GIOIA

Non ci sono più le single di una volta. Gioia 10/13

bridget-jones-mad-about-the-boyA sentire le mie amiche single se non hai figli né marito in ufficio sei la candidata numero uno per straordinari (non pagati), lavoro notturno e extra da portare a casa accedendo de facto al (non) onorifico titolo di Ufficiale tappabuchi. “Come se essere sole volesse dire non averci un’amica, un amante o anche solo un cane a cui badare. E comunque se anche il mio appuntamento alle 6 fosse con l’insegnante di pilates, vale forse meno di andare a prendere un figlio a scuola?” Vanessa, 38 anni, account in una agenzia pubblicitaria multinazionale con sede a Roma, mi sventaglia lo sfogo al telefono mentre prepara la valigia per andare a Venezia e già me la immagino agitare quei bei capelli biondi: “Una 48 ore no stop di lavoro. Me l’hanno detto alle dieci e parto all’una. I capi lo sanno che a casa non mi aspetta nessuno e se ne approfittano. Questa è la verità. Siamo noi single le vere discriminate. E non solo dentro questo ufficio. Però in Italia nessuno lo dice”. In America invece la sociologa Bella DePaulo, autrice di Singled Out e altri tomi sul vivere con se stessi, ha addirittura inventato la parola singlism per indicare l’insieme di pregiudizi e stigmi che sconta chi non si accoppia. Sul suo blog Living single, documenta le discriminazioni (sul lavoro, all’università, nella religione o sui media) o consiglia come difendersi, una sorta di lobby già che lì il 51 per cento degli adulti non ha un compagno/a.

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I single italiani sono quasi sette milioni, (più della metà sono donne, il numero comprende anche monogenitori e libere unioni) ma una loro  riscossa organizzata non è pervenuta. Personalmente sono una fan di Supplemento singolo http://forum.corriere.it/supplemento-singolo/ ) la rubrica di Antonella Baccaro che con intelligenza e ironia alimenta una sorta di single pride. Ma so che il benefit di non rendere conto a un marito (o una moglie) si paga sempre carissimo. Dagli alberghi (dove una matrimoniale costa poco più di una singola) al cibo dove vige la stravagante regola che “più prendi e meno paghi” dunque le monoporzioni sono costosissime: chi vive da solo spende in media ogni mese 320 euro per alimentari, in proporzione il 71% in più di chi sta in famiglia. Per non dire delle tasse.  “Chi è sposato e ha figli gode di benefici fiscali. Sono detraibili (si scalano direttamente dalle tasse da pagare) parte delle rette dell’asilo, quote delle spese per lo sport dei ragazzi fino ai 18 anni, soldi spesi per l’istruzione, spese mediche. Certo è che, se tutti pagassimo il dovuto, sborseremmo tutti meno” dice Tina Calciano, commercialista nello studio Cimino di Roma. Tradotto: quel che viene detratto alle famiglie lo tirano fuori tutti gli altri, specie i single. E sul lavoro, é nera solo per Vanessa? No, non solo per lei. Annalisa Rosselli, professore di economia all’università di economia a Tor Vergata, della redazione di ingenere.it riflette: “La single pura, senza nessuno da curare è rarissima, spensierata e benestante è rara. Un immaginario più che la realtà. È vero che in quel misero 46,5 % di occupazione femminile le donne senza figli sono più numerose delle madri, dunque competono ad armi pari con i maschi, ma rimangono lo stesso sotto il soffitto di cristallo. Insomma non fanno carriera e  in più sul posto di lavoro non hanno la comprensione riservata alle madri”. Basti pensare che chi si occupa di diversity nelle aziende (la gestione delle risorse umane che valorizza ogni differenza di genere, generazione, provenienza, orientamento sessuale etc..) non considera la variante  delle “no family”: “Eppure mi rendo conto che sarebbe interessante e necessario” nota Barbara De Micheli, coordinatrice del Master in Gender Equality e Diversity Management (inizia il 29 novembre, iscrizioni già aperte,  http://www.fgblearning.it/master). Per fortuna, qualcuno in fa un un passo nella giusta direzione. Fabio Galluccio, responsabile People Caring del Gruppo Telecom Italia, dice: “Chi non figli ha sempre altri impegni di cura, ad esempio i genitori anziani e noi ne teniamo conto nelle politiche di welfare aziendali. E incoraggiamo tutti, chi ha carichi familiari e single, a cercare un buon equilibrio fra vita privata e lavorativa, a frequentare i centri benessere interni, a coltivare passioni, a fare volontariato, per esempio nei nostri Dynamo Camp”.

Sex and the City 2Quando Vanessa ritorna, le dirò che alle otto di un qualunque mercoledì sera vorrei essere lei che beve uno Spritz e non io che rileggo per la centesima volta il Piccolo Principe alla figlia. E che partire all’improvviso per Venezia mi sembra supereccitante. Però ha ragione quando dice “che non averci un compagno in Italia non è sempre la spensierata e facile avventura di una star di Sex and The city”. Lo pensa lei, me lo confermano le altre. Stefania (45 anni, stilista, romana) che non sopporta di essere considerata “incompiuta” perché non ha un marito o figli e quindi “vado a vivere a Parigi”. Sabina, 35, palermitana, ricercatrice universitaria, quando fronteggia i rumors di amici e vicini perché “sto facendo un figlio con il mio migliore amico e mai mi metterò un maschio dentro casa”. Silvana Maya, regista di un documentario sulla disoccupazione che scopre “come le single siano le più esposte alla povertà in quanto monoreddito e alla depressione non avendo nessuno con cui spartire le preoccupazioni”. O Vittoria, bolognese, giornalista free lance, 40 anni di cui metà vissuti in giro per il mondo che ha “ora la voglia di dividere la vita con un uomo ma la totale mancanza di abitudine a farlo che mi rende sospettosa e non più curiosa”. “Ah i maschi! E chi li vede più” mi dice ridendo Sara Memmi, 32 anni, avvocata, tarantina: “Quando io e le mie quattro amiche del cuore avevamo 20 anni e stavamo al tavolo del bar, i ragazzi ci guardavano e dicevano: che bello e si buttavano al rimorchio. Dieci dopo, ci guardano e pensano: che paura! E se ne vanno. Lasciandomi qui a sognare un capo bellissimo che mi tiene in ufficio più del dovuto ma solo per invitarmi a una romantica cena”.

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