GIOIA BAMBINO

Qui comando io. Gioia Bambino

b0150335_18431651La scena è capitata sotto gli occhi almeno una volta a tutti. Un bambino chiede il gelato (o un giocattolo), la mamma (o il papà) dicono di no. Lui insiste, lei pure. Il piccolo alza la voce, il genitore anche. Partono i primi strilli, la rabbia invade quel corpicino, si butta per terra. L’adulto lo tira via, minaccia, magari gli molla un buffetto sul sedere, ma niente interrompe l’escalation. Con sommo imbarazzo si paga l’oggetto dello spropositato desiderio, ma si fugge via come ladri. Due a zero per il bambino. Ha ottenuto quello che voleva e fatto capire ai suoi genitori chi manovra il bastone del comando. È un bambino di forte personalità? No, davvero. «Il bambino tiranno è confuso e insicuro, abbandonato dai suoi genitori a decidere piccoli e grandi cose che non vuole né può decidere. Li tempestiamo di domande: vai da nonna o da zia? La cameretta ti piace verde o blu? Vacanze al mare o in montagna? E solo perché noi genitori vogliamo scansare la discussione, non sappiamo opporci al rifiuto né vederli delusi», spiega Paolo Sarti, pediatra e autore di Neonati maleducati (Giunti) e Facciamola finita! (La mandragora), perentorio nel chiedere ai genitori di riprendere in mano le redini del loro ruolo, in nome dell’amore: «Se neghiamo loro la possibilità di vivere nel contesto protetto della famiglia un po’ di sana frustrazione causata da limiti e contenimento, ne facciamo bambini maleducati, adolescenti fragili, adulti immaturi». E se adesso state pensando che tanto vostro figlio/a non si è mai buttato per terra posseduto dalla furia consumistica, aspettate a voltare pagina. Il bambino tiranno non è solo il protagonista di una scena madre. «Se siamo arrivati a questo punto, c’è stata una escalation in cui il bambino ha conquistato quel potere che gli permette un ricatto pubblico  e – lui lo sa – umiliante per i propri genitori» spiega Sarti. Che però per stanchezza, paura, immaturità, confusione, disperazione arretrano. Per fortuna, non è mai troppo tardi.

i siSi tratta allora di riconoscere alcuni tratti del “piccolo dittatore” e – non sembri un controsenso – cominciare a correggere i nostri comportamenti. Il primo sintomo di tirannide è la reazione spropositata a un no. Se dopo due fette di pane con la nutella chiudete il barattolo, il bambino si lamenta, ne chiede un altro cucchiaino, insiste un po’ ma poi accetta il rifiuto. Se invece, alza il dito, la voce, butta il cucchiaio per terra, minaccia di rompere il barattolo, ecco, non consideratelo un nervosismo quotidiano e passeggero, soprattutto se non è la prima volta. Poi viene l’irrequietezza. Una stanza strapiena di giocattoli per terra vuol dire o che il  bambino si è molto divertito oppure ha passato l’intero pomeriggio a buttarsi su un peluche per due minuti, subito dopo ha tirato fuori un trenino, poi le costruzioni, i libri, le pistole. Non si discute qui di sindromi di iperattività ma della incapacità di provare interesse, a concentrarsi, ad accontentarsi. Altro segnale è l’invasione dello spazio adulto: sì, esiste e averlo dimenticato è un brutto sintomo. Se pure siete fan del cosleeping (io lo sono stata, Sarti è radicalmente contrario) sapete quanto l’intrusione dei piccoli sulla vita dei genitori si misura anche dallo spadroneggiare in ogni ambito privato e sociale: se c’è una cena con gli amici loro stanno a tavola ad oltranza, ogni discussione è continuamente interrotta da richieste e lamenti, tutti i divani di casa sono terreno di conquista, i libri stanno chiusi a chiave, ogni vaso, quadro, oggetto è fuori dalla loro portata. Ah, poi vanno a letto quando gli pare. Nove volte su dieci la coppia non ha più uno spazio né per sé né per la socialità, ne esce devastata l’intimità. Attenzione: magari alcuni di voi stanno bene così e amen. Però la maggior parte  avverte un disagio, anche forte. E allora, come cambiare?

nei-panni-di-mamma-e-papa-libro-62102Se siete arrivate a leggere fino a qui, di sicuro avete ritrovato alcuni comportamenti dei vostri bambini che magari sono in fase  embrionale, dunque tollerabili. Però se vi danno disagio, li sentite come campanelli di allarme affrontateli “passo per passo, poco per volta», dice Paolo Sarti: non aspettate di ritrovarvi a gestire il sintomo macro». Partite da un piccolo gesto. Magari durante un giorno di vacanza, in cui stress, impegni, traffico non hanno già infierito su di noi. «E allora chiudete questo barattolo di Nutella e se il bambino piange, fatevi questo ragionamento: un limite va messo, il suo pianto mi spezza il cuore, lo sto facendo per il suo bene di oggi e di domani.E se ulula per avere quel paio di scarpe da ginnastica e magari le comprate per placarlo e affronterete a casa la sua frustrazione di quando gli direte che non le avrà subito ai suoi piedi. Un bambino che cresce sapendo accettare limiti, rifiuti, attese e desideri rafforza la sua autostima e cresce autonomo» esorta Sarti. Perché l’obiettivo di un’educazione familiare presente,  affettuosa e contenitiva non è creare piccoli soldati obbedienti, ma bambini indipendenti, responsabili e liberi. Se vi servono modelli ispiranti leggete Machiavelli for Moms (su Amazon), l’esperienza di una avvocata madre di 4 figli (avuti da due mariti) che ispirandosi alle pragmatica del Principe (“nulla si consuma più rapidamente della tolleranza” ma anche “chi pensa più a pacificare che a combattere perde il proprio Stato”) ha disciplinato ragazzi consumisti e disobbedienti distribuendo anche castighi esemplari. Sentendovi più a vostro agio su un cotè liberal scegliete invece Lenore Skenazy (sempre americana) giornalista, blogger e mamma autrice di I Si che aiutano a crescere (Feltrinelli). Per aver sostenuto un’educazione “Free Range Kids” (e aver mandato il figlio di nove anni in metropolitana da solo) è stata insignita del titolo di peggior mamma d’America, ma lei impeterrita continua sul suo blog a condurre una battaglia di liberazione dei bambini dall’ansia dei genitori: Aiutarli? Benissimo. Fare tutto al posto loro? Malissimo. Ai figli bisogna dare radici. E anche ali. Fidandosi.  Come hanno fatto Jochen ed Helga Metzger coppia tedesca (lui è psicologo e giornalista) che per un mese ha lasciato il comando a Lara (primogenita, anni 13) e Jonny (secondogenito, anni 10): un età più che giusta per cominciare ad assumersi le responsabilità. E così i genitori, accettando senza protestare gli ordini da parte dei figli, hanno affidato loro la casa e la cassa di famiglia: «Ci è stato vietato guardare la televisione per “comportamento insolente” e abbiamo accettato senza brontolare i “no” in risposta». I Metzger non sono hippie né anti autoritari. Sono una famiglia come tante che ha voluto mettersi alla prova, capovolgere l’idea che i figli hanno dei genitori (e viceversa) ma anche (forse) verificare il loro lavoro educativo. Grande la soddisfazione. Hanno visto come sapevano cavarsela (bene), che la maggiore ha un vero talento per l’organizzazione di casa (più dei suoi genitori), il ragazzo seppur malato ha recuperato a scuola: «Adesso sappiamo che possono farcela da soli». Perché il punto è che ogni piccolo deve imparare a scegliere, decidere, assumersi responsabilità, ma con una gradualità di tempi e modi che gli permette di godersi il beato mestiere di bambino, meglio se simpatico e rilassato come anche lui muore dalla voglia di essere.

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One thought on “Qui comando io. Gioia Bambino

  1. Bello questo post. Io ho imparato a dire no lavorando al liceo como insegnante. Ho imparato che i bambini vogliono davvero anche loro stessi i ‘no’ e la struttura che può dare un adulto. (Ma mi è costata un paio di mesi di lotta in classe però 😉 perché lo trovavo difficile dire no ed essere/ fare il capo. Adesso che ho un bambino traggo molto vantaggio di quella esperienza. Interessanti i libri raccomandati. Ciao!

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