ARTICOLESSE/GIOIA

Io spio, tu spii, lei ci spia: ma a chi conviene?


Lunghi confronti tra amiche sulla democrazia coniugale, animate discussioni nei forum sulla riservatezza nella coppia («Ma dài, ancora ci crede?», mi motteggia Marisa, 56 anni, due divorzi, tre mariti, «l’ultimo sposato in America») e persino stravaganti costumi, come mettere per iscritto «l’eterna promessa di non intrufolarsi nella vita dell’altro» (Carmelo e Tracey, 37 anni, architetti, milanese lui, di Sydney lei) sono soltanto coraggiose prove di uno stile di vita politicamente corretto, ottimi propositi, sacrosanti principi che saltano in aria non appena lui comincia ad arrivare tardi, non guarda negli occhi, schiva l’intimità. Allora, a quel punto, contro ogni bon ton e spesso a dispetto del buon senso, vince il principio di realtà: in generale non si fa, ma se c’è un fondato e ragionevole sospetto, liberi tutti. Di indagare, scoprire e prendersi un vantaggio. Dice James, 34 anni, inglese, insegnante precario in una scuola privata e fotografo, separato da Bianca, 38 anni, avvocata napoletana: «Da tempo sospettavo il tradimento di mia moglie. L’ho sbirciata mentre digitava la password e ho letto che era proprio innamorata di un altro. Però era lei che portava i soldi a casa. Così ho aspettato tre mesi, brutti e lunghi, ho sottratto denaro dai conti condivisi e poi sono tornato a Londra. Affranto. Però almeno ho potuto affittare una stanza e ricominciare».

L’elenco delle modalità di come farsi gli affari del proprio partner, a sua insaputa, è ormai lungo e comprende, come minimo, chiamate in entrata e uscita, email, cronologia dei motori di ricerca, chat varie, wall dei social network (e attenzione a Instagram e Pinterest, che l’esibizionismo delle foto è una tentazione nei tradimenti), spese della carta di credito, oltre a programmi (costosi e illegali) per ascoltare le telefonate. Le modernità si aggiungono alla tradizione che vanta, tra i suoi must, svuotare le tasche, scartocciare gli scontrini, setacciare la macchina cercando il capello estraneo, pedinarlo mettendosi una parrucca e grandi occhiali da sole, sistema così antico da essere insospettabile, eppure sempre efficace per arrivare alla verità dei fatti. Qualunque essi siano. «Mi sono sentita ridicola come un adolescente che sbaglia vestito alla festa. L’ho seguito in macchina e poi a piedi, scoprendo che andava con certi suoi amici dementi a guardare le corse dei cavalli in un centro scommesse, peraltro senza giocare. Questo non ha aumentato la mia stima nei suoi confronti, ma non erano le apocalittiche scene di tradimento che immaginavo», (Luisa, 35 anni, Roma, creatrice di gioielli). Certo che in ogni coppia – di breve o di lungo corso – sarebbe giusto avere un confronto franco, fare domande, sicure di ottenere risposte sincere (non solo sul tradimento, ma anche su se stessi, stati d’animo, relazioni, comportamenti…), ma non è facile resistere, soprattutto da quando avere informazioni sull’altro, più o meno segrete, è così alla portata di mano. Dice Natascia Ranieri, psicotera- peuta di Jonas onlus, Centro di clinica psicoanalitica per i nuovi sintomi fondato da Massimo Recalcati: «Mi è capitato di ascoltare pazienti che, dopo la prima uscita, immediatamente consultavano il web per carpire maggiori informazioni sulla persona appena conosciuta, privandosi così della dimensione dell’attesa e della scoperta. Oggi notiamo che si fa sempre più fatica a sostenere il lato enigmatico che accompagna inevitabilmente l’incontro con l’altro. Colpa di una società che offre l’illusione di una verità prêt- à-porter, come se la verità si potesse ridurre a un’immagine o a una sola parola».

C’è anche chi, come Margherita (28 anni, interprete e quindi spesso in viaggio), ha corteggiato il suo fidanzato con un finto profilo su Facebook e quando il poveretto ci è cascato l’ha lasciato, urlandogli un mare di insulti. Un conto è cercare la “prova” di fronte a un fondato sospetto, un altro è far diventare il controllo sull’altro uno stile di vita, un modo di vivere la relazione. In America un terzo degli adulti tra i 18 e i 34 anni considera giusto spiare, con ogni mezzo necessario, il partner (dopo i 55 anni la percentuale cala al 26 per cento ed è forse la saggezza dell’esperienza: aver scoperto qualcosa e averne pagato le conseguenze). In Inghilterra un marito su dieci ha ammesso di avere usato la password della compagna (a sua insaputa, ovvio). In Australia una persona su tre ha fatto almeno un check sul telefonino dell’altro, soprattutto donne (ma il 73 per cento ammette che ha scoperto cose che non avrebbe mai voluto sapere). Adele Fabrizio, docente di Psicologia dell’educazione e della formazione alla sessualità all’Università Sapienza di Roma, è per principio contraria alla perquisizione domestica ma in caso di “fondato sospetto” non si scandalizza all’idea che si frughi nei cellulari o nei computer in cerca di una prova. Incoraggiando donne e uomini a non farsi prendere dalla sindrome del controllo sull’altro e incoraggiando le coppie a un rapporto sincero, è tuttavia contraria «a dirsi tutto e sempre, perdendo in autonomia e soprattutto in erotismo». L’eros invece è rafforzato proprio dal «sapere conservare un luogo interiore solitario, coltivare il segreto, lasciando all’altro l’idea che c’è molto ancora da sapere, e a noi stessi che abbiamo uno spazio inviolabile, dove poter sempre tornare. Consapevoli che saper stare da soli fortifica».

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