GIOIA/POLITICA/SESSO&SENTIMENTO

Maschi, ma voi vi sentite finiti?

Pensate che i maschi si sentano finiti? Siano consapevoli che è esaurita l’era in cui il testosterone godeva di buona fama? Temono che lo scettro del potere sia scippato dalle donne – in casa, sul lavoro, in amore – e pure nel giro di poco tempo? Insomma, li vedete agitati per la fine del patriarcato? Sono domande che di solito infastidiscono i diretti interessati, ma siamo costrette a chiederglielo perché in queste settimane gli interrogativi di cui sopra sono state riversati sui media che contano. L’occasione l’ha data il corposo saggio americano La fine degli uomini che fin dal titolo suona come una sentenza definitiva sull’altra metà del cielo. Dati in mano (vedi box) l’autorevole giornalista Hanna Rosin spiega che il comando sarà ovunque e presto in mano alle donne, dentro e fuori la famiglia, in economia, politica, finanza, senza distinzione di reddito e istruzione, perché il cambio al timone avviene tra le laureate (il 30% già guadagna più dei mariti) ma anche nella working class (dove si sfascia un matrimonio su due e le ex diventano capofamiglia). L’autrice illustra lo smarrimento maschile di fronte alla nuova rotta anche con immagini colorite, citando gli “erbivori” giapponesi (non fanno sesso e  coltivano fiori) o i gruppi brasiliani “uomini di lacrime” disperati per averci mogli più ricche, dimostrando, con ogni studio possibile, che le donne corrono incontro al futuro, mentre l’ex sesso forte ha piedi di piombo, barcolla di fronte al cambiamento e per di più aiuta sempre poco in casa. Rosin invita con sincero interesse i maschi a capire che cosa gli sta accadendo e a trovare un posto nel nuovo mondo, augurandosi anche un dibattito pubblico. David Brooks del New York Times, affascinato dal ragionamento, ha detto la sua: “Dovremo ispirarci meno ad Achille, che impone la sua volontà nel mondo, e più ad Ulisse, poliedrico e intelligente, riconoscendo che stiamo diventando stranieri in terra straniera”. Al momento, però, è stata di fatto l’unica risposta maschile. Anche in Italia gli uomini che riflettono sul loro declino come potere dominante sono rari. Forse non avvertono la minaccia? Sentono lontana la zampata visionaria di Rosin?
Giuseppe Roma, direttore del Censis, conferma: “Provocazione intelligente, ma l’ascesa è ancora troppo lenta non solo in Italia tutti gli indicatori segnalano un divario negativo rispetto agli altri Paesi europei, ma anche in posti significativi come India, Cina, Russia o Giappone”. Però è vero che, ad esempio, anche noi registriamo un sorpasso delle studenti nelle Università, le imprenditrici reggono meglio alla crisi, è sotto gli occhi di tutti la crescita inarrestabile della libertà e del talento femminili. Fin da piccolissimi, no? “Ma io mi sento molto adeguato al mio tempo e non vedo che cosa c’entra il sesso” risponde mio figlio Ettore (10 anni), stizzito e un po’ disperato, proprio come il figlio di Hanna Rosin, coetaneo, intervistato in un video dalla madre. “E’ l’intero mondo che va a rotoli e noi maschi gli diamo una mano” ribatte l’apocalittico Adriano (17 anni). “Prendetevi tutto e subito” dichiara sornione Stefano (38 anni, in attesa del primo figlio). Ironico Giorgio, 50 anni, ispettore di produzione, tre figlie femmine e un maschio, chiosa: “Tutto vero, non comanderemo più per molto. Però, attenzione, perché a chiusura di mercato si fanno grandi affari. Prendi per esempio sul posto di lavoro. Sempre più donne e molto brave. Per tenerle i datori di lavoro devono cedere a orari più flessibili di cui beneficio pure io. Perché, allora, dovrei preoccuparmi?”.
Massimo Micucci, presidente di Running, società che si occupa di comunicazione soprattutto politica, futurologo per passione, condivide l’entusiasmo: “Mi sono  sempre messo nelle mani delle donne, compagne o colleghe. Da loro imparato da loro che la mia sopravvivenza dipende alla capacità di collaborare, non di prevalere, mi metto a disposizione della famiglia, ritrovo il legame con la terra. Sono pronto per l’epoca da “meno testosterone”. Anche Christian Rocca, direttore di IL, maschile de Il Sole 24 ore, è più affascinato che preoccupato dalle previsioni di Rosin, al punto da aver pubblicato un capitolo del libro in anteprima mondiale. Dice Rocca: “Ha qualche buona ragione, anche se l’analisi vale più per l’America che per  l’Italia. Però pure qui le cose si  muovono. Conosco donne che fanno figli da sole e li crescono. Non è raro che le mogli guadagnino  più dei partner, succede pure a casa mia, per dire”. Reazioni
composte anche dalle parti di Michele Dalai,  editore, scrittore (Le più strepitose cadute della mia vita, Mondadori), barbuto, muscoloso, tatuato, tifoso dell’Inter: “Il catastrofismo antropologico non mi scalfisce. Sono entrato in crisi sul modello maschile a 7 anni quando ho capito che babbo natale  non esisteva. Mi sono inventato più role model e fatto conti con le mie fragilità. Sono un maschio pacificato, quindi non mi sento minacciato dall’ascesa delle donne: ne sono circondato, mi piace, a dirla tutta, non ci faccio neanche  più caso”. Posizione neutrale per Massimo Cioffi, Direttore Personale e Organizzazione del Gruppo Enel: “talento e abilità femminili sono essenziali, ma noi a noi crediamo che ciascuno possieda talenti e abilità da coltivare con la formazione ed è questo mix che cerchiamo nei processi di selezione”.
In questo clima di cordialità, perfino sospetta, l’antropologo Franco La Cecla (ultimo libro il punto G dell’uomo, edizioni nottetempo) va controcorrente non condivide la tesi di Rosin (“ben poco scientifica, centrate su donne occidentali, istruite, ricche,) ne dà tutt’altra interpretazione: “In questa fase il sistema produttivo è flessibile, informale, veloce, dunque butta fuori gli uomini poco adatti e prende le donne, forza lavoro più adatta ad essere spremuta e sfruttata. Senza che si siano liberate della cura familiare”. E sulle donne leader rincara la dose: “Sono in competizione con i maschi e diventano di fatto il nuovo patriarcato. Condoleeza Rice, Hillary o Angela Merkel non hanno inventato un nuove modo di essere al potere, ma solo sostituito i loro predecessori”. La Cecla infine dissente pure da una visione immobilista degli uomini, fidandosi di loro ma in generale della capacità che “ha la gente di reiventarsi e adattarsi ai cambiamenti”. E volendo davvero sperare che i maschi sappiano parlarsi tra di loro, come anche Hanna Rosin auspica, semmai incita a “non considerare la solidarietà maschile solo in un valore negativo, perché in quel linguaggio fatto di scherzi, sfottò, e pacche gli uomini che non si consentono indulgenze possono dirsi cose importanti e riconfermarsi nelle loro qualità”. Se la relazione tra La fine degli uomini e L’ascesa delle donne fosse una pagina di Facebook, potremmo scegliere di sbarrare una casella per dire: “complicata” e riservarci la possibilità di discutere benefici, conseguenze, bisogni e, però anche svantaggi. Perché il cambio di ruoli e anche l’assenza degli uomini non è il futuro, ma sta accadendo ora. Ad esempio in Germania dove il corpo docente delle scuole primarie è, come in Italia, nella quasi totalità femminile, si sono resi conto che la fine del maestro non è stata una buona cosa. Il reclutamento, con incentivi anche economici, prevede quota uomini al 20% in pochi anni; a Stoccarda, uno slogan è stato “Ragazzi tosti per bambini tosti”. Stanno ricominciando. Capendo stavolta fin dall’inizio dove è il vantaggio. Per tutti però.
Il sorpasso in America
In America, il 60 % dei laureati è donna, il 51 per cento della forza lavoro è femminile. La stessa percentuale si registra tar le manager. Le under 30 metropolitane mettono in tasca più soldi dei coetanei in ogni grande città, tranne due, per ogni tre uomini che perdono lavoro, solo una donna viene licenziata. Le donne con alto grado di istruzione nel 2010 guadagnavano il 33,4 % in più rispetto al 1979, gli uomini sono avanzati solo del 19%. Le mogli nel 2007 portavano a casa un reddito superiore del 44% se comprato al 1970, i mariti solo il 6%. Più donne che uomini vedono il proprio reddito aumentare del 25 per cento dopo una rottura coniugale. In 12 delle 15 professioni in salita (infermieri, assitenti sociali, web designers) le donne sono in pole position. In America, dal 2005, i figli possono essere registrati con il cognome della madre (quelli di Hanna Rosin lo hanno anche del padre)
Il sorpasso in Italia
La sempre maggiore partecipazione delle donne italiane all’istruzione universitaria ha stabilizzato il sorpasso di genere all’interno degli studi universitari, in tutti gli indicatori principali: passano dalla scuola superiore all’università il 62,3% delle ragazze, contro il 57,5% dei ragazzi; nella fascia d’età tra 24 e 35 anni, hanno la laurea il 24,6% delle donne contro il 15,8% degli uomini. Le donne che tagliano il traguardo, iscrivendosi a un corso di dottorato prima dei 28 anni, sono più numerose degli uomini, ma guadagnano di meno (Comitato nazionale del sistema universitario). Al primo anno di lavoro, le neolaureate guadagnano più die maschi, poi però il rapporto di inverte (Bachelor studio). Le donne vincitrici di concorso in magistratura sono in numero di gran lunga superiore a quello degli uomini, è prevedibile che saranno maggiranza ben presto (ad oggi è il 40 e sono entrate nel 1965).
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