MYSELF

Divorziare bene: sì che si può


Nei 40 anni che hanno preceduto il mio divorzio ho sentito mille consigli su come tenere in piedi un matrimonio. Tutti utili. Finché è durato. Nessuno però mi aveva dato un solo avvertimento su come maneggiare un divorzio senza farmi male. Quando è stato il mio turno non sapevo da dove cominciare né a chi chiedere. Sono stata la prima delle mie amiche a mettere su casa, fare i bambini e alla fine a separarmi. E tra tutte le cose appena elencate, quest’ultima è statala più faticosa e complicata. Oggi, distanza di tre anni, tra errori e successi, ho messo in tasca tre regole salvavita per adulti e bambini. La prima è la più semplice, ma anche la più dura: non ingigantire, non minimizzare. Con il divorzio finisce un matrimonio, non la vita. Il futuro è pieno di cose bellissime, compreso un nuovo amore e chissà magari un altro divorzio (altrimenti perché avrei investito tempo per tirare fuori queste regole?). È vero che quando un amore e un progetto di vita chiudono i battenti c’è sempre dispiacere, amarezza, dolore. Questi sentimenti vanno affrontati, pianti e superati, mai nascosti. C’è un gran daffare quando ci si lascia, non lo nego. Il divorzio è un atterraggio di emergenza e quindi è sensato comportarsi come il passeggero di un aereo in avaria: metti la maschera di ossigeno e poi aiuta gli altri (è la seconda regola). Che tradotto in concreto vuol dire non risparmiare sugli aiuti: uno psicologo, più ore di baby sitter, parrucchiere, amiche, massaggi. Non c’è mai stato un momento migliore per prendirsi cura di sé, stare rilassate, mantenersi salde: siamo noi la boa dei bambini (anche il padre, ovvio, ma tre volte su quattro sono le donne a chiedere la separazione). La terza e ultima regola è: un divorzio è una forza uguale e contraria al matrimonio perché mette insieme l’emozione e il denaro ma il motore  è il disaccordo (e non più l’accordo).  «I rancori tra coniugi esplodono in una serie infinita di rivendicazioni che si trasferiscono sul denaro e purtroppo anche sui figli. Uomini generosi diventano avidi, donne che hanno scelto lavorare solo in casa pretendono troppo», dice Laura Hoesch, avvocata milanese, difensore di Veronica Lario. Ecco perché alle questioni patrimoniali è saggio pensare prima (siete avvisate), ma lo è altrettanto cambiare rotta in qualsiasi momento se si è su una traiettoria sbagliata. Hoesch suggerisce «accordi chiari al momento del matrimonio sulla suddivisione delle spese del ménage famigliare, aprendo un conto cointestato a entrambi i coniugi. In caso di separazione è più semplice individuare il tenore di vita. I patti chiari non tolgono nulla al romanticismo del matrimonio e salvano dal degrado al momento della separazione».  Sembra assurdo ma, dice Marianna De Cinque, matrimonialista romana: «Proprio le donne che lavorano  – il 65,5 per cento di quelle che si lasciano – preferiscono tenere separati i loro conti da quelli del marito, magari occuparsi delle spese correnti e lasciare a lui i mutui e le vacanze. Con il risultato di ignorare con precisione entrate e uscite». Dati invece fondamentali per stabilire gli assegni per il mantenimento dei figli.

Chi si sposa oggi, rimane insieme una media di 15 anni. Questo dato non scoraggia l’innamoramento (per fortuna) ma abbassa i matrimoni ( meno 30mila negli ultimi due anni). Al momento della separazione le donne hanno 41 anni, i maschi 45. Il guaio tutto italiano è che mentre in Spagna, Francia o Inghilterra bastano dai tre ai sei mesi per lasciarsi in via definitiva. Da noi servono tre anni se entrambi sono d’accordo (consensuale), ma se il divorzio è giudiziale (28% dei casi) si può arrivare anche a 13 anni di cause.  Una nuova proposta di legge, già approvata in Commissione Giustizia, abbassa la durata della separazione a due anni se ci sono bambini, a uno solo in caso di coppie senza figli. Le avvocate però sono contrarie a questa mezza misura. Dice Laura Remiddi, tra le prime in Italia ad occuparsi di divorzio, dopo la legge del 1970:  «Il doppio passo è inutile. Il ritorno davanti al giudice costa soldi in avvocati, è causa di nervosismi e tensioni tra le ex coppie, sottrae risorse ad altre cause di giustizia». Anche Hoesh concorda: «Una legge evoluta dovrebbe permettere a chi vuole di divorziare subito».  Siamo abituate a storie di divorzio fatte di lacrime, tradimenti e vendette, ma siccome siamo sempre tutte potenzialmente coinvolte, è ora di raccontarsi anche le storie che finiscono bene, i bambini sono sereni, le difficoltà si superano con un po’ di collaborazione. Remiddi dice che «per fare un divorzio bisogna ritrovare almeno un pezzo di quella comunanza e di quella fiducia da cui si era partiti».Specie se ci sono i figli. Perché è fallito un progetto di coppia, ma rimane in piedi quello di genitori. Per me è stato così. Essendo conviventi, abbiamo scartato l’idea di andare dall’avvocato seguendo invece un percorso guidato (pubblico e gratuito, offerto dal Comune) da due psicologhe che ci hanno aiutato a stabilire una carta dei diritti e dei doveri verso i nostri figli: quanto e come vederli, come dividere le spese. Per arrivare ad un accordo abbiamo litigato, fatto pace e di nuovo litigato. Ma le regole stabilite funzionano perché sono chiare e non creano risentimento. Il divorzio è la fine di una storia, ma è anche necessariamente l’inizio di un’altra. A maggior ragione perché dal 2006 la legge prevede l’affido condiviso dei figli. Laura Remiddi era contraria a questa norma («quando si è in guerra, meglio lasciare uno solo a condurre»), ma poi si è ricreduta: «I genitori ormai sanno che è vietato litigare sui bambini, la legge ha eliminato un nodo di conflitto, ha cambiato l’aria nei Tribunali, ora è più distesa». Meno odio, più buon senso. Molto meglio. Facciamolo sapere.

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