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I nostri figli speciali: Gianluca Nicoletti racconta la sua storia di padre.

Adobe Photoshop PDFAl mattino ascolti Gianluca Nicoletti (Melog (Radio 24) dire la sua su quel che succede in questo mondo. Punge, critica, ironizza, non perdona la banalità, ti apre sempre una prospettiva laterale, d’altronde è capace di intrattenere centinaia di persone parlando di un libro mai letto sulla caccia ai fagiani (è successo davvero). Finita la trasmissione, Nicoletti torna al suo mestiere prevalente: genitore di un adolescente autistico, un lavoro complicato dove la parola serve niente, ci vuole grande pazienza e soprattutto tutto il tuo tempo a sua disposizione. Quando è cominciato, come lui e Natalia Poggi (la moglie, mamma di Tommy)  l’hanno scoperto, la costruzione della vita di adesso lo racconta in Una notte ho sognato che parlavi. Così ho imparato a fare il padre di mio figlio autistico (Mondadori  pagg.177, 16.50) un libro tosto che con tipico  piglio nicolettiano sfancula ogni pietismo e va dritto a raccontarti – se hai il cuore per sopportarlo – come sono davvero i fatti. Certo che la vita con un figlio autistico è complicata, esclusiva, a volte è davvero un inferno (“Tommy è scientifico nel fracassare le palle”). E però tu che stai fuori (magari tanto impaurito) che ne sai se passare l’esistenza “cementificato a un gigante buono” che ti accarezza la nuca (ed la prova unica ma definitiva che tu ci sei, esisti per lui, un miracolo di comunicazione) sia peggio di averci un figlio sparacazzate, interessato solo al suo spropositato ego. Magari questa è un consolazione,  anzi sicuro, ma dentro ha una verità: l’autismo è considerato un ritardo, una deviazione, una deprivazione sempre e solo rispetto ai nostri parametri di umanità iper: comunicativa, produttiva, presente, veloce, reattiva. (Questo anche per dire che un autistico è ancora solo un malato, un problema, un diverso: se invece fosse solo una persona con con i suoi bisogni speciali?). E poi se quella estranietà dal mondo che fa di Tommy un giudice infallibile di umanità (“se qualcuno gli sta antipatico, è di sicuro uno odioso”) non fosse una forma avanzata di saggezza? Anche questo è un conforto ma contiene, di nuovo, una verità: sono persone con la loro individualità e lo possono confermare gli altri genitori-colleghi di questo mestiere sempre più diffuso. La comunità delle famiglie con autismo raddoppia ogni sei anni e questo è dovuto alla maggiore accuratezza con cui ogni singolo caso viene studiato ma essere in molti non significa avere maggior ascolto (né che ci siano più esperti o professionisti, anzi aumentano i ciarlatani che si approfittano dell’ignoranza, del dolore, della fatica, quelli che “guarire si può” e peggio per loro se incontrano Nicoletti). I colleghi  si scambiano le esperienza  e le informazioni via internet,  creano per i loro ragazzi  straordinarie avventure, fanno amicizie durante  le ore di equitazione (“Tommy da piccino cavalcava a pelo e quei grandi animali gli regalano un’ora tranquilla”), sognano di farli sposare tra di loro: “Non hanno diritto anche loro alla felicità?” (sì, e anche al sesso aggiunge Nicoletti scrivendoci sopra un intero magnifico capitolo). Di base però, ed è bene che lo sappiate, questi genitori si arrangiano da soli: Tommy è di indole abbastanza pacifica anche se con l’adolescenza arrivano attacchi di aggressività che lasciano segni fisici sul padre e soprattutto sulla madre, ma tanti  gestiscono ragazzi che vanno tenuti in casi con il casco in testa per non farsi male contro i muri, urlano,  necessitano assistenza di vario tipo 24 ore su 24, e quindi c’è da sperare che la famiglia abbia qualche  soldo:  “perché la scuola è un parcheggio, il servizio pubblico è raramente qualificato, non esiste un luogo di ritrovo, scambio o aiuto”. La condizione di isolamento annichilisce le esistenze di padre, madre (coppia addio), dei fratelli e delle sorelle, degli stessi ragazzi autistici. Nicoletti non si arrende: va in giro per la città con Tommy con un tandem rosso, litiga con i ligi della buona condotta pronti a rimproverano il suo ragazzo perché tira via ogni angolo sporgente  dei manifesti, ma incapaci di guardarlo negli occhi, capire e lasciarlo fare, si è costruito uno spazio apposta per loro due, un piccolo appartamento, dove il padre scrive (ha imparato a farlo avendo sempre un occhio sul ragazzo) e il figlio guarda felice per la milionesima volta i cartoni sull’ipad, lasciando il resto della famiglia a respirare. E chi non ha queste possibilità, questi privilegi? E in ogni caso, non è tempo pensare al futuro di questi ragazzi oltre la loro famiglia cominciando a fargli largo, tra di noi? Nicoletti ha un sogno: creare uno spazio di incontro ai ragazzi autistici e alle loro famiglie, in città, in ogni quartiere. Potrebbe chiamarsi Insettopia  (la terra promessa del cartone Zeta la formica, uno dei preferiti di Tommy) e nascere dentro caserme abbandonate o palazzi sfitti, un’isola felice dove chi vuole balla, mangia, guarda i film, sta in silenzio, qualsiasi cosa che plachi l’ansi e li rassicuri, dove i falegnami in pensione costruiscono una libreria e gli ex vigili aiutano sulla sicurezza:  “scommetti vorranno andarci anche quei ragazzi che sia annoiano davanti a un locale bevendo gin tonic in bicchieri di plastica?” Se in Italia hai un sogno così metti le mani avanti sul fatto che “non succederà mai” ma intanto  ci provi (seguite su miofiglioautistico.it).

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One thought on “I nostri figli speciali: Gianluca Nicoletti racconta la sua storia di padre.

  1. Anche a me è piaciuto tantissimo questo libro, direi che estende il nostro limitato concetto di “normalità” a dimensioni ingiustamente inesplorate, brava per averne scritto così!

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