ARTICOLESSE/GIOIA

Sono perfetta ma sto cercando di smettere

Lodi per Lady Gaga che si mostra in mutande e rivendica ogni centimetro in risposta agli odiosi commenti sui suoi uno, due, dieci chili in più e, anzi, lancia tra i fan la Body Revolution: “postate qui (littlemonsters.com) le vostre foto e superate ogni insicurezza”. Applausi ad Andrè Agassi che nella sua autentica biografia Open (Einaudi) scrive: Se insegui la perfezione, se fai della perfezione il tuo obiettivo ultimo, sai  che succede? Insegui qualcosa che non esiste. Rendi infelici tutte le persone intorno a te. Rendi infelice te stesso. La perfezione? Saranno sì e no cinque in un anno le volte che ti svegli perfetto, le volte che non puoi perdere con nessuno, ma non sono quelle cinque volte che fanno un tennista. O un essere umano”. Grazie a Brenè Brown, bionda, ironica, empatica e coinvolgente autrice del best seller “I doni dell’imperfezione” (Ultra Castelvecchi) in cui spiega perché la perfezione è una trappola, “uno scudo da venti tonnellate che ci inchioda per terra impedendoci soprattutto di migliorare”, un ingombro da mollare ora e subito, riconoscendo la vulnerabilità, diventando coraggiosi, compassionevoli e connessi.Se state pensando che sia una mistica da new age e quindi (saggiamente) vorreste girare pagina, sappiate che Brenè Brown è una ricercatrice dell’università di Houston, ha scritto tre libri tradotti in 19 paesi, per mestiere studia, cataloga, misura, smonta, traduce le impalpabili emozioni in quelle parole che abbiamo sempre cercato per dirle ed  elabora linee guida chiare ed efficaci (vedi box a lato) per modificare comportamenti. Però più di tutto, Brown pur stando dall’altra parte della cattedra non ha solo da insegnare ma anche da raccontare essendo lei una ex perfezionista che adesso “studia da aspirante abbastanza brava”. E non teme di raccontare ricadute: “Ci sono giorni in cui voglio che il progetto di Ellen (figlia) sia strepitoso, voglio occuparmi di Charlie (figlio piccolo) senza preoccuparmi delle mie scadenze. Voglio mostrare al mondo quanto sono brava a bilanciare famiglia e carriera. Voglio che il nostro giardino sia bellissimo. Voglio che la gente ci veda raccogliere la cacca del nostro cane in sacchetti biodegradabili e pensi: Oh mio Dio! Sono davvero dei cittadini modelloCi sono giorni in cui riesco a combattere il bisogno di essere tutto per tutti, e ce ne sono altri in cui vince lui”.

Giorni così certe volte ti durano anni perché tutte abbiamo imparato a dire “non mi interessa essere la prima in tutto”, ma facciamo solo finta di non volerlo continuando nei fatti a stramazzare per far quadrare ogni cosa, tenendoci avvinghiate all’aspirazione di essere impeccabili. Brenè Brown a Gioia, spiega che succede perché il perfezionismo ci rassicura, facendoci credere che “sembrare perfetti e fare tutto perfettamente possa metterci al riparo dal doloroso sentimento della vergogna, dalla sensazione o l’esperienza di credersi difettosi, quindi indegni di amore”. Sono le orecchie da asino, la faccia rossa, la bocca secca, la tachicardia, il furore alle tempie, la strizza alla pancia, quei segnali rapidi, convulsi e incontrollabili di cui tutti abbiamo intima conoscenza e che nessuno vuole provare men che meno  (noi) perfezionisti. Brown che alla vergogna ha dedicato anni di studio, un best seller e un Ted tra i più amati e cliccati (6 milioni, quanti lo avranno visto di nascosto?) ha una ricetta semplice per esautorare la perfida emozione: “La vergogna perde potere quando viene espressa”. Accolta, nominata, raccontata e superata, buttandosela alle spalle. Come ha fatto la stessa Brown a partire dal giorno in cui all’improvviso, nel bel mezzo dei suoi studi, realizzo che lei e la sua vita erano in cima alla “liste della schifezze” ovvero tutte quello che è bene smettere per provare a essere felici: “perfezione, insensibilità, certezza, spossatezza, autosufficienza, freddezza, integrazione, giudizio e inadeguatezza”. Dallo choc e dalla vergogna di realizzare quanto proprio la sua esistenza fosse condizionata di un sistema di valori deprimenti, la ricercatrice iniziò un viaggio di risveglio e ristrutturazione della sua esistenza con l’aiuto di una psicologa (“niente cose profonde o stronzate sull’infanzia, devo cambiare adesso”) e facendosi oggetto del suo studio. Così è arrivata a scrivere i Doni dell’imperfezione e le dieci tappe per arrivare a coglierli riformulando le definizioni di coraggio (saper dire quel che c’è nel cuore), compassione (accettare la vulnerabilità, porre confini, darsi e dare responsabilità), connessione  (riconoscere di essere interdipendenti), risorse a cui attingere per svicolare dal perfezionismo, attraversare la palude della vergogna,  approdare sulla riva di quel che è possibile fare sentendosi a proprio agio.

Teneteli a mente e praticateli quando tra due ore la collega, per l’ennesima volta, uscirà mezz’ora prima fingendo un’urgenza e anziché affrontarla, per l’ennesima volta, rimarrete zitte, rabbiose e speranzose che almeno il capo si accorga che voi siete lì e lei no. Ricordatevene quando la mamma più sfigata arriverà trafelata in ritardo alla recita, qualcuna la guarderà storto e voi sarete tentate di stare nel club delle esemplari, ma potreste andarle incontro sorridendo e scoprire quando è più accogliente quello delle “scombinate almeno un po’”. Praticatelo quando avrete voglia di chiedere aiuto a un fratello, di piangere sulla spalla della mamma, di dire “non è mio compito farlo” ma non lo fate perché siete sorella maggiore, figlia inappuntabile, collaboratrice modello che non sa ancora quel sollievo generale provoca scendere dal piedistallo. Non è facile ma è praticabile, soprattutto è contagioso come scrive Brown perché da perfezionista frustrata e impenitente non ho potuto fare a meno di mettere in pratica già durante la lettura e godermi gli immediati risultati. Una sola preoccupazione Mrs Brown, come schiviamo killer di persone vulnerabili di cui è pieno il mondo? “Siamo chiamati ad essere autentici in tutte le aree della nostra vita, ma uno dei vantaggi più potenti della vulnerabilità reale è imparare a fissare dei limiti. Se ci sono persone al lavoro o a casa che sfruttano le nostre vulnerabilità, semplicemente  non hanno guadagnato il diritto di ascoltare le nostre storie”. Riconoscere, distinguere e praticare perché non tutti hanno la fortuna di scoprire che “dalle nostre crepe entra la luce” (Leonard Cohen) e neanche la nuova massima che l’aspirante imperfezionista ha messo nel cuore: “Non poteva tornare indietro e migliorare alcuni dettagli. Poteva solo andare avanti e rendere l’insieme meraviglioso”.

Le illustrazioni di questo articolo sono opere di due meravigliose artiste che amo moltissimo: qui trovate chi sono e i loro lavori

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