GIOIA

Rwanda, vent’anni dopo. Un libro (bellissimo) ricorda. Su Gioia!

607604Scholastique Mukasonga, 58 anni ben portati, è scrittrice e assistente sociale. Nata e cresciuta in Rwanda, nel 1973 fu espulsa dalla scuola perché di etnia Tutsi, riparò in Burundi e da lì nel 1992 arrivò in Francia dove ancora vive. Due anni dopo, nel suo paese d’origine, esplose la  guerra civile tra maggioranza hutu e minoranza Tutsi e 26 persone della sua famiglia tra cui la madre Stephanie furono uccise. Mukasonga (è il suo nome tradizionale africano) ha consacrato la sua vita a scrivere e ricordare per  trasmettere la memoria alle generazioni successive. Dopo tre libri autobiografici, arriva il suo primo, bellissimo, romanzo “Nostra Signora del Nilo” (66thand2nd) che racconta la storia di un collegio femminile che ospita le figlie della borghesia ruandese negli anni 70. Qui dove le ragazze studiano la cultura occidentale ma si affidano al pensiero magico tradizionale, le rivalità tipiche di un ambiente giovane, chiuso e competitivo si impregnano di odio etnico e, in un’incontrollabile ascesa del conflitto, esplode la violenza. Quel tipo di scintilla che nel 1994 si moltiplicherà bruciando un intero paese (vedi box alla fine).

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Nel suo libro, la crudeltà e la violenza sono agite dalle ragazze. E viene da pensare che no, non sono certo migliori dei maschi.

Dopo il genocidio molte donne sono state riconosciute e condannate per aver partecipato attivamente. La moglie di un ministro hutu, posseduta dalla furia devastatrice promise 5 mila franchi ruandesi (più o meno un euro) per ogni cinque teste di tutsi che le venivano portate. C’è ben poco di materno o di quel che si crede sia femminile in questo scenario. Quando si arriva a un punto tale di manipolazione delle menti, quando si è così accecati dall’ideologia da credere possibile uno sterminio, non c’è più differenza tra la cattiveria maschile e femminile.

Però il Rwanda è ripartito proprio dalle donne. Alla fine della guerra erano il 70% della popolazione e presero in mano le redini del Paese. Oggi sono il 63,8% in Parlamento, il più femminile al mondo, e guidano 8 ministeri (su 21).

Sì, le ruandesi sono notevoli, un esempio eccezionale che poggia su un dato culturale antico e potente (lo dice con fierezza). La nostre donne sono sempre state ascoltata in famiglia, sono un ‘autorità. Dopo il genocidio questa forza privata è diventata pubblica. Oggi sono cittadine attive, ci tengono a votare, tutte, dalla città al più piccolo villaggio. Ogni candidata ha superato sempre il 50% anche se per essere elette basta il 45. A questo lavoro politico nelle istituzioni ne è corrisposto un altro, continuo e quotidiano. Sono state loro a raccogliere i bambini orfani di guerra e quelli lasciati per strada da genitori in fuga, hanno sfamato, curato e ricreato famiglie. Hanno saputo reagire e ce l’hanno fatta. Non potevano fallire. E hanno lavorato talmente bene che anche i maschi possono appoggiare su questa base.

Dopo vent’anni la ricostruzione del tessuto sociale e umano ancora prima che economico è finita?

No. Le conseguenze del genocidio non possono essere revocate. Ci sono persone che non hanno toccato un machete e non hanno ammazzato , soprattutto nelle grandi città ma nelle campagne la memoria è ancora vivissima. Lì, dove hai bisogno di chiedere al tuo vicino l’acqua o il fuoco, vivi a fianco di qualcuno che ha ucciso dei bambini. Non vogliamo essere ostaggi del nostro passato, il Rwanda deve guardare al futuro, ma il lavoro di riconciliazione è ancora lungo e faticoso e per avere successo deve ritrovare un legame tradizionale basato sul nostro passato antico comune dove hutu e tutsi erano mischiati tra di loro, non rivali.

Lei ha perdonato chi ha ucciso la sua famiglia?

(Mukasonga si irrigidisce) No, il perdono no. Abbiamo un progetto di vita in questo Paese, vogliamo lasciarci alla spalle un tempo in cui noi Tutsi siamo stati umiliati e degradati (Inyenzi, scarafaggi venivano chiamati, titolo anche del suo primo libro) ma non chiedetemi di perdonare. Forse i miei figli potranno, per me è davvero troppo presto.

Cronologia di un genocidio

Rwanda, Africa orientale, poco più grande della Sicilia. Da 2 mila anni li vivono Twa, Hutu e Tutsi uniti da cultura, lingua, religione. All’inizio del 900, i colonialisti europei e cattolici manipolano le differenze fisiche, sociali ed economiche dei tre gruppi per appoggiarli al potere e introducono la carta d’identità etnica. Dagli anni 60, la minoranza Tutsi è perseguitata dagli hutu (maggioranza e al governo) in un’alternanza tra lotta armata, tregue che esplode nel 1994. Da aprile a luglio, in 100 giorni, si compie il genocidio di un milione di tutsi e hutu moderati senza distinzione di età. Nell’empasse dell’Onu, il massacro finisce con la vittoria del Fronte patriottico dell’attuale presidente Paul Kagame. Le donne stuprate, torturate e mutilate sono le sopravvissute (70% della popolazione) da cui ripartire. Oggi sono il 63,8% delle deputate e guidano 8 ministeri (su 21). Nicoletta Varani, docente di Geografia sociale all’università di Genova: “Si occupano di educazione, formazione e sanità”. Funziona? “Sì. L’indice di sviluppo umano è tra i migliori dell’Africa. I sieropositivi sono passati dal 13% al 3%, la malaria come causa di morte dal 9% al 3%, la scolarizzazione dal 74% all’ 86%. Dopo il genocidio c’erano 40mila orfani, oggi gli orfanotrofi sono chiusi. Le donne fatto della solidarietà il cardine della loro politica e hanno vinto”.

Il libro
Nostra Signora del Nilo
66thand2
traduzione dal francese di Stefani Ricciardi
pag 216
euro 16

Il libro in Francia è stato pubblicato da Gallimard come i suoi tre precedenti, tutti autobiografici. Lo scorso anno, a sorpresa, ha vinto  il Premio Renaudot, il più importante dopo il Gouncort, pur non essendo tra i libri candidati.

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