ARTICOLESSE/GIOIA

Addio Facebook, c’eravamo tanto divertiti

Ci siamo divertiti parecchio io e Facebook. In questi tre anni e mezzo insieme ho stretto amicizie virtuali diventate reali, organizzato cene, vacanze e feste alla velocità della luce. Ho ritrovato persone che non vedevo da vent’anni (uno di loro, il mio indispensabile blogmaster), fatto gossip come fossi al tavolo di un aperitivo alle nove del mattino o mentre ero ammalata, mi sono tenuta in contatto con le amiche espatriate, ho visto nascere la prima manifestazione di Se non ora quando e riso fino alle lacrime per i commenti a miei post idiota, tipo «Non puzzare è un tuo dovere oltre che un mio diritto». Fb è stata una fonte di autogratificazione micidiale: una mia foto con i capelli rossi ha ricevuto centinaia di commenti positivi che neanche in un anno dal vivo  si erano mai accumulati e, prima che Gioia arrivasse sul social network, avevo creato una community di discussione intorno ai nostri articoli. È stato bellissimo, davvero, ma ora senza alcun risentimento dico: è finita. No, non indosserò la maglietta dell’orgoglio antifacebook (va forte, tra l’altro, in Polonia, Messico e Siria) anche perché ho chiuso pure con Twitter, Instagram (il social network delle fotografie) e Pinterest, l’ultimo arrivato: bacheche di solo immagini, molto grazioso. I numeri del sistema Zuckerberg (soprattutto) sono così alti (700 milioni di utenti nel mondo, 21 in Italia, due e mezzo solo nel Lazio) che le cancellazioni sono ininfluenti seppur alte (sei milioni gli americani e un milione di inglesi secondo lo studio di Tim Warstall dell’Adam Smith Institute di Londra). Facebook va male in Borsa, ma non in Rete. Dunque chi se ne esce, non è una statistica, ma una storia a sé.

Non isolata però. Basta far sapere in giro di aver chiuso con il social network per sentirsi raccontare le ragioni di chi l’ha fatto. Che raramente sono leggere. Margherita, 38 anni, consulente del lavoro, perugina: «Quante energie per rispondere/arrabbiarmi/preoccuparmi/interpretare parole che dal vivo non mi sarei filata o avrei liquidato in 30 secondi. Fb è un amplificatore e spesso lo è di polemiche e di paranoie». Daniele, 43 anni, bolognese, attore di teatro: «È un ottimo strumento di pubblicità, però è come avere una vena aperta da cui tutti possono attingere ciò che vogliono di te (foto, considerazioni, status, gusti, dove vai e con chi sei). Mi sono illuso di averne il controllo, anche perché ci spendevo un paio di ore al giorno, invece nei botta e risposta non ti rendi conto di chi legge e ti guarda. Tipo mia madre che mi chiamava alla sera, sempre superinformata». Alex, 44 anni, regista, romano: «Ne sono uscito definitivamente da tre mesi e la mia vita è tornata ad appartenermi. La mia mente ha di nuovo spazio per pensare e quello che faccio interessa solo a me». Tutte le loro parole sono anche le mie. A cui aggiungo una radicale insofferenza verso post e tag di pensieri romantici, citazioni, giochi, petizioni contro i parlamentari, ma soprattutto foto di cuccioli da salvare, che costringono a ripulire di continuo la bacheca da immagini di musetti tristi: sotto ci trovi 2.500 I like, ma puoi giurarci che la bestiolina è ancora al canile.

A dirla tutta, per farla finita con Facebook, c’è voluto anche un commento di mio figlio: «Mamma, perché guardi sempre il tuo telefono?» Vero. Ogni quarto d’ora al massimo, con un gesto istintivo, vedevo le novità: email, Facebook, Twitter, Skype, What’s up, Messengers, più sms. Almeno cinque minuti buoni. Lo ammetto, mi sono vergognata un po’. Che i social network siano una moderna dipendenza lo avevo letto su più ricerche, ma lo confermano le reazioni dei miei amici quando ho diramato la notizia: «Per me basta Facebook»: «Brava», «Voglio farlo anche io», «No, mi piace troppo non potrei», ma anche un «Lo uso poco, perché privarmene?». Sono in buona sostanza le stesse frasi che accolsero tre e anni e mezzo fa l’annuncio «Ho smesso di fumare». E, se pensate che il tabacco sia una droga più seria, avete ragione, perché i danni sul corpo sono superiori, ma i meccanismi mentali assolutamente simili. Lo scorso mese, uno studio condotto daWilhelm Hofmann della University of Chicago’s Booth School of business su un gruppo di studenti e il loro rapporto con il Blackberry ha concluso che «I desideri per il sonno e il sesso sono i più forti, ma a quelli per i media e il lavoro è più difficile resistere». Controllare la posta, ma anche sapere chi ti ha ritwittato, è una spinta talmente forte che opporsi provoca nervosismo. A Harvard, la ricercatrice Diana Tamir ha verificato che parlare di sé sui social network dà la stessa soddisfazione di un rapporto sessuale, causata anche dal fatto che «È più facile e veloce raccontare cosa stiamo facendo su Facebook o Twitter, che trovare qualcuno disposto ad ascoltarci».

Come tutte le dipendenze c’è una crisi di astinenza, non è facile vincerla, ma riuscirci dà soddisfazione. Nel primo giorno senza Fb ho letto online l’intera sezione degli esteri de lastampa.it: non mi succedeva da mesi perché i social network dettavano la mia agenda di informazione, dirottandomi su link e notizie più popolari. Il secondo giorno ho sentito la mancanza di un paio di amiche con cui comunicavo su Twitter, le ho chiamate e con una di loro mi sono vista alla sera: non  male. Il terzo giorno ero distesa su un lettino in piscina, accanto a me una coppa di ciliegie immerse in cubetti di ghiaccio e Gli uomini della sua vita di Mary McCarthy (Minimum fax), che ha la copertina verde brillante. Ne avrei fatto subito una foto con Instagram da postare su Twitter e Pinterest, dopo un post su Facebook: per un attimo mi sono sentita spiazzata, perfino un po’ sola, mi sono fatta una gran tenerezza. Poi è arrivata la gioia di non condividere e me la sono gustata: il piacere adesso è tutto mio (per un po’ almeno, poi si vedrà)

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