PERSONE

Cristina Comencini: La maternità è un triangolo. Marie Claire 10/2011

Nella grande e luminosa casa romana di Cristina Comencini c’è una stanza né piccola né grande occupata per quasi tutto lo spazio da una scrivania: davanti un’alta finestra, accanto una lampada: “qui mi siederò per scrivere i miei appunti su un quaderno e poi arriverà il prossimo romanzo”. Una donna infaticabile. Cristina ha 53 anni, un marito, 3 figli, 6 nipoti, 3 sorelle. A 20 anni era madre e a 35 nonna (il primogenito è stato un padre sedicenne). Ad oggi ha pubblicato 8 libri e diretto 10 film. In ultimo ha dato la prima spinta per la nascita del movimento femminile Di nuovo (e al comitato allargato di Se non ora quando). Una donna feconda. Che odia le cene mondane e ama leggere in solitudine. Il suo film più famoso, La bestia nel cuore, trattava dell’incesto e andò fino agli Oscar (era  il 2005). Il più recente Quando la Notte con Claudia Pandolfi e Filippo Timi era al Festival di Venezia. Entrambi sono tratti dai suoi libri. Quest’ultima storia narra di una madre che vuole essere perfetta nel ruolo ma non ci riesce, del male che fa a se stessa e al suo bambino, di questo tremendo segreto condiviso con un uomo di montagna che le permetterà, contro ogni ragionevole aspettativa, di trovare invece il buono dentro di sé. Ognuna di noi può essere Marina, annaspando nella solitudine, sentendo dentro di sé il buio della follia: “Ho voluto accendere una luce e attraversarlo con le parole. L’indicibile può essere raccontato attraverso le creature letterarie, è l’occasione per trasformare il dolore in una possibilità di  benessere”.  La passione di Comencini per raccontare il lato oscuro degli essere umani, delle donne soprattutto, è antica: “Da bambina sognavo di fermare il mondo e poi, io da sola, avrei guardato sotto i cappotti e  dentro le case per scoprire la trama segreta: sapevo già da allora che le chiacchiere degli adulti servono per nascondere la verità”. Vale  anche per la maternità? “Se ne parla molto, e se ne parla male. Come fosse un fatto esclusivo tra la donna e il bambino: il padre è estromesso dalla scena. Invece l’arrivo di un figlio è il momento di verità nella relazione tra uomo e donna. E il modo in cui lui le starà accanto è determinante per la qualità dell’amore che la madre avrà verso il nuovo nato”. La maternità allora deve diventare un triangolo? “Assolutamente sì. Con il padre devi condividere l’ansia di non sentirti brava o di sentirti all’altezza anche se decidi di non allattare, l’angoscia per la libertà che è finita, i successi e le paure. Se il tuo compagno ti è accanto e ti ama proprio per come ti stai comportando, lo spirito di essere madre è un altro, non totalizzante. Io sono Cristina e divento mamma, è un  nuovo pezzo di me che non coincide totalmente con la mia persona e voglio condividerlo con gli altri, nel privato e nel pubblico”. Il nostro discorso si fa subito serrato, c’è una tensione forte e positiva: queste prime prime battute le abbiamo già scambiate in piedi nella grande sala di ingresso che porta al salotto, al lato destro una grande parete ricoperta di libri da terra al tetto. Cristina mi fa accomodare sul divano bianco e da lì non mi muoverò per le successive due ore. Lei invece preferisce la vicina e grande sedia di vimini, di fronte un piccolo tavolino su cui è poggiato il computer. Sono già stata in questa casa un paio di volte alle riunioni di Di Nuovo e il tavolo della scrittura era pieno di torte e bevande. Oggi, io e Cristina non berremo neanche un bicchiere di acqua, saranno due ore fitte di scambio interrotte solo dall’arrivo del figlio diciottenne, bellissimo e gentile, un ragazzo che guarda negli occhi quando saluta (fatto raro tra gli adolescenti). Comencini rimarrà però sempre nella stessa posizione di partenza: gambe distese e fasciate nei jeans neri (sopra ha una polo rossa), e senza scarpe: la nostra bolla è comoda.

Cristina al centro del suo film c’è la violenza di una madre verso il figlio: le pare saggio discuterne così apertamente? Non rischiamo di infrangere il tabù della totale affidabilità e sicurezza nella relazione madre/figlio? Le donne possono essere molto violente, anche con i proprio figli. Dobbiamo iniziare a dirlo. Questo non è il tabù, ma un sentimento interdetto che se viene tirato fuori, nominato e conosciuto perde di pericolosità. Anzi, discuterne apertamente e con serenità ci permette di mantenere intatto quel tabù che garantisce la nostra sopravvivenza

 Facilmente però quando si scivola nel giudizio anche crudele verso la madre. Nel mio film la madre cattiva diventa buonissima, è sempre meglio sottrarsi dalle rigide definizioni. Non esiste un modo giusto di essere madre, o meglio la madre deve solo essere imperfetta,così lei è rilassata e i suoi figli sono più simpatici.

Invece spesso le donne anche le più forti, alla nascita di un figlio, cadono preda dell’ansia di prestazione, come se essere madri fosse una perfomance su cui essere giudicate: come è potuto accadere? Da quando il bambino è per fortuna un soggetto di diritto, crescerlo è considerato un lavoro su cui esistono libri, opinioni e anche giudizi. E sarebbe una ottimo istanza se non fosse però rimasta incompiuta: il bambino e la madre non sono entrati nella polis come cittadini a pieno titolo, rimanendo di competenza materna: hai voluto il bambino, adesso impari da sola. Con in più l’ansia del giudizio. La maternità deve essere come la giovinezza, una fase della vita che appartiene alla società e di cui tutti si fanno carico.

Marina, la protagonista, invece è una donna sola e l’incontro con una coetanea madre di tre figli, scioglierà di molto le sue ansie. Le altre ti aiutano, questi sembra il messaggio. In questa fiducia, quanto conta essere  cresciuta con tre sorelle? E’ stata una palestra delle relazioni femminili. Noi quattro facciamo muro e siamo solidali. Possiamo litigare o non sentirci per un mese, ma so che ci sono e così in tutti questi anni mi sono fatta una certezza: le donne non mi abbandonano ed anche per questo posso raccontare anche i loro, i nostri, lati bui.

C’è molto amore per le altre in questo racconto, molta empatia e nessun sentenziare. Lei conosce e le racconta le madri, ma lei che madre è stata? (Cristina sorride, si sistema sulla sedia e poi ritorna ad avere la sua distintiva espressione, un misto di autorevolezza e accoglienza, pochi fronzoli e molta concretezza ndr) E’ stata un’esperienza diversa con ciascuno dei miei figli. Al primo ho dato l’energia e l’entusiasmo dei vent’anni insieme agli errori: con lui al collo ho preparato gli esami e girato il mondo. La seconda era calma e ha sofferto la vivacità del fratello che chiedeva attenzione. Con il terzo ero molto tranquilla ma penso di avergli riversato un eccesso di protezione, sapendo anche che era l’ultimo.

Quando i suoi primi due figli erano molto piccoli, lei si separò e sposò Riccardo Tozzi: le è stato accanto con i bambini? Riccardo (capo di Cattleya, tra i maggiori produttori cinematografici) è figlio unico e i miei bambini erano di un altro padre, poi è arrivato il nostro unico ragazzo e i nipoti, fra cui la prima cresciuta, in collaborazione con sua madre, come fosse una figlia: lo so, non è facile districarsi e non lo è stato neanche per noi, abbiamo imparato insieme a tirarli su, ed è stata la cosa più grande che abbiamo fatto insieme nella nostra lunga storia d’amore.

A guardare dall’esterno, suo marito è il produttore di questo e di altri suoi film. Lei però non appare scalfita da questa condizione obiettiva di potere, mantiene una sicurezza invidiabile. Come ha costruisce un rapporto paritario con un uomo così importante nel suo stesso campo di lavoro? Sulla mia fatica. Per vent’anni io e Riccardo abbiamo fatto cose diverse, io in economia, lui in tv, poi scrivevo libri mentre mio marito e faceva cinema, infine abbiamo scelto di lavorare insieme, ma sappiamo di poter fare a meno l’uno dell’altra. Sono insicura sul mio lavoro, ma sono sicura della mia autonomia da mio marito.

Appare sicura anche delle sue idee politiche. Dopo Di Nuovo, per le prossime elezioni fonderà il Partito delle donne? No, so che in molte lo vorrebbero ma secondo sarebbe riduttivo, diventerebbe una specie di sindacato femminile. Invece adesso facciamo la politica più importante che c’è, libera e fuori dai partiti, possiamo chiedere l’accesso per le donne e cambiare il costume.

Potrebbe candidarsi in Parlamento? Mai, solo se ci penso già mi annoio, ma ho grande ammirazione per chi coltiva questo desiderio.

Che idea si è fatta delle duemila donne che erano a Siena lo scorso luglio nel raduno di Se non ora Quando? Ho visto un movimento trasversale da Taranto a Trieste, professioniste che vogliono un riconoscimento, donne ritornate all’attivismo, ragazze che soffrono il precariato, la solitudine e la difficoltà di diventare madri. Un’avanguardia che lavorerà sul territorio per aumentare di numero e ci riusciranno.

Nell’attuale leadership femminile di destra svetta la Ministra per le Pari opportunità Mara Carfagna, mentre in quella futura potrebbe esserci Marina Berlsconi? Carfagna ha dato delle prove di autonomia, ha fatto qualcosa di buono, ma quel che più mi interessa è capire come vengono scelte le donne che arrivano a ricoprire una certa posizione, prima di giudicare la qualità del loro lavoro. Quanto alla Berlusconi è una dirigente e se sarà la leader farà il suo lavoro su cui darò un giudizio. Non ho, invece, un pregiudizio. Il problema però  sono le posizioni apicali ma il numero, serve una massa di donne per cambiare il sistema, non ne bastano poche messe al vertice.

A proposito di donne e numeri, lei ha molte amiche? Dopo Se non ora quando ne ho moltissime, tante le ho ritrovate. Ed è stato bello perché l’amicizia tra donne mi fa sentir libera.

In questo momento lei non ha un filo di trucco ed è bella, appare agile nei movimenti e possiamo dire che abbiamo tardato di mezz’ora l’intervista per la sua lezione di ginnastica. A 53 anni che rapporto ha con il suo corpo? Posso dire che è buono. Da giovane mi vedevo carina, avevo giusto qualche chilo che faceva su e giù, ma ho sempre fatto sport e continuo anche adesso senza ansie. Così, ad esempio la lezione di ginnastica non mi pesa.

E’ così rilassata anche con i segni del tempo? (ride). Quando mi guardo allo specchio non metto gli occhiali e quell’immagine sfocata di me mi piace tantissimo. Tanto che chiedo a mio marito di toglierseli pure lui quando siamo vicini.

E’ bello riderci su. Spesso noi donne siamo così condizionate dal giudizio dei maschi sulle nostre rughe perché siamo le prime a sentirci in difetto. Sa, io credo che  quando un maschio si permette dire a una donna che è brutta dobbiamo smetterla di dare risposte intelligenti  e dire direttamente come stanno le cose, quanto lui sia pelato, basso, con la pancia e che da quel pulpito non si accettano prediche.

[Pubblicata su Marie Claire]

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