GIOIA

Costo cara perché imparo presto e sono flessibile

Mandate a memoria questa frase e ricordatevi di ripeterla al momento giusto. Per esempio durante i colloqui di lavoro, o quando andate a contrattare una promozione o un aumento di stipendio. Perché guadagnare come i colleghi maschi è possibile e dipende, tra le altre cose, dalla capacità di fissare il proprio valore con la giusta grinta. E di difenderlo senza arretrare.

Sbandieriamo la passione per il nostro mestiere, lottiamo per far emergere il talento e dimostrare competenza, ma al momento di darci un prezzo sul mercato del lavoro e incassare il denaro meritato, ci adattiamo senza combattere, per poi magari lamentarci. Quante volte ci siamo imbarazzate a chiedere la giusta somma di denaro per la nostra prestazione professionale? Abbiamo avuto vergogna di pretendere un aumento più che dovuto? Ci siamo sentite in dovere di minimizzare i nostri successi e men che mai di monetizzarli ? Sappiate che nessuna è sola in questa desolata battaglia, si tratta di un male comune, dunque ciascuna è chiamata a fare la sua parte, per migliorare la propria posizione ed essere da esempio alle altre.

Il gender pay gap, ovvero la differenza salariale tra uomini e donne a parità di mansioni e competenze — il 18 per cento secondo l’ultima ricerca Isfol presentata al Cnel (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro)— ha cause strutturali (lavora meno della metà delle donne, le aziende non sono flessibili, le madri arrancano a conciliare figli e ufficio, siamo arrivate tardi sul mercato) e dunque servono interventi radicali legislativi, fiscali e sindacali per ridurre la forbice. Però, ognuna lo sa, l’ammontare del proprio guadagno — da libera professionista, imprenditrice, ma anche da dipendente (laddove la cifra è trattabile) — è anche conseguenza di un comportamento individuale al momento in cui si discute di denaro, quando serve la grinta per fissare il proprio valore e contrattarlo senza arretrare.

Non si tratta di crearci un nuovo senso di colpa ma al contrario di sciogliere alcuni condizionamenti antichi, radicati e spesso inconsapevoli che finiscono per intrappolarci in inutili pastoie. Racconta Enrica, 42 anni, ex informatica, oggi insegnante, che da dieci anni abita a Padova: «Sono stata educata a non essere presuntuosa, gli altri devono dirti che vali, diceva mia mamma. Per molti anni ho aspettato che i datori i lavoro riconoscessero i miei meriti. Fino al giorno in cui da sola, davanti al portone dell’ufficio, alle tre di notte e neanche un buono taxi in tasca, ho realizzato che solo io potevo frenare il trattamento al ribasso. Al colloquio di lavoro successivo, forte del mio curriculum, ho esordito dicendo: “Costo cara perché imparo in fretta e sono flessibile”. Quando ho smesso di lavorare avevo raggiunto lo stipendio dei colleghi maschi».

Secondo Marina Valcarenghi, autrice de L’aggressività femminile (Bruno Mondadori) ci sono almeno tre buone ragioni per cui le donne sono reticenti a contrattare la cifra che spetta loro: «Fino a un paio di generazioni fa la grande maggioranza di noi lavorava in casa o era dipendente dove non decideva la retribuzione. In 50 anni è impossibile trasformare radicalmente una mentalità introiettata da millenni». Ovvero ci manca l’abitudine di massa.

«La seconda è che c’è signorile disinteresse che deriva da una memoria in cui le donne non si occupavano di guadagnare ma di spendere». Ma che cosa è più dignitoso: dipendere da altri o battersi per avere una retribuzione adeguata? Infine, Valcarenghi aggiunge un’altra motivazione tratta dalla sua esperienza diretta con le pazienti: «Le uniche che da sempre contrattano la loro prestazione d’opera sono le prostitute e nell’inconscio collettivo femminile questa informazione crea un corto circuito fra libera contrattazione e emarginazione sociale, fra diritto e vergogna».

Essere in gruppo aiuta a superare remore di cui spesso non siamo consapevoli? Eugenia, imprenditrice, ne è convinta, pur non credendo a un’indistinta solidarietà femminile. «Dal 2005 porto avanti l’azienda fondata da mia madre e gestita per 40 anni senza alcun aiuto. Io ho scelto di coalizzarmi solo con altre donne capaci e indipendenti: commercialista, segreteria, avvocata, siamo tutte brave e decise a non farci pestare i piedi da nessuno, men che meno da giovinette intente a rimirarsi negli specchi o da uomini rapiti dalle belle segretarie. Abbiamo imparato come si fa il nostro lavoro e riservato, stavolta, gli uomini a una funzione quasi esclusivamente esecutiva». Nessuna di loro ha una famiglia oppure i figli sono già grandi: «Nella mia esperienza spesso le donne che non sanno farsi valutare e pagare il giusto hanno un reale interesse a stare in casa, dunque non vogliono neanche sapere quanto possono produrre, si accontentano di un contributo al bilancio casalingo».

Chi l’ha vissuto sa che guadagnare più del proprio partner spesso provoca disagi nella coppia, ma autorevoli studi dimostrano che la parità di salario tra marito e moglie aumenta le possibilità di una equa divisione del lavoro di cura, come scrivono Carla Facchini e Anna Laura Zanatta sul web magazine InGenere.it.

Ci sono dei trucchi che possiamo escogitare per non cadere nella trappola dell’autosvalutazione? Valcarenghi sostiene che ognuna di noi è una storia a sé, però alcune regole sono buone per tutte: «Riconoscere il nostro territorio, prima di tutto, dargli diritto di esistenza, difenderlo. E farsi sempre alcune domande. Perché cado nella trappola misogina di chi vuol farmi sentire che valgo poco? Perché so difendere gli altri e non me stessa? Perché non uso la collera per cambiare il mio modo di fare? Perché mi infliggo male da sola? Basta, non lo faccio più. Il sistema che sceglie la gatta morta o la femmina lagnosa è un mondo in via di estinzione. Oggi, i cacciatori di teste considerano le capacità di autodifesa come un grande talento che garantisce sicurezza e produttività all’azienda».

Rosanna Santonocito, responsabile del canale lavoro job24.it del Sole 24 Ore e blogger (jobtalk.blog.ilsole24ore.com) da quattro anni ha un quotidiano rapporto con le sue utenti e osserva: «Le donne hanno paura di dire quanto guadagnano, ma anche quando spendono». Un luogo di discussione come Jobtalk serve a darsi forza reciprocamente, perché lo scambio delle esperienze evita errori e fa scegliere strategie già verificate: «Il trucco numero uno prima di andare a chiedere una promozione o un aumento, o presentarsi a un colloquio di lavoro dove si parlerà anche di denaro è, oltre all’autovalutazione di competenze, capacità, risultati, sapere qual è il valore di mercato del nostro profilo professionale e della nostra posizione nell’organizzazione: retribuzioni contrattuali e retribuzioni correnti. Qui le donne di solito cascano perché sono ignare. Poi convincersi che non c’è nulla di male né di poco pulito o inopportuno nel parlare di soldi. Le aziende sanno delle nostre difficoltà a padroneggiare la materia, ne approfittano e sono le donne a farne le spese».

Invece è decisamente meglio farseli dare, questi soldi, e andare poi a fare spesa: uno shopping misurato, intelligente, consapevole come vuole la crisi, ma soprattutto senza lagne.

I NUMERI DEL GAP

La differenza di retribuzione tra uomini e donne in Italia, a parità di qualifica e impiego, è tra il 10 e il 18 per cento ed è dovuta interamente a fenomeni di discriminazione. Il gap tra le donne meno scolarizzate raggiunge quasi il 20 per cento e si mantiene oltre il 15 per chi possiede la licenza media. Sono colpite le giovanissime (8 per cento ) e le adulte (12 per cento); meno le trentenni (3 per cento). C’è una forbice di genere ampia nelle retribuzioni medie orarie degli operai specializzati (21 per cento); degli impiegati (16 per cento); di dirigenti e imprenditori (13 per cento); nei servizi finanziari e in quelli alle imprese (rispettivamente 22 e 26 per cento); nell’istruzione e nella sanità (22 per cento), nella manifattura (18 per cento).

(I dati fanno parte di una ricerca Isfol curata da Emiliano Rustichelli).

[Pubblicato su Gioia]

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