FULMINI/POLITICA

Abortire è un potere delle donne, prima che un un diritto. Io, Paola, gli embrioni, Madri Selvagge e #save 194.

Oggi la Consulta decide in merito a una diatriba sulla legge 194 sollevata da un giudice di Spoleto coinvolgendo una sentenza della Corte di Giustizia europea  che considera l’embrione umano “soggetto da tutelarsi in modo assoluto”. La vicenda parte dalla richiesta di aborto da patte di una minorenne e i fatti li trovate riassuntati  qui.

Nessuna persona di buona senso metterà in discussione la legge 194 e la possibilità di abortire in modo legale in Italia (evitando magari che a farlo siano i soliti/le solite quattro disgraziati/e medici non obiettori) . Allo stesso modo ogni persona di buon senso sa che per difendere la vita non si minaccia l’inferno per chi abortisce ma si costruiscono le condizioni minime di una vita qui e ora per essere davvero libere di scegliere: reddito di cittadinanza, assistenza alle madri, contributi di soldi per i figli da zero a 18 anni, casa garantita, etc (minimo)

Siccome però di buon senso ce n’è pochissimo e di malafede moltissima, serve di stare attenti e di vigilare. Dunque #save194 perché è il minimo sotto il quale non si può andare

Sei anni fa, io e Paola Tavella abbiamo scritto un libro dove ci occupavamo di biotecnologie riproduttive, maternità, aborto e embrioni. Il titolo è Madri Selvagge. Contro la tecnorapina del corpo femminile, pubblicato da Einaudi. Lì, in questo testo che noi definimmo in bandella “di amore radicale per la vita” spieghiamo due o tre cose che noi pensiamo sul potere di abortire, diritti, embrioni, scelta di maternità. Il titolo del capitolo è: Se l’embrione deve essere di qualcuno sia delle donne. E qui sotto alcuni pezzi scelti:

“Abbiamo imparato che quando una situazione è in stallo bisogna cambiare se stessi per muovere tutto il quadro. Riflettiamo quindi su come ci sentiamo nei confronti della legge 194. E’ come difendere una città assediata. Continuamente la legge – una legge di mediazione, non del tutto applicata come ha sempre detto il movimento per i consultori – è minacciata. Sappiamo che i nemici delle donne, per quanto agguerriti, non possono rispedirle dai praticoni, né creare lager dove chi non vuole viene costretta a partorire lo stesso, ma non c’èda fidarsi comunque, pensiamo.

“Un dibattito su come risparmiare a più donne possibile un aborto si può fare. Ma tenendo ferma la non punibilità, l’agio, la sicurezza di abortire, e riconoscendo che la prima parola e l’ultima è della madre. In altre condizioni discutere di aborto è impossibile per molte di noi, perché conosciamo l’insidia ricordata, al suo solito magistralmente, dalla filosofa Luisa Muraro: “(…) Il pensiero politico delle donne ha interessato – ed è stato registrato, dalla cultura ufficiale, sia politica sia giornalistica – in maniera parziale. Dicevamo: l’aborto esorbita dalle cose che il diritto può regolare, per tutto quello che chiama in causa della sessualità umana e per tutto quello che significa nell’esperienza femminile. Ma questa posizione non interessava né i sostenitori né gli avversari della legalizzazione dell’aborto. Adesso, quelle nostre parole sull’ aborto «risposta violenta e mortifera», tornerebbero buone ad alcuni ma solo per usarle dentro un altro schieramento, e siamo daccapo”.

” Se volessimo cercare un punto solido dal quale ripartire per parlare di aborto, avendone voglia e passione, lo troveremmo proprio nel movimento delle donne e l’eredità che ha lasciato. Essendo inorridite a suo tempo dai riti macabri del Movimento per la vita che celebrava i funerali dei feti, non abbiamo cercato elaborazioni collettive della perdita che molte provavano dopo un aborto. Non era possibile fare altro che metterla da parte, nell’ipotesi migliore piangere con le amiche. Il timore di lasciare spazio all’avversario ci aveva paralizzate, e anche quando non era del tutto così, e si esprimevano angosce implacabili o nere depressioni, non se ne faceva un discorso pubblico, non di fronte a quella parte della sinistra che sventolava la bandiera dell’aborto libero come battaglia imperniata su un diritto, senza dare pieno ascolto alla complessa, scomoda riflessione del femminismo della differenza, che vedeva nell’aborto il segno di una sconfitta.

Eppure a quei tempi ci dicemmo tutto. Da un documento di Rivolta Femminile del 1971: «Una procreazione ‘per libera scelta’ quale contenuto liberatorio può avere in un mondo dove la cultura incarna esclusivamente il punto di vista maschile sull’ esistenza?». Da un documento del 1973 del Collettivo di via Cherubini: «Per gli uomini l’aborto è questione di legge, di scienza, di morale, per noi donne è questione di violenza e sofferenza. Mentre chiediamo l’ abrogazione di tutte le leggi punitive dell’aborto e la realizzazione di strutture dove sostenerlo in condizioni ottimali, ci rifiutiamo di considerare questo problema separatamente da tutti gli altri nostri problemi, dalla sessualità, maternità, socializzazione dei bambini, ecc.». E ancora, nel 1975: “L’aborto di massa negli ospedali non rappresenta una conquista di civiltà perché è una risposta violenta e mortifera al problema della gravidanza e, per di più, colpevolizza ulteriormente il corpo della donna (…) Il movimento deve sperimentare nuove pratiche che si pongano come fasi intermedie fra l’aborto, momento della massima violenza, e una riappropriazione totale del corpo tutta da costruire (…) la possibilità di riacquisire positivamente l’esperienza della maternità” come “una possibilità alternativa ai ritmi attuali di pratica dell’aborto”. (Da “Non credere di avere diritti. La generazione della libertà femminile nell’idea e nelle vicende di un gruppo di donne” della Libreria deeel donne di Milano, Rosemberg &Sellier 1987)

” Con la gravidanza si sperimenta e si mette alla prova un potere creativo femminile che è invece scacciato con violenza e disprezzo da tanti aspetti della vita pubblica e privata. Ma anche con l’aborto si sperimenta un aspetto dello stesso potere. La Dea Madre non è soltanto accogliente e tenera, una Madonna con il bambino fra le braccia, ma è parimenti spietata e terribile, ha una collana di teschi intorno al collo, è la dea Kali. Il potere riproduttivo del femminile da sempre si è manifestato nell’immaginario mitico anche attraverso il proprio lato oscuro e arbitrario, perfino attraverso la possibilità di negare e rendere impossibile la generazione. Scrive Neumann in “Amore e Psiche” che Afrodite è la Grande Madre, “origine prima degli elementi”, e il suo “adirato celarsi”, come quello della babilonese Ishtar e della greca Demetra, condanna il mondo alla sterilità: Dopo che la sovrana Ishtar si inabissa, il toro non monta più la vacca, l’asino non si china più sull’asina, l’uomo non si china più sulla donna nella strada: l’uomo dorme nella sua dimora, la donna dorme sola” 

Procurarsi un aborto ha pure la valenza di fare un bagno nel sangue (e si tratta del nostro, del nostro), largheggiando col potere di vita e di morte che la biologia ci assegna e che l’uomo teme e invidia. Questa parte oscura del femminile, senza la quale il lato nutriente e luminoso non esisterebbe, va riconosciuta affinché possa esserlo il suo opposto,  l’amore per la vita che ci portiamo addosso, e in ogni forma. E quindi ciò che maldestramente viene detto “diritto all’aborto” comprende qualcosa che eccede di gran misura il diritto. Ha a che fare con l’equilibrio e con le leggi del cosmo, piuttosto.

E quindi, ben sapendo di indossare fieramente la nostra collana di teschi, potremmo pur nominare feti ed embrioni con orgoglio, per sottrarli ai maschi che se li contendono, e significare che la prima e fondamentale difesa di una vita che comincia è il corpo della madre “viva e consenziente” (Luisa Muraro)

L’impresa non è facile. Ce ne accorgemmo in un’assemblea femminista prima del referendum sulla legge 40, dove siamo andate per far sapere alle altre che ci saremmo astenute e ascoltare quel che avevano da dirci.  In sala calò il gelo quando Paola disse: “L’amica che ha parlato prima di me domanda perché non possiamo accettare l’idea che l’embrione sia vita umana e si possa distruggerlo per fare ricerca scientifica. Vorrei risponderle che ai tempi della riflessione sull’aborto molte di noi avevano piena consapevolezza che l’embrione fosse vita umana che transitoriamente ci apparteneva, era strettamente confusa con la nostra, e che noi, in casi di necessità, di quella vita in più ci saremmo sbarazzate. Non siamo mai state delle ipocrite. Ma oggi la questione è diversa. L’embrione è fuori dal corpo in cui lo abbiamo sempre custodito, è diventato visibile, e gli scienziati ce lo contendono, i preti ce lo contendono. Del resto l’embrione è assolutamente appassionante per me, figuriamoci per uno scienziato che finalmente può guardarlo, studiarlo, manipolarlo, sezionarlo. Non capisco, sinceramente, come mai ci siano alcune che ritengono l’embrione sia di trascurabile importanza. A me invece importa, e tantissimo. Sono convinta che dobbiamo pensarci, rivendicare un legame privilegiato, una relazione. Personalmente non solo credo che ci sia del sacro nella natura, ma soprattutto penso che ci sia del sacro nella mia natura. Se gli embrioni sono di qualcuno, sono delle donne”.

“E’ così: della vita sappiamo molto, praticamente tutto. Anche quando non la mettiamo al mondo noi la accudiamo, la conserviamo e la riproduciamo un giorno dopo l’altro. Molti che si affaccendano intorno all’embrione, invece, della vita che già è qui non si curano: fanno guerre, distribuiscono latte in polvere in Africa, non cedono il posto sull’autobus alle donne incinte, sono sgarbati o violenti con i bambini, scaricano rifiuti tossici nell’acqua, abbandonano un genitore anziano, non pagano gli alimenti ai figli da cui si sono separati, non hanno mai amato un cane o cucinato una minestra. Per questo, pensiamo, non sanno nominare la vita che inizia, né il territorio di confine fra la coscienza, l’etica, l’istinto e il segreto in cui il miracolo avviene. E male fanno le donne che danno loro ascolto, ne imitano il linguaggio, ne assumono la posizione politica, religiosa o scientifica senza tenere conto che fra noi e costoro c’è un’esperienza diversa della vita e del corpo, e un doloroso conflitto aperto.

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