ARTICOLESSE/GIOIA/SESSO&SENTIMENTO

L’amore meglio non consumarlo. Divagazioni sentimentali

Spasimare con la fantasia come esercizio estremo del piacere

Se siete ragazze concrete e non volete incappare in maschi sognanti o vili,  incapaci di mettere in pratica il desiderio che corrompe la perfezione ideale ma compie il piacere del sesso, della relazioni e dunque della vita, ecco sappiatelo, non c’è un modo per individuare in anticipo chi all’ultimo minuto si darà alla fuga. La nostra astrologa Francesca Tumiati ci invita a diffidare dei Pesci, segno indeciso per natura, votato all’azione sghemba, devoto della ritirata. Pure della Bilancia è bene guardarsi, affascinata dalla propria narcisistica capacità di sfornare dubbi e perplessità che impediscono passi, altro che marce, in avanti. Il Cancro, al contrario, anticipa ogni mossa stordendovi con valanghe di parole calde, emozioni, baci, coccole, di cui ci vi resterà un vago ricordo il giorno in cui sparisce e cambia pure numero di cellulare. Infine siete informate che l’Acquario è per eccellenza colui che vi adora come la sua Beatrice e per questa ragione non si sentirà mai alla vostra altezza e così mentre vi contempla (distraendosi con ogni bellezza di passaggio) voi puntate sui noiosi segni di Terra (Toro, Vergine, Capricorno) o i trionfali cavalli di Fuoco (Ariete Leone o Sagittario). Basta invertire i consigli di cui sopra se invece è nelle vostre corde coltivare nel cuore un luogo di ricreazione dove il sogno è nutrito di abbandono e di rimpianto, un bel giardino dove cresce rigogliosa la “rosa che non colsi”, le cose che non potevano essere e non sono state, le uniche che si possono amare indisturbati per sempre. Trovandole, beate voi, rassicuranti, calorose e confortanti. A sentire le paladine dell’amore rato e non consumato, il bello non è vivere immobili nel suo ricordo ma dinamizzare la tristezza degli incontri reali con la fantasia di quel che avrebbe potuto essere e che forse potrebbe un giorno ancora sbocciare. Racconta Marta, 40 anni vissuti intensamente tra gli  studi per diventare magistrata e l’inevitabile destino di dar conto ai maschi essendo bionda, procace, allegra: “Sono circondata da decine maschi che sapevo avrei potuto avere, ma regolarmente ho lasciato andare. C’è sicuramente un elemento di timidezza: mancanza di coraggio, incapacità di buttarmi, voglia di fuggire, ma soprattutto la sensazione che solo nella rarefazione emotiva, nel gesto incompiuto, realizzavo la perfezione sentimentale”. Marta è innamoratissima dei suoi ricordi che non le impediscono di avere un uomo (non un fidanzato) ad ogni stagione e assicura: “Ricordo con maggiore nitidezza e piacere le storie che non ho vissuto rispetto a quelle che poi magari si sono sporcate e danneggiate in una notte o un paio di mesi”. C’è  un disperato elemento di idealizzazione, di ricerca della perfezione che può essere realizzato solo nell’immaginario. Marta ne è convinta e parte dalla sua esperienza: “Mi capitò da adolescente di spasimare per il bello della scuola: era biondo, riccio, occhi verdi, ricchissimo, intelligente, brillante e, si vociferava, superbo  amante. Tanto la tirai per le lunghe che lui si mise con un altra. Soffrii come un cane. Qualche anno dopo, a liceo finito, lui si rifece vivo. Uscimmo insieme e a quel punto decisi di andare fin in fondo, salendo su nel suo attico. Fu una roba tristissima. Era freddo, nevrotico e beveva in modo esagerato. Non volli più rivederlo”. Da quella volta, era quasi vent’anni fa, Marta è stata molto accorta a costruire una sana e confortante illusione sui migliori uomini che le capitano a tiro: “Coltivo fin da ragazza la fantasia erotica su un cantante lirico che mentre facciamo l’amore mi intona un’aria. Così quando incontrai un baritono sudamericano, prestante, famoso e simpatico cominciai a sudare freddo. Era troppo per me. Non avrei retto l’ansia da prestazione. Lui mi invitò a Milano dove si esibiva alla Scala, dissi che ci sarei stata, ma all’ultimo minuto sparii e non mi sono mai più fatta trovare”.

D’altronde ci sarà un motivo per cui l’amore rimasto nei nostri occhi e mai passato attraverso la nostra carne è detto “non consumato”, ovvero non mangiato, non logorato, non sfregiato, non rovinato? Carlo è un manager Rai che a vent’anni amò riamato un suo coetaneo, amico di famiglia conosciuto fin dall’infanzia, perdendosi reciprocamente dentro un sentimento intenso mai agito, neanche con un bacio: “Ci siamo visti ogni pomeriggio per i cinque anni di liceo, passavamo insieme tre medi d’estate e tre settimane a Natale, senza mai separarci. Se eravamo nella stessa stanza non c’era quiete fino a quando non ricomponevamo  lo spazio intorno alla nostra fisicità, accanto, vicini, abbracciati. Ci eravamo scambiati un orologio e questo fu il nostro pegno”. Poi le famiglie furono insospettite dal legame e incoraggiarono il distacco. Carlo incontrò un altro uomo, il suo amico inaugurò una sequenza di fidanzate fino a  quando non arrivò la ragazza da sposare. Davanti a una torta caprese e una tazza di the verde, in una buonissima pasticceria del Ghetto, a Roma, Carlo sorridendo ricorda: “Misi la partecipazione del loro matrimonio sul pianoforte e quel giorno,  dopo quindici anni, piansi il lutto del mio grandissimo amore che non fu mai compiuto ma, in compenso, era stato soggetto di conversazione continua con il mio analista: la sua idealizzazione mi aveva portato a gravi processi psicotici interni che mi bloccavano il passo decisivo in ogni altra relazione”. E così, “il fiore fu reciso, seppur simbolicamente, andai al suo matrimonio con il mio compagno. Lo sposo si comportava come fossimo ancora adolescenti, mi toccava il braccio e mi abbracciava. Con infinita tenerezza non ricambiavo e mi stringevo al mio splendido uomo. Quest’estate, come spesso accade,  le andremo a trovare in Provenza dove vive con  la nuova moglie e due figli”.

Alla fine non è il sentimento vissuto, condiviso, contaminato dal sudore delle notti insieme, delle nascite e delle morti, dalla noia di lunghe serate e dalla fatica di pranzi e cene insieme quello che più rende il senso dell’esistenza? Non è anzi laddove consumiamo e bruciamo che si annida il piacere del corpo e dell’anima? Janis Joyce è lo pseudonimo di una donna che è stata adolescente negli anni Settanta, racconta la sua formazione in fatto di sesso e amore in “Seventy Sex” (Transeuropa), andato a ruba e ristampato dopo un paio di settimane. In una narrazione curata, franca e eccitante Silvia e Nico le due protagoniste scoprono i misteri del proprio corpo esplorandosi reciprocamente e inseguono i maschi perché l’obbligo morale è fare tutto e subito: sono pasticcione, esuberanti, tenerissime. Janis forse era meglio un tempo in cui non c’era spazio per il sogno e tutto era realtà? “L’amore non consumato lo sento perduto, mi è faticoso starci a rimuginare, anzi inutile. Anche se non posso negare che sia terribilmente attraente perdercisi. La Nico del mio libro invece è viva nel desiderio di conoscere, di sperimentare, capire la bellezza della scoperta, della prima volta. Nel sesso e nei sentimenti. Sono momenti irripetibili anche se spesso deludenti e guastati dall’inesperienza, ma è proprio quella la parte migliore. A diciotto anni vivi tutto, o almeno io ho vissuto tutto, in maniera tragicamente totale. Per l’esatteza tragicomicamente totale. Solo dopo parecchi anni, mi sono resa conto di quanto fosse magnificamente romantico. Persino tutti quei rapporti sessuali falliti. Con il tempo ripenso alla ragazza impacciata che ero e a quel tipo timido che stava con me e provo una tenerezza infinita. Perché ora so che non è mai più stato così. In quei primi amori  dentro c’era sesso goliardico e spensierato, senza ombre o perversioni. Poi arriva il sentimento che ti agguanta il cuore e si mette di mezzo, e allora non c’è più niente di spensierato. In un attimo l’amore migliore è quello rimpianto e viceversa. Nel sequel di Seventy sex che sto scrivendo, sarà proprio un amore mancato e tuttavia sempre presente a tormentare la protagonista. Il desiderio non soddisfatto moltiplica la forza e la valenza del desiderio. E credo anche che consumarsi un pochino nelle fantasie di un amore mai posseduto sia radiosamente malinconico. In definitiva, l’amore perfetto, così come tu lo vuoi”.

[Pubblicato su Gioia, 12/2011]

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