ARTICOLESSE/GIOIA

Ma come ti conci in casa?

Ho buttato 3 tute, 5 paia di leggings, 2 felpe, 7 magliette, 6 paia di calzettoni e guardo con sospetto questo consunto golfino nero che pure caldo e comodo come lui nessuno mai. Lavoro indefessa al superamento della sindrome del riciclo fuori/dentro ovvero “se non va più bene per uscire, lo uso per stare in casa”, istintiva tentazione che in tempi di crisi trova pure una giustificazione etica ma produce esiti nefasti. Poiché – ispirandosi a Nora Ephron -so con assoluta certezza che se un maglione mi sta male fuori casa, mi starà male anche in casa e allora perché mi ostino ad indossarlo? Passo la serata in compagnia di qualcuno che amo moltissimo (ovvero me stessa come mi insegna Woody Allen) e allora perché farmi lo sgarbo di mettere su questo straccetto pieno di pallini? Ripeto ad alta voce queste sentenze di saggezza che sono poi l’esordio della mia amica Elenora quando viene all’improvviso (un agguato più che una visita), lei che non ha mai avuto un pigiama, dorme con baby doll di seta e se ha freddo aggiunge uno scaldacuore di cachemire. A questo punto mi sento sola di fronte al mio maglione color pervinca che se è sbrindellato ci sarà un motivo e sono le case, le spiaggie, le feste che abbiamo passato in questi dieci, o forse quindici anni, ed è proprio giunta la sua ora, ma quanto mi piace avercelo addosso mentre leggo, non posso davvero, rimando la sua dipartita per una stagione ancora. Mi sento sola di fronte alla tentazione della confortevole sciatteria casalinga ma so di non essere la sola.

Nessuno sfugge. Neanche le celeb. Che come ogni mortale talvolta hanno urgente bisogno del latte, sono in ritardo portando figli a scuola o preda di una irresistibile di voglia di fare due passi e vanno giù per strada così come stanno in casa. Ed è lì, nelle foto che loro vorrebbero bruciare ma io cerco con il lumicino sul web che trovo il mio conforto. Tamara Ecclestone in pigiama rosa, Tyra Banks con addosso una tuta fucsia slargata, Amber Rose arrotolata in fuseaux animalier, Cinthya Nixon infagottata dal pile. Volendo poi estendere la l’iconografia della trasandatezza anche alle calzature segnalo Shanae Grimes al parco con calzini e pantofoloni ugg, Jessica Biel con dei peluche zebrati ai piedi, Oprah Winfrey in ciabatte ai grandi magazzini. La mia preferita è però Kate Hudson con tuta e maglione oversize e uno sciarpone, misogino chi dice che non è bellissima pure così. Lei però, non io.
E quindi non c’è tempo da perdere, ogni capo sdrucito deve essere fatto fuori per non cedere alla perversione di usarlo nelle fredde sere di febbraio, devo convocare Serena la più severa delle mia amiche, colei che ad ogni cambio di stagione smagrisce gli armadi di noi conservative, la donna che dieci anni fa mi regalò una maglietta con la scritta Mai bigodini (peccavo già da allora), nascosta in fondo ad un baule per sottrarla alla sua furia ripulitrice. Mentre lei strappa dall’armadio ogni capo che non risponde ai suoi spietati standard di qualità ed estetica, mi viene da rimpiangere quando le casalinghe si aggiravano con la vestaglia di lana, maschera in viso, ciabatte di feltro infischiandosene di eventuali lamentele maritali. Subito mi riprendo da questa scivolata esteticamente scorretta e se vestaglia deve essere sia seta, rossa e scollata come mi consiglierebbe Dita Von Teese se fosse qui al posto di Serena (che in casa invece porta comode minigonne, con calze colorate e maglioncini morbidi seppur aderenti).
Dovrò darmi ai vestitini oppure fare come Lea che si veste al mattino e si spoglia prima di andare a letto (il suo deshabille l’ho visto, è un pigiama maschile di maglina nero un po’ grande e supersexy) e con la stessa mise lavora, cucina, va a un teatro nel pomeriggio, sempre inappuntabile: “ma tu non hai una tuta? certo per quando sono malata”. No, non potrei mai restare in casa con i jeans che ho avuto su per correre tutto il giorno. “Certo, ma solo se stai stato in metro, altrimenti perché no?” mi dice Costanza Miriano, giornalista, scrittrice, cattolica e autrice di libri dal titolo “Sposati e sii sottomessa” (Vallecchi) e “Sposala e brucia per lei” (Sonzogno). “Ma in casa ho da fare, piatti, bambini, polvere” balbetto senza trovare una spiegazione convincete, quindi mi lascio indottrinare.
Miriano è una donna (bella) che ha tra le sue missioni l’abolizioni del concetto di tuta casalinga (e anche dele mutande ascellari, quest’ultima campagna lanciata su Radio Maria) proprio in nome di “lunga e felice vita al del matrimonio”. Dice: “Forse nasce da un’esagerato senso del pudore o dall’insicurezza  ma non considero mio marito un compagno nella divisione dei compiti né un amico a cui puoi mostrare il peggio di me. Sento invece la necessità di quella piccola tensione per sedurre, piacere, conquistare”. “E quindi lei che indossa? “Non sono elegante perché non è il mio stile, ma pantaloni e maglietta, un filo di trucco sempre”. Stressante però. “Si, c’è una fatica in più ma compensata dal suo sguardo e dallo specchio  che ti rimanda un’immagine piacevole”. Perché è vero che la casa è un luogo di rilassante anarchia però dice Ines de la Fressange: “Credo che ci si debba presentare sempre al meglio con le persone che si amano. In ufficio, invece, dopo tanti anni nessuno mi guarda più”. E , qualora il marito non lo avete, aggiunge: “Anche per andare a prendere i croissant il sabato mattina darsi un po’ di crema da giorno e di fondo tinta non è questa gran cosa. Perché non si sa mai chi si può incontrare dal fornaio”. 
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