco lo trovo superchic, aspetto qualche anno e poi lo faccio”) mentre della sua creatura letteraria, Consolata Bonetto, che esordirà a settembre nelle librerie (Quasi quasi mi innamoro Piemme) racconta: “Lava i capelli solo per scrupolo d’igiene, li asciuga per non ammalarsi nell’inverno torinese, hanno una piega d’infelicità senza speranza. L’unica volta colta che va dal parrucchiere esce trasfigurata in peggio, la capigliatura rigida come un casco da astronauta, una Bridget Jones senza nemmeno il  glamour della pancera strizza ciccia”.

Elisabetta Malvagna, giornalista, autrice di due libri sul parto naturale e ora, con figli adolescenti, transitata al blog Over40noproblem affronta per noi un’intima analisi del suo complicato rapporto con la capigliatura: “Plasmo la mia esistenza sulla comodità e i primi capelli bianchi l’hanno  turbata molto. Dopo alcuni stremanti sedute dal parrucchiere, mio marito mi ha aiutato a tagliarli cortissimi con la macchinetta lasciandoli sale e pepe, per la gioia mia e l’invidia di tante altre. Dopo due anni ha prevalso la noia del bicolore e li ho tinti rosso ciliegia guarda caso mentre andavo in vacanza a New York. Da qualche mese faccio la tinta casalinga che ha nome e colore “Cioccolato” in accordo con la mia libidinosa anima gastronomica che adora la nutella e i  marron glacé”.

Il bianco invece? Su Facebook, Erica, giornalista morissima, scrive di “volerlo lasciare alle bionde” che però, a loro volta, devono fare i conti con una forma del viso e una lunghezza della zazzera. Per molte ogni capello bianco è una conquista, per altre è un passo verso il baratro, di certo ognuna fa i conti e prende una posizione che, purtroppo, non è mai solo personale.

Marisa, 70 anni meravigliosamente portati, avrebbe voluto “almeno per un periodo sollevarsi dalla schiavitù della ricrescita e magari provare a dire pubblicamente che sono vecchia e non me ne dispiaccio”. Non aveva messo in conto la feroce reazione del marito e dei figli “che non volevano vedere nei miei capelli bianchi il passare dei loro anni”. Dopo un confronto aspro, durato un paio di mesi, lei è tornata al castano, mentre il marito se ne va in giro con la sua scarsa e nivea capigliatura che non pare turbarlo. Confermando che la corrispondenza tra il sentimento di se e i capelli è un’operazione culturale di potere e di resistenza da non lasciare mai in mano ad altri, una rivoluzione permanente da avviare tutta e subito.

[Pubblicato su Gioia]

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