SESSO&SENTIMENTO

La felice ossessione delle donne per il sesso. GQ 12/2011

Tengono blog, pubblicano video erotici e scrivono libri per condividere la loro felice ossessione per il piacere. A GQ raccontano la convinzione che l’ipersessualità è sana, divertente, contagiosa e migliora l’autostima.

Ho conosciuto M. T. I. in un tiepido pomeriggio di primavera a Milano. Indossava jeans stretti, una maglietta di velo azzurro, sandali bassi e smalto arancione fluo, niente reggiseno. Sopra portava un impermeabile color avana, sbottonato, uguale – e non per caso – a quelli del maniaco delle nostre infanzie: i suoi seni abbondanti e freschi di un lungo allattamento saltellavano visibili anche da lontano, causando agitazione ed entusiasmo tra passanti e guidatori. Se dovessi dare retta ai questionari di autodiagnosi, l’esibizionismo è uno dei sintomi della sex addiction e, se pure la dipendenza dal sesso non è classificata tra le patologie, se ne discute come fosse una grave e crescente disfunzione su cui dispensare consigli, rimedi, indirizzi di gruppi di autoaiuto. Nel discorso pubblico e privato sulla sessualità tutto ormai sembra libero, disponibile, amichevole verso le donne, ma così non è. Perché quando il piacere e la libertà sono parte visibile dello stile di vita, diventano causa di un’etichetta che è anche un giudizio morale. E, spesso, in un lampo, pure una malattia.

M. T. dichiara: «Vorrei essere addicted di tutto, non solo del sesso, del cibo, del pensiero, della pornoestetica e di poco altro. E anzi mi spiace per tutte quelle cose nelle quali perdo la fede, l’ossessione e la passione. Coltivo la mia sfera erotica e mi prendo cura di me sessualmente anche attraverso progetti, foto e iniziative pubbliche: se non lo facessi, avrei dentro la mia testa contenuti repressi e mortificati. Fortunatamente invece sono sfacciata e creativa, così non mi sento per niente schiava, non del sesso almeno».

Crescendo impariamo che nessuno perde le sue ossessioni, solo finisce per nasconderle, giudicandosi ancor prima che lo facciano gli altri. Per un colpo di forza o di fortuna, c’è chi preferisce rimanere cosciente, amarsi e amare. Betti Lu è romana e ha 33 anni. Con metodo e in allegria sceglie ogni giorno di fare spazio alla sua ossessione: «Faccio sesso per affetto, amicizia, condivisione, curiosità, invece di guardare un film». Liberando la pratica fisica dal binomio con l’amore, il compagno o la fedeltà, essa diventa un’intensa espressione della personalità. «Parlando con le persone conosci alcuni loro tratti», spiega Betti Lu, «facendoci sesso, ne cogli altri non meno importanti».

Nella grande città, l’esperienza sessuale è agevolata perché il (pre)giudizio fatica a trovare le maglie entro cui impigliarsi; altrove conquistare la propria libertà è una sfida. Grazia Scanavini (autrice del blog è questione di pelle), vive a Ferrara e dopo la pubblicazione de La ragione dei sensi (Pizzo Nero Borelli, Premio Fiuggi quale miglior romanzo erotico 2011) di se stessa dice: «Mi sono finalmente liberata della censura e del senso di colpa relativi alla sessualità appresa attraverso l’educazione».

Grazia è sposata, «felicemente sposata. E sì, sono una sex addicted perché la sessualità e la sensualità mi condizionano da sempre, ogni attimo. Vivo con il sesso un rapporto fortissimo, non me ne vergogno e anzi lo condivido scrivendone, non lo relego ai cinque minuti in cui molte donne si danno per soddisfare il marito e levarsi il pensiero. Per me è vita, benessere, autostima, buonumore». In Portami tante rose (Cooper), Tenera Valse ha raccontato il passaggio da professoressa di liceo a sex worker come un percorso di empowerment. Valse, che ha tra i suoi clienti anche donne, mature, facoltose e non accompagnatrici di mariti, è ferocemente contraria alla definizione di sex addiction per le donne: «Sono modelli di maschilizzazione che ci vanno cucendo addosso. Dopo l’archiviazione nel 1992 della ninfomania come patologia, da parte dell’Organizzazione mondiale della sanità, adesso si cerca una nuova gabbia dove rinchiudere l’ipersessualità femminile, metterci all’indice e colpevolizzarci».

Sarà vero? A me piace credere che sia proprio come denuncia Tenera. Mi dà man forte Barbara Florenzano, psicoterapeuta, spiegandomi che la sex addiction, come ogni dipendenza, va considerata tale quando è compulsiva, prolungata, stressante (nel senso di alienata dal piacere). Carolina Cutolo (dopo Pornoromantica, edito da Fazi, prossimamente in libreria con Romanticidio per Fandango) autoanalizza con me, davanti a un bicchiere di vino, una delle sue fissazioni: «Considero la mia dipendenza dal sito Beautiful Agony un’autentica compulsione: non posso fare a meno di controllare ogni giorno, più volte al giorno, se sono stati aggiunti nuovi video delle facce di persone qualsiasi che si masturbano fino all’orgasmo». Concordiamo che si tratta di una serissima addiction, ma non ci sono controindicazioni: ne trae un gran godimento, dunque può continuare serena. E a mandare alle amiche i video migliori. Mile, 40 anni, regista, fidanzata e senza figli, da San Francisco mi scrive: «Ogni mio interesse nei confronti degli esseri umani passa per un pensiero sessuale. Fin da piccolissima. A trent’anni, grazie al mio uomo ho iniziato a interessarmi di pornografia. E mi ha fatto un gran bene. Anche così ho conosciuto e compreso meglio il mio corpo, creato nuove fantasie, mettendomi nella condizione mentale di trasformarle in realtà. Sento che la mia sessualità, pure portata alle estreme conseguenze, è profondamente sana perché consapevole anche dei propri limiti».

Mile è convinta che «il sesso, in ogni sua possibile manifestazione, domina la struttura sociale e tutti i rapporti interpersonali, dunque bisogna conoscerlo, capirlo e praticarlo senza averne paura».

La sessualità è interclassista, crea relazioni inedite, mette in comunicazione soggetti disparati e altrimenti muti, sostiene Slavina, media activist italiana che vive a Barcellona, regista e performer post-porno, spesso interprete dei suoi video (malapecora.noblogs.org) Racconta Slavina che il suo lavoro non nasce da «una personale fissazione sul sesso, ma dall’aver compreso che è un fertile terreno per praticare un movimento rivoluzionario partendo da sé. Senza però perdere la relazione con l’altro/altri. E, per quanto mi riguarda, lavorando sulla sessualità, sono io che dipendo dalla dipendenza altrui». In una catena che slega il desiderio e non tiene nessuno giù per terra e fermo al suo posto.

[Pubblicato su GQ, 12/2011]

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