FULMINI

Maternity blues: provare per credere

Maternity Blues è un po’ come Diaz: sono film che non vorremmo vedere perché ci fanno stare male anche fisicamente. Anzi sarebbe bellissimo se i fatti a cui sono ispirati non fossero mai accaduti. E invece queste pellicole vanno viste perché quello raccontano di fatti veri. E io voglio sostenere  chi ha il coraggio di affrontare faccende scomode e restituirle al grande pubblico mediate dal linguaggio di un’arte. Offrendo parole e immagini per raccontare provando a capire.

Maternity Blues è ispirato agli infanticidi per mano delle madri. Sono pochi, Pochissimi. Venti casi nel 2010. Uccidere un figlio non è un delitto come un altro. Perché nel nostro ordine naturale e culturale è previsto che una madre ti accudisca, non che ti uccida. Siamo stati tutti neonati e poi bambini dipendenti da un adulto, nella stragrande maggioranza dei casi una donna, la madre. Se lei uccide, ancor più del padre, siamo tutti emotivamente coinvolti. L’infanticidio scuote e interroga la più antica memoria personale e collettiva.

Il regista Fabrizio Cattani  indaga quattro storie di donne con caratteri molto diversi accomunate solo dalla condizione di aver ucciso i propri figli e racconta se sia possibile (oppure no) avere una vita dopo un simile gesto (tutto avviene dentro l’ospedale psichiatrico di Castiglione dello Stiviere). Il regista non assolve né condanna, ma prova in 95 minuti a  narrare la complessità delle condizioni in cui il delitto è accaduto e la complessità dello stato in cui precipitano le omicide. L’infanticidio non è certo nuovo sulla terra, ma mai come nei nostri tempi la maternità è sempre più osservata, giudicata, sezionata, come fosse una performance. A maggior ragione il gesto raro, estremo e sconvolgente in cui essa viene negata – con l’uccisione del figlio – non viene risparmiata dalla fame dei media.  L’infanticidio è un evento di cui avere un sacrosanto terrore e non  fa bene a nessuno – donne e uomini – metterlo nella casella finale della depressione post partum. Per fortuna il film non lo fa, non si piega a questo determinismo (anche se leggerete il contrario quasi dappertutto) perché considera il baby blues una delle  condizioni che concorre a causare il crimine, non certo l’unica.

Ogni donna che ha attraversato il materno sa quanto è sottile nella mente il filo della disperazione quando un neonato piange senza sosta, i tuoi figli sono malati, devi consegnare il lavoro, non hai aiuto, non dormi né mangi, tuo marito non c’è  e se c’è non risponde come tu ne hai bisogno, quando ogni cosa  è fuori posto e perché allora solo tu dovresti essere in ordine? A  tutte (o quasi) è venuto nella mente il pensiero che questi figli li vorresti fare sparire almeno per qualche giorno, metterli nel freezer e scongelarli alla sera, imbavagliarli per farli tacere almeno un po’, essere assolta dal compito della presenza. Il pericolo non viene dal dire di voler compiere simili gesti, ma dal non dirlo. Perché nel momento in cui sei in grado di usare le parole per nominare a te stessa la disperazione e/o condividerla con gli altri ti stai salvando, il tuo pensiero folle perde ogni veridicità, ti rilassi e esorcizzi la paura di essere un mostro. Succede spesso. Ecco perché dinanzi alle richieste di aiuto di una mamma, alle prime armi e non solo,  è saggio evitare le prediche e invece tenerle il figlio mentre le si si fa un bagno, accompagnarla al parco  mangiando un pasticcino, portarla a fare un massaggio, starle fisicamente accanto. La depressione post partum esiste, eccome! ed è una condizione psicofisica che se lasciata degenerare può portare  alla peggiore disperazione. Però non è una malattia che si cura con una pasticca (come ama semplificare il più rapace marketing farmaceutico) ma è una innanzitutto una chiamata per tutti gli affetti ad esserci, ai servizi sociali a dare aiuti concreti (doula, ostetriche a domicilio etcc…) oltre a suonare come la definitiva prova che devi fermarti e riprogrammare ruoli e compiti. Cominciare bene una maternità, starci dentro scegliendo  come farlo, senza essere ossessionar dal dovere dell’eccellenza o dal terrore della solitudine, costruire il proprio essere madre nel modo che ci è più vicine, è sicuramente il miglior antidoto ad ogni depressione, subito dopo, ma anche molto tempo dopo il parto.

Martenity Blues tiene alta la tensione dei fatti accaduti, ogni tanto (saggiamente) l’abbassa, qualche spiegazione didascalica e sociologica era evitabile, ma  la volontà di farne un’opera sociale alla fine può giustificarla. La sceneggiatura è di Grazia Varesani ed è tratta da un suo lavoro teatrale (From Medea) che con fatica ma con pervicacia continua a rappresentare. Dice Varesani che il testo lo ha scritto dopo i fatti di Cogne, irritata dall’opinionismo dei media sui fatti di cronaca legati all’infanticidio.

Maternity Blues è una coproduzione tra registi, attori e altre maestranze, vuol dire che nessuno ha preso soldi ma solo quote del film addossandosi il rischio che il pubblico sia esiguo. Rischio che c’è, eccome. Perché nessuno vuole pagare un biglietto per ricevere un pugno nello stomaco ma sappiate che al Festival di Venezia Maternity Blues ha preso 15 minuti di applausi: non è facile districarsi dagli stereotipi sul tema e qui sono veramente ridotti all’osso. Sappiate pure che io ho usato un intero pacco di kleenex ma sullo schermo di lacrime  ne vedrete poche. Piangere è liberatorio invece qui il dolore è presente, immenso, pervasivo, e non sloggiare neanche nella vita della più strafottente.

Le attrici sono brave: Andrea Osvart, Monica Barladeanu, Chiara Martegiani ma spetta a Marina Pennafina il ruolo più complicato perché è un personaggio molto raccontato dai media. Lo stesso che ha interpretato a teatro per il testo di Varesani e qui ripropone con uguale intensità senza alcun timore (evviva!) di mostrarsi senza un filo di trucco e imbruttita. D’altronde è stata lei a proporre il testo  al regista Fabrizio Cattani ed è un ruolo che ama moltissimo proprio  perché, dice,  non ha nulla di me nella vita reale. Anche per questo ora più che mai le appartiene.

Bene, se andate, fatemi sapere.

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