GIOIA/SESSO&SENTIMENTO

Quando mia figlia dice: “ti amo perché sei saggio”

Sono sempre di più gli uomini che lasciano l’orologio biologico ticchettare a lungo e poi, a un’età che un tempo era giusta per diventare nonni, decidono che sarebbe bello appendersi al collo un pargolo. Per scoprire (o riscoprire) l’emozione dei biberon nel cuore della notte e la strana riposante sensazione di una serata a casa, a combattere con gli spadoni di plastica. Mentre la mamma è fuori.

Tra i pesi che noi ragazze possiamo scrollarci di dosso in questo 2012 c’è la responsabilità del crollo demografico nazionale. Non nascono più bambini? Chiedetelo alle donne che cercano prima di tutto un lavoro. Il figlio rimane unico? La madre non vuole perdere il suo reddito. I giovani non si sposano? Le ragazze preferiscono convivere con le amiche (e non con un maschio a cui appaiare i calzini). Tutto vero. Solo in parte però.

Perché un altro pezzo di verità fino a oggi nascosta è ormai visibile per strada, davanti alle scuole, ai giardinetti, alle casse dei supermercati. E sono quei padri con i capelli bianchi, signori di un’età che un tempo era giusta per diventare nonni e adesso è diventata di moda per essere genitore. È sacrosanto allora e politicamente opportuno dire che sono i maschi a non volersi accasare e fare figli. Almeno finché si sentono giovani. Cioè fino ai 40 anni. Se non oltre. Perché il loro orologio biologico possono lasciarlo ticchettare a lungo. Fino a quando non decidono che è bello provare uno di quegli aggeggi con cui appendersi al collo un pargolo. Oppure che sarebbe bello insegnare a fare un assist perfetto al sangue del proprio sangue. E che alla fine, con un lavoro avviato e una buona posizione, è piacevole avere pargoli che gattonano per casa.

Gli esempi a cui ispirarsi sono numerosi. Dai casi estremi di Picasso, Charlie Chaplin, Saul Bellow, Antony Queen, Clint Eastwood, diventati padri tra i 70 e gli 80 anni, alla cronaca quotidiana che pullula di cinquanta/sessantenni entusiasti delle loro paternità tardive, smaniosi di offrire le loro riflessioni sul binomio capelli bianchi/biberon. Il primo coming out fu di Sergio Cofferati, che nel 2008 annunciò il ritiro dalla politica per accudire il secondo figlio avuto a 60 anni, ma da allora la platea si è infittita: Michele Placido, Luca Barbareschi, Luca di Montezemolo, Gianfranco Fini, Al Bano, Luciano Gaucci, tutti genitori over 50 e over 60, qualcuno per la prima volta (Flavio Briatore), spesso per la seconda o terza.

Rimandare sempre più avanti la paternità non è una stravaganza da gente famosa, ma una tendenza nazionale. Dice L’Istat che i padri italiani sono i più anziani d’Europa, in media hanno 35,5 anni al primo figlio e, se la partner non è italiana, si sale a 38. A Milano dal 2000 a oggi i neopapà tra i 50 e i 59 anni sono aumentati del 44 per cento. In generale, spiega l’istituto di statistiche, i maschi tendono a stare in coppia molto tardi, a sposarsi ancora dopo e sono reticenti a fare bambini. Altro che emancipazione femminile. Il picco delle nascite va cercato (anche) nell’indecisione maschile e in un desiderio di paternità che si fa largo sempre più tardi. Però, poi, assunta che la tendenza esiste – e si registra pure negli Stati Uniti e in Francia – bisogna chiedersi se le paternità tardive sono davvero le più felici e le più generose. Le esperienze hanno valore quando sono dirette. Ecco perché abbiamo chiesto a quattro primipari attempati di fare un bilancio intimo e in prima persona di come è cambiata la loro esistenza da quando un neonato gli è arrivato tra le braccia.

Mi sono scoperto coccolone e devoto
Arturo Cortina, 54 anni, art director, Milano, un figlio di sette e una di cinque.
La nascita dei miei figli mi ha ripulito la vita, li ho desiderati talmente tanto che con il loro arrivo ho smesso finalmente di occuparmi solo di me stesso. Con loro sono papà e mamma, autorevole ma non autoritario, non alzo la voce e non li ho mai sculacciati. Se fanno capricci o piangono lascio tutto e sto con loro finché non sono calmi. Non sono così paziente con il resto del mondo. «Ti amo perché sei un papà saggio», dice di me la piccola. Il fatto è che nella differenza di età c’è una chiarezza definitiva su chi è piccolo e chi è grande. E nella paternità mi sono scoperto coccolone e devoto. La notte mi alzavo volentieri per dargli il biberon e godermi quel momento così privato e emozionante. Amo moltissimo mia moglie ma sono i miei figli il fulcro della mia vita, l’aria che respiro, il mio ossigeno. Certo che ci penso a quando saranno grandi e io sarò un papà nonno. Forse anche per questa ragione do loro tutto quello che posso adesso e li vivo così intensamente. Ed è anche un modo per cancellare la paura di non esserci più. Questa avrebbe dovuto essere l’età in cui tirare i remi in barca e invece, grazie a loro, è come se fossi ripartito.

Un bambino ti lega all’età migliore. E non pensi a diventare nonno
Stefano Menichini, 51 anni, direttore del quotidiano Europa, tra i giornalisti più attivi su Twitter.
Ho avuto il primo figlio alla soglia dei 40 e adesso il secondo appena superato i 50. E la prima fantastica scoperta è stata che non ho dimenticato niente: pappe, pannolini, ninnenanne, tutto è sulla punta delle dita. Forse c’è meno magia, ma anche meno paura e così posso godermi quanto è bello farsi sorridere da un neonato. Sono molto felice, ma ho due pensieri. Il primo riguarda la forza fisica. La lotta, le gare di corsa, le partite a pallone, sono indispensabili tra padre e figlio e dunque dovrò tenermi in forma per lanciare queste sfide. Il secondo invece è un bilancio emotivo. Questa era l’età in cui potevo tornare centrato su me stesso e riprendermi le libertà, vecchie o nuove. E invece ho un figlio da crescere e siccome ognuno deve sentirsi felice in quel che fa, dovrò inventare un nuovo equilibrio tra sue esigenze e miei desideri per essere un buon padre. C’è di sicuro nella paternità tardiva l’esigenza di prolungare uno status giovanile e la rimozione di diventare vecchio. Io ho sempre desiderato essere padre e non mi considero neanche pensabile come nonno. E poi i papà con passeggino sono affascinanti. Sono il primo a chiedermi perché accade, ma posso dire con certezza che è così.

La paternità ci fa uguali
Ettore Carretta, 45 anni, operatore musicale, Torino.
Ho avuto un figlio lo scorso anno e ne avevo un altro adottivo, che presi con me a sette anni (ora ne ha 25). Mi mancava la parte da zero in su e sto iniziando a viverla adesso che ho le basette bianche. Non credo che l’età sia un impedimento o un limite. Certo, magari un po’ di stanchezza fisica in certi momenti la sento, a volte il coinvolgimento lavorativo mi mette in conflitto e magari in difficoltà, cambiano orari, abitudini, stili di vita, ma sono aspetti marginali. A me vedere mio figlio dà gioia, salute, energia e quando mi confronto con altri genitori non mi accorgo delle differenze di età, anzi mi sembra che siamo tutti uguali di fronte alla magia di un bambino. Ciò che conta sono la voglia e l’entusiasmo di amare una persona nuova, e soprattutto la gioia di avere a che fare con un bambino, iniziare un rapporto umano pieno non solo di affettività, ma che poi deve riempirsi di altri contenuti, parole, idee, suggestioni, fantasie, gesti. Ecco, perché tutto questo ti entusiasmi e ti coinvolga fino alle viscere non c’è bisogno di essere giovani.

Un figlio ti tiene a casa ed è rilassante, oltre che creativo
Roberto Pizzetti, 50 anni, imprenditore, Bologna, padre di Francesco, 4 anni.
A parte la barba bianca che mi sono fatto crescere, non mi sento particolarmente attempato. E ho sopportato tutte le molto ginniche pratiche di mammo: canto di ninnenanne con lunga passeggiata, cambio pannolini, vestizioni, nutrimento (benché in cucina sia un disastro), gestione dell’apparato multimediale, dai cartoni in tv all’iPad, accompagnamenti all’asilo in bicicletta e in un automobile, gite allo zoo e, infine, passeggiata con pupo, passeggino e cani. È andata abbastanza bene. Sono un tipo paziente. La percezione del tempo cambia, se vuoi farla cambiare, inizi a vivere dentro un tempo bambino, lungo, pieno di digressioni, di attese di far tutto e far niente. Tra noi amici e padri attempati un po’ ce ne vantiamo di cambiare il pannolino e sottoporci alla tortura domenicale delle feste di bambini. Che male c’è, ci diciamo. L’importante è che dopo possiamo vederci la partita in tv. Certo che è cambiato tutto rispetto a quando vivevo come un perfetto single. Ma, tutto sommato, stare a casa la sera (mentre la mamma esce, ovvio) a costruire i trenini e a combattere con spadoni di plastica da cavalieri medievali è abbastanza riposante. Oggi, da attempato, mi dico che forse era strano come vivevo prima. Ho scoperto, come tanti, che la notte è lunga. Metto tutti a letto e poi accendo il computer.

***

SANDRO VERONESI:
LA MIA PRIMA VOLTA E A 50 ANNI

Lo scrittore Sandro Veronesi è in libreria con Baci scagliati altrove (Fandango) ed è diventato da poco padre per la quarta volta, a 50 anni. «Non ho perduto niente», racconta, «anzi, ho guadagnato di avere ancora per una decina d’anni un bambino intorno. Io amo i bambini. E mi è penoso vederli morire così presto, per dar vita a un giovane adulto. Mia figlia avrà da me esattamente quel che hanno avuto i suoi fratelli. Io non sto a dosare, do tutto, sempre. L’ho dato a loro, lo darò a lei».

[Pubblicato su Gioia, 01/2012]

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