MYSELF/PERSONE

La storia di Lina, la blogger della rivoluzione

Ha 28 anni, è tunisina, è la blogger più famosa della rivoluzione dei gelsomini. Era un anno fa. «Attente, la primavera araba può ancora trasformarsi per le donne in un lungo inverno» – Testo raccolto da Alessandra Di Pietro

lina myselfMi chiamo Lina Ben Mhenni, ho 28 anni, vivo a Tunisi e faccio l’assistente di Linguistica nella facoltà di Scienze umane e sociali all’università.

Mi piacciono i libri di Milan Kundera e le poesie del siriano Ghada Samman, le candele blu, i gatti. Ho un blog, Tunisian Girl, che un anno fa è diventato una finestra da cui il mondo ha seguito in diretta, in rete, la nostra rivolta contro il regime di Ben Ali. La cosiddetta “rivoluzione dei gelsomini”, ma io preferisco dire rivoluzione della dignità. Che è iniziata il 17 dicembre del 2010, a Sidi Bouzid, alle 9 di mattina: era un venerdì e, lo ricorderete, il povero Mohamed Bouazizi – un laureato che campava vendendo frutta e verdura – si è dato fuoco per protestare contro la polizia che gli aveva confiscato la merce. Una cassetta di carote da un dinaro e 50 centesimi, neppure un euro.

A quel punto, tra le lacrime e la rabbia, il paese è esploso: migliaia di persone in piazza, rivolte a Sfax, Tozeur, Douz, Regueb. Perché non puoi farti succhiare per sempre la vita dai corrotti, e non puoi continuare a penare perché poche famiglie hanno tutta la ricchezza .Soprattutto se hai vent’anni, e in Tunisia l’età media è 29.

Con il mio blog superavo la censura del regime e ogni giorno documentavo tutto, con foto che scattavo io o quelle che mi mandavano le persone dai loro cellulari: le piazze piene, l’entusiasmo, le prime manifestazioni a Tunisi, la repressione della polizia di Zaba (è il soprannome del dittatore ZineAl Albedine Ben Ali, ndr) che ha fatto più di 200 morti, i corpi sulle strade.

Mai mi sarei immaginata, per questo, di essere premiata migliore blogger dell’anno da Le Figaro, ancora meno che mi candidassero al Nobel per la pace, figurarsi. Però intanto abbiamo fatto vedere a tutti che cosa succedeva: a chi era in piazza e ha saputo che non era solo, e al resto del mondo. E da qui la Primavera araba ha contagiato Libia, Egitto, Siria. Raccontare da un blog una rivoluzione vuol dire che non stacchi mai. Dormi tre ore a notte, non ti pettini più, ti dimentichi di mangiare. Oltre a tutto il resto, le minacce, gli amici che vengono arrestati, il fidanzato a cui devi rinunciare.

Finché, proprio un anno fa, il 14 gennaio 2011, Ben Ali è fuggito. Fine di un incubo. Da dicembre abbiamo un nuovo governo. C’è un’Assemblea costituente che dovrà scrivere la nuova Costituzione. Ma io le elezioni del 23 ottobre le ho boicottate, tra i candidati ho visto troppi nomi che prima erano pappa e ciccia col regime. I ministeri più importanti sono andati a Ennahda, il partito islamico che ha vinto e che era illegale sotto Ben Ali. Sono musulmana, ma di loro non mi fido, e quando oggi mi chiedono se ora stiamo meglio o peggio in Tunisia, rispondo che francamente mi pare tutto uguale a prima. Almeno per adesso.

I vecchi mi dicono che ho fretta, e i cambiamenti richiedono tempo. Sarà. Ma ho girato il paese in lungo e in largo e sono andata a trovare chi avevo intervistato durante le proteste. La pensa come me. La polizia è tornata ad arrestare e torturare, la disoccupazione tra i giovani non diminuisce, all’università vedo aggirarsi studenti islamici che cercano un luogo dove costruire una moschea: lì dentro?!

Sono preoccupata, sì. Temo che torni la censura. E poi temo per noi donne. Altro che Primavera araba, qui per noi c’è il rischio che sia un lungo inverno. Qui ci sono donne che parlano solo il dialetto e lavorano in campagna tutto il giorno per un salario da fame, e altre, come me, che sono andate a studiare negli Stati Uniti e a insegnare arabo in un’università del Massachusetts, jeans e All Stars, e l’ambizione di contare.

Nell’Assemblea costituente ci sono 49 donne su 217, non è male. Però dobbiamo stare attente, perché non ci siano passi indietro sul divieto di poligamia, sul diritto all’istruzione, sulla libertà di metterti oppure no il velo.

A me le minacce continuano ad arrivare, mi accusano di essere troppo libera, troppo ricca e troppo poco musulmana. Credo che quando leggerete queste righe noi saremo di nuovo in piazza. Ma io sono un elettrone libero e resto qua, davanti al mio computer.

***

Un premio e un libro – Figlia del fondatore della sezione di Amnesty International in Tunisia – un ex comunista incarcerato ai tempi di Habib Bourguiba, il predecessore di Ben Ali – Lina lo scorso 22 dicembre ha vinto il Premio Roma per la Pace, che prima di lei era andato anche a Madre Teresa e a Ingrid Betancourt. Il suo Tunisian Girl, la rivoluzione vista da un blog è pubblicato in Italia da Alegre (5 euro).

[pubblicato su Myself, 14/02/12]

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