ARTICOLESSE/GIOIA/POLITICA

Noi che volevamo tutto

Donne, amiche, colleghe, voi che spendete energie per essere al top sul lavoro e ottime madri, voi che, anzi noi, che ci proviamo, ma non riusciamo (sentendoci incapaci, difettose, sfortunate), mettiamoci serene: non possiamo (ancora) avere tutto. La testimonial dell’assoluzione è autorevole. Si chiama Anne Marie Slaughter, 54 anni, fino a qualche mese fa direttrice per la pianificazione politica del dipartimento di Stato di Barack Obama, signora tra le superpotenti d’America cui non mancano un marito ac- cudente, ottime scuole e validi aiuti per attuare la mitica conciliazione. Eppure lo scorso febbraio ha mollato la carica di governo ed è tornata a casa per stare vicina a uno dei due figli, un adolescente turbolento e bisognoso di cure. La decisione è stata spiegata e celebrata sull’Atlantic montlhy (lunghissimo articolo e copertina, sul sito è il link più cliccato di sempre) in cui tra l’altro scrive: «C’è un imperativo materno sentito così profondamente che la scelta diventa automatica», ma pure che «avere tutto è impossibile in una economia e in una società» dove occuparsi della famiglia è considerato una perdita di tempo (da femmine) mentre rimanere fino a notte in ufficio è da (maschi) eroi. Dunque il problema non è la nostra mancanza di ambizione (anzi «Basta colpevolizzare le donne») ma un mondo da cambiare insieme agli uomini per rendere «i percorsi professionali accoglienti per le scelte personali». Siccome ad oggi non è così, Slaughter si è dimessa dall’incarico di Washington tenendosi solo la docenza di relazioni internazionali all’Università di Princeton, che non è poco, ma è di certo un passo indietro.

Questo coming out, tra i più dibattuti nella storia del femminismo americano, da noi tradotto in copertina dal settimanale Internazionale, è dirompente perché tutte abbiamo lo stesso pensiero, ma poi quali conseguenze ne traiamo? Molliamo anche noi o proviamo di tenere insieme tutto? L’aggiustamento emotivo tra carriera e amore materno è sempre zoppicante e questo è un male? Davvero l’eccellenza in più di un ruolo ci è preclusa? La storia di Slaughter vale solo per le top level o è la parabola dell’ambizione femminile tout court?

Flavia Perina, deputata, madre di tre figli adolescenti, trova «irritante e pericoloso per l’ancora breve storia dell’emancipazione femminile promuovere l’idea che le donne siano biologicamente programmate per sentire a un certo punto il richiamo della maternità come decisivo. Tutte noi abbiamo rinunciato a qualcosa nel lavoro per stare di più con i figli, ma questo è solo un pezzo della nostra vita, e non il più importante da raccontare. L’obiettivo resta cambiare una struttura del lavoro impostata al maschile e renderla accogliente per tutti, uomini, donne, madri e non: la bussola deve essere la qualità della nostra vita e non l’esigenza di stare dietro ai figli». Anaïs Ginori, inviata del quotidiano La Repubblica, madre di due bambini, autrice di Pensare l’impossibile. Donne che non si arrendono e Falsi amici. Italia- Francia. Relazioni pericolose (entrambi Fandango) riflette: «È vero, non posso avere tutto e a volte mi rendo conto di mancare a cose importanti nella vita dei miei figli. Slaughter dice verità che non ammettiamo, ma il segnale delle dimissioni mi pare estremo, così come leggere tra le righe che l’adolescente è turbato a causa di una madre in carriera. In questi anni ho imparato a mediare ogni giorno tra le impellenze affettive e professionali sapendo che se il bambino ha la febbre a 40 rinuncio agli impegni di lavoro. Però non penso mai che senza i miei figli avrei fatto meglio. Anzi. Averli mi ha aiutato a focalizzare gli obiettivi e a essere più efficiente». Secondo Ginori ci vorranno «molte generazioni ancora per inventare un modo di stare con i nostri figli mentre lavoriamo», ma questo cambiamento sta già accadendo. Rosanna Santonocito, responsabile di job24.it, canale lavoro de Il Sole 24 ore, considera l’esperienza di Slaughter «interessante, ma limitata perché riguarda la carriera di una cinquantenne dentro strutture rigide e di potere in cui lei opera la scelta casa/lavoro, un binario tradizionale. La gran massa
delle giovani oggi non
entra neanche in azienda e, volendo avere figli,
trova dentro e fuori di sé
nuove soluzioni coinvolgendo di più i padri, che
spesso si trovano nelle stesse condizioni lavorative».

In effetti, se spostiamo lo
sguardo dalla posizione
elitaria di Anne Marie 
Slaughter osserviamo che
l’esigenza di conciliazione c’è a qualsiasi livello
lavorativo, ma la soluzione è condizionata più dal
contesto che dalla scelta
personale. Gemma, libraia romana, 40 anni, due
figli: «Dopo l’ultima gravidanza, volevo decidere il mio orario di lavoro e invece sono stata trasferita e ho dovuto rinunciare a un pezzo di stipendio per esigenze aziendali. Ora mi ritrovo più povera e con il senso di colpa di non stare abbastanza con i bambini, ritenendomi comunque fortunata perché un lavoro ce l’ho». L’antropologa Michela Fusaschi mi parla su Skype dal suo buen ritiro estivo, nell’Agropontino: «Qui tante ragazze senza una particolare istruzione fanno le cassiere 60 ore a settimana per 450 euro in nero al mese, ma firmando la busta paga di 1.100. Si sposa- no, ma non mandano i figli all’asilo perché quello pubblico non c’è e il privato costa troppo. Magari lasciano l’impiego. Hanno due giorni di ferie all’anno e si fanno venire il parrucchiere a casa una volta alla settimana. L’emancipazione passa per il consumo, non per la conciliazione, anzi si perpetua un problema che Slaughter pone con efficacia: la cura degli affetti in Occidente è ancora una faccenda tutta femminile».

Francesca Bettio, professore di economia a Siena, capo di Enege (network della Commissione europea per la parità di genere) e redattrice di Ingenere.it (rete di economiste e sociologhe) osserva: «Noi europee non ci siamo mai illuse di poter avere tutto, ma che in ogni caso è necessario trasformare la conciliazione in un problema di uomini e donne insieme, altrimenti non lo si risolverà mai». Poi aggiunge di notare con preoccupazione che sempre più «giovani professioniste con lavori senza orari fissi, 24 ore su 24, e a forte mobilità spesso sono sensibili a ideologie sulla maniera ottimale, medica e sociologica, di essere una buona madre, sempre disponibile, anche qui 24 ore su 24. Attenzione, questo balancing è impossibile». Una trappola dove ci ficchiamo con la buona intenzione di dover fare sempre e comunque “al meglio”. Ella Sher, 35 anni, italiana migrata in Spagna dove ha aperto un’agenzia letteraria, madre di un pupo di un anno, mi scrive: «Ma è davvero necessario avere tutto? Essere segretaria di Stato, fare ottime torte entro le ore 20 e con la messa in piega perfetta? È sacrosanto coltivare le ambizioni e sono la prima a farlo, però allo stesso modo per me l’obiettivo in questa dura real life è essere felice con le cose belle che ho: un lavoro che mi piace, un compagno con cui sto bene, un bambino simpatico e sano, una casa in affitto accogliente, le amiche, il tempo libero». Che sia questa la nuova frontiera di un modo possibile, rilassato e coinvolgente di “volere tutto”?

box 1: i numeri

In Italia lavora il 46 per cento delle donne, percentuale tra le più basse d’Europa. Un terzo lascia il lavoro alla nascita del primo figlio e tra di loro la metà smette per sempre di lavorare. In media, solo il 14,6 per cento dei bambini ha la possibilità di frequentare un asilo nido comunale o convenzionato (a Napoli è 2,9, a Firenze il 24) mentre a Berlino la percentuale supera il 40 per cento e a Madrid il 35. Il congedo parentale per i padri è obbligatorio solo per un giorno (11 in Francia, 15 in Spagna. In Germania il 25 per cento dei papà sfrutta il congedo genitoriale, che arriva fino a 14 mesi senza distinzione tra padre e madre). Secondo l’Istat il monte ore di lavoro domestico femminile è triplo rispetto agli uomini e il divario non si riduce di molto se la donna è occupata. Il 63 per cento delle madri lavoratrici non riceve alcun aiuto in casa. Tra chi lo ha, nel 52 per cento arriva da una colf, nel 25 per cento dai nonni e solo nel 17 per cento dal partner. Il gap salariale tra uomini e donne a parità di mansioni arriva fino al 30 per cento (a cinque anni dalla laurea).

box 2: libri e blog

Mrs Moneypenny, alias Heather McGregor,Consigli smart per lavoratrici ambiziose (Hoepli). Autori vari, La sfida delle giovani donne (Franco Angeli).

Paolo Ermani e Simone Perrotti, Ufficio di scollocamento (Chiare Lettere). Blog in italiano
ipaziaevviva.com; aspettarestanca. wordpress.com; womenomics.it; Pariodispare.org; valored.it, lacarrierarosa.it.

Blog in inglese

winconference.net/main.asp (donne executive); emilyjasper.com (sulle più giovani), careerwomaninc.com. (Segnalazioni di Rosanna Santonocito, responsabile di Job24.it e di jobtalk. blog.ilsole24ore.com)

Advertisements

One thought on “Noi che volevamo tutto

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...