GIOIA

Il difficile (impossibile?) coming out degli attori italiani

Il coming out, ovvero dirsi omosessuali in pubblico, un gesto che richiede coraggio, un passaggio forte, una scelta complicata. Ancora oggi. Purtroppo. E lo è per chiunque, ma per un attore, magari giovane, bello, famoso, sogno erotico e sentimentale del numeroso pubblico femminile pare impossibile. Può esserci il gossip, il sospetto, una voce insistente, ma mai la prova. Perché rischia la fine della della carriera. Davvero? Dice Gianluca Pignatelli, socio di Lucherini e Pignatelli una delle più importanti agenzie stampa del nostro cinema e di star internazionali in Italia: “Se un attore dichiara di essere gay quale veridicità avrebbe nei confronti del pubblico una scena dove bacia una donna o si strugge per amore di lei? È una questione tecnicamente insormontabile perché la credibilità di un attore sullo schermo è anche legata alla sua vita dunque dichiarandosi omosessuale finirebbe per essere identificato anche nell’arte con la sua scelta privata. Nessun produttore gli offrirebbe parti da eterosessuale. E’ una mentalità bigotta che sono il primo a contestare ma chissà per quanto tempo ancora ci sarà. In America è peggio. Il controllo delle major sulla vita personale dei divi è feroce, con contratti matrimoniali finti e obbligatori. Una star internazionale non sarà mai ufficialmente gay”.

Neanche un divo italiano, a dirla tutta. Fate una prova. Concentratevi e tirate fuori il nome di un attore gay italiano. Se non ve ne vengono in mente, infatti, non è perché siete voi poco informati o smemorati semplicemente non c’è nessun famoso interprete italiano ha dichiarato ad oggi la propria omosessualità. Tranne Paolo Poli, attore di teatro, oggi ottantatreenne. E Leo Gullotta, 66 anni di cui 40 spesi in una premiata carriera tra tv, cinema e palcoscenico. In queste settimane, l’artista è a Catania, al Teatro Stabile, con lo spettacolo Le allegri comari di Windsor di William Shakespeare nel ruolo di Sir Falstaff. Gentile e disponibile, al telefono subito mi dice: “Guardi che io in quel 1995 non l’avevo messo in conto di fare coming out. Alla fine di una conferenza stampa un giornalista chiuse il registratore e sottovoce mi chiese: Ma lei è ….? E io risposi: “Sì, lo sono”. Nel giro di poche ore furono titoli su titoli e arrivò “subito anche la telefonata del funzionario Rai che con ligia autocensura, prima che glielo chiedessero i potenti, mi mise fuori dalla fiction tv su Don Puglisi. Un gay non può interpretare un prete”. Da allora, da quando ha dichiarato la sua omosessualità, afferma Gullotta, “ci sono registi con cui lavoro e altri che non mi chiamano per evitare motivo”. E i suoi colleghi? “Ricevetti telefonate affettuose da Giuseppe Tornatore, Marisa Laurito, Pino Caruso, ma la maggior parte di loro mi hanno sempre rimproverato”. Era meglio starsene zitti, insomma e continuare a lavorare. Però Gullotta la penso in un altro modo: “Cari colleghi fate coming out. Vivrete voi in serenità e darete una storia positiva a tante persone che ancora oggi, specie nei piccoli centri vivono con disagio l’omosessualità. Certo, può essere anche gravoso e pesante ma trovo necessario che qualcuno cominici a farlo. La vita è vostra, non fatela vivere da qualcun altro. E poi ci sono anche esempi luminosi e positivi: Ian McKellen ad esempio è un grande attore inglese che ha dichiarato la sua omosessualità e poi ha continuato a fare il suo lavoro. Il pubblico è più maturo di certi produttori e registi che ad esempio mi hanno chiamato per fare parti da gay”.

Giovanni Minerba, ideatore e organizzatore del Torino Gltb Film Festival (19-25 aprile, apertura all’Uci Cinema Lingotto, e poi al Cinema Massimo, questa è la 27 esima edizione) non crede ai destini ineluttabili e quindi replica al presunto vittimismo di Rupert Everett (vedi intervista) quando denuncia che gli vengono proposti solo personaggi omosessuali: “Intanto non dovrebbe essere un problema e poi non so quali altre parti avrebbe potuto fare. E’ sempre stato quello il suo spirito di interpretazione, anche prima di dichiararsi”. E aggiunge: “La credibilità non si gioca sulla scelta sessuale ma solo sulla personalità e sulla bravura dei singoli attori. In Italia c’è un regista italiano che prima era donna, un attore che lascia intendere di essere bisessuale ma che io mi ricordo gay, un altro che ha un compagno a tutti noto per fare solo alcuni esempi. Se loro dicessero ciò che sono, credo che continuerebbero a fare bene il loro lavoro come hanno fatto finora. Il talento di Ferzan Ozpetek non è messo in discussione perché ha diretto film sulla omosessualità né tantomeno la carriera dei suoi interpreti ne è stata condizionata”. Il festival di Torino non è solo un luogo di resistenza ma è anche e soprattutto un momento molto atteso di confronto culturale: quest’anno fra le altre cose si parlerà anche del tabù dell’omosessualità nello sport. Poi Minerba anticipa a noi di Gioia la notizia ancora ufficiosa: il Festival sarà aperto dal film di un regista italiano che racconta una storia d’amore omosessuale interpretata da due noti attori italiani: “Se smetteremo di dare questa importanza negativa e morbosa al coming out staremo meglio tutti. Quanto agli attori gay che non si chiararono, fermo restando la libertà di ciascuno a dichiararsi, mi chiedo quanta omofobia sia introiettata anche dagli stessi omosessuali”. E’ una questione di cultura, ma anche di educazione. Fin da piccoli. Maria Silvia Fiengo che lavora come ufficio stampa cinematografico nel cinema, a partire dalla propria esperienza personale, ha creato la Casa editrice Lo Stampatello “per colmare un vuoto dell’editoria infantile” rappresentato dalle famiglie arcobaleno dove i genitori sono due mamme o due papà. I suoi libri, i primi in Italia, sono destinati ovviamente a tutti: “Le statistiche dicono che su 100 bambini, 10 saranno 10 omosessuali e non certo perché questi o altri libri li faranno diventare tali. Questi libri invece potranno rendere migliore la vita loro e delle loro famiglie. Gli altri 90 impareranno il rispetto e a non utilizzare la parola gay come insulto”. Forse allora non esisterà neanche più la necessità del coming out. Neanche nel mondo del cinema.

[Pubblicato su Gioia, 02/12]

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